In & Out.

Non si vede, ma la sento.

In lontananza i lampi nel cielo mi ricordano quanto vulnerabile sia anche l’estate alla mercé di un pugno di nuvole.

E mentre gli vado incontro, aspetto che piova.

Le prime gocce cadono ed evaporano sull’asfalto ancora caldo, un brivido freddo corre sulla schiena quando toccano la pelle e l’odore della terra bagnata e dell’aria tutto intorno si fa forte nelle narici.

È Il monito dell’estate che ti ricorda l’inverno.

E tu non sei da nessuna parte e dappertutto. Nascosto nelle pieghe delle gonne plissée, nei tacchi alti della manager indaffarata che corre in ufficio, nei crop top della fashion victim di turno.

È il monito della banalità delle cose che apre una finestra sul burrone delle memorie.

Tu te ne freghi come la pioggia che rompe l’armonia dei giorni di sole e mentre aspetto il tuono dopo il lampo, mi dimentico che piove e sono senza ombrello.

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Flawless.

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Non ti preoccupare. È colpa mia, sono io che non ti ho visto cambiare.
In questi anni è stato normale trasformarsi, invecchiare. Ma ora che ti ritrovo con una sola ruga in più neanche ti riconosco.
Non so come chiamarti.
Eppure una volta era così semplice mescolarsi, scambiarsi. Che importava dirsi chi eravamo se io mi sentivo un po’ te? Se tu eri un po’ me?
Hai presente quelle lancette degli orologi delle stazioni che non si arrestano mai, neanche per un secondo? Ti stanno dicendo che non puoi fermarti, devi correre! A lavorare, a studiare, a mangiare, all’appuntamento, tornare a casa.
Ma sai cosa? Non me ne frega niente.
Io me ne sto qua. Anche se tu non torni, anche se la casa del vicino crolla, anche se piove e non ho l’ombrello, anche se domani è domenica, anche se è passato l’ultimo treno.

Tu non torni. Neanche io.

Quello che ancora non vi hanno detto sul Natale.

Come di consueto, in questo periodo dell’anno si è soliti tirare le somme, fremere per i nuovi progetti in arrivo, convincersi che tutto quello che è successo finora troverà una chiusura, un punto di arrivo, un arresto, e tutto entro il 31 dicembre.

Ebbene, signore e signori…oggi sono qui per dirvi che è tutta una gran cazzata.

Perché, oltre al fatto che il calendario gregoriano è solo un’invenzione per facilitare la distribuzione di compiti e lavoro, fondamentalmente non cambia proprio nulla tra il 31 dicembre e il primo gennaio.
A parte lo zampone con le lenticchie su cui vi sarete accaniti la notte precedente dopo 3 chili di noccioline, pasta, scialatielli, frittura di pesce, frutta secca e ananas, poiché, “secondo la tradizione”, porta fortuna.
Ma anche aerofagia.

E smettiamola, per favore, con questa menata secondo la quale in questo periodo saremmo più buoni, faremmo più sforzi per accogliere la mano altrui, porgeremmo più facilmente l’altra guancia. Tanto se siete stronzi tutto l’anno, la Befana lo sa e vi porta comunque il carbone.
In parole povere, se riuscite ad essere umani e caritatevoli, siatelo anche negli altri undici mesi che compongono il nostro bel calendario, perché come disse il saggio Justin Timberlake nel lontano 2006 “What goes around comes around” (della serie, chi la fa, la aspetti).
Se invece non ci riuscite, restate come madre natura vi ha fatti, vedrete che fingere non porterà guadagno alcuno.

Infine, secondo una recente statistica, le ricerche su citazioniacaso.com aumenterebbero proprio in questo periodo e onestamente a guardare pubblicate foto e pensieri intelligenti mi commuovo quasi. Tutto questo grazie a coloro che “fanno cose” e che, tra un selfie e l’altro, vogliono comunque mostrare che QI e selfie stick sono complementari.
Non vi ammirerò mai abbastanza, miei eroi da tastiera. Rimarrete i miei preferiti 4ever.

Nonostante tutto, una cosa rimane veritiera:
un altro anno sta per passare.

E non posso nascondere la mia ansia nel cercarmi rughe nello specchio, capelli bianchi, glutei più o meno sodi. Mentre varco l’età in cui amici e amiche si sposano, si riproducono, comprano case; io scopro or ora il mondo, sempre con quella voglia di partire, cercare, guardare, curiosare. Sempre con quella voglia di rimanere uguale a me stessa: irriverente e adolescenziale.

Passo e chiudo.

Quanti giorni passerò ancora dietro a una finestra a chiedermi se arrivi. Se alla fine non hai di nuovo cambiato idea.

E io resto con le mie poesie a pezzetti in una mano, mentre stringo nell’altra una rabbia che non passa.

Mi si stringe anche lo stomaco in questo freddo di dicembre e mi rassegno solo al fatto che le cose non cambiano. Che ti sei portato via tutto, anche quello che doveva rimanere in me.

Tante armi di difesa in questo mondo progredito e neanche uno scudo per gli stronzi.

Skin.

Mi sciolgo, evapo, dissolvo.

Nessuna traccia di me resterà sui tuoi vestiti, né sulla giacca di pelle usurata all’altezza dei gomiti.

Mantengo il tuo sguardo: fisso, immobile. Mi guardi dentro. Sai che mento, come quella volta che ho detto « giuro ». Siamo fatti di menzogne e false promesse. Ci stringiamo le mani come per accordo, ma la stretta è dolorosa. 

Eppure sai che la pelle non mente. 

La pelle ricorda. Come quella volta che non ti sei occupato di lei qualche estate fa e continua a ricordarti gli errori, evidenziando al sole la stessa bruciatura. 

La pelle rievoca e riaccende le braci nascoste sotto la cenere. Le stesse con cui ti bruci la mattina di Natale pensando che il fuoco sia spento.

La pelle ricopre. Tessuti, capillari, ossa e nervi. Ricopre i miei sbagli e i tuoi. La ferita si rimargina anche quando non lo vuoi. E resta la cicatrice. 

Panta Rei.

Panta Rei, ti dico. 

Anche questo fiume, che sembra immobile, nasconde giorni di tormenta e notti insonni. 

Non lasciarti ingannare da questi ammaliatori sorridenti. Nei loro sguardi disonesti non c’è neanche un briciolo di sedicente felicità. 

Calpesto foglie croccanti, senti: è come mordere un salatino. Un corpo integro ridotto con un gesto in piccole piccolissime parti. E aspetto di addormentarmi, per guardarmi guardandoti, nel silenzio di un mattino grigio in cui la pioggia ha messo a tacere la città. 

Scivoli anche tu. Panta rei. Oppure no, fermati a mangiare, a prendere un caffè, o perché no? A dormire. Racconto belle storie da ubriaca. Basterà un bicchiere, vedrai.

E invece sì, panta rei. E te ne vai. Come le stagioni, come il sole dietro l’orizzonte. Da punto fisso, d’improvviso ti eclissi e non mi resta che un lontano bagliore. 

Colorblind.

Stringimi la mano, dita contro dita.

Restiamo in silenzio mentre
gli altri parlano di noi.
Lascia che biforchino le loro malelingue
in un intreccio escheriano,
mentre noi ci abbandoniamo alla notte e
ai suoni di questa città che non dorme.
Colorami la pelle di tempere nuove, mai viste,
fa’ che io sia la tua tela e
proietta su di me quel disegno agognato.

La notte ci fa da scudo
mentre io mi nascondo,
sbuffi di fiato contro il vetro,
e mentre mi giro, non ci sei più.

Altro giro, altra corsa.

Tutta la mia vita è entrata in un cassetto.

Sono fiera di questi traslochi; resta un piccolo spazio soltanto per il cuore,
che sicuramente ho lasciato nelle pieghe di chissà quale pantalone.

La cosa più importante comunque è la mia agenda, mi dico: organizzazione!

Bisogna stare attenti, molto attenti, a non lasciare indietro pezzi in tutto questo trambusto.

Poi la vita ricomincia e io mi sento un po’ Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”, finché un giorno o si romperà l’ingranaggio o io stessa diventerò l’ingranaggio.
Come Serafino Gubbio sarò un tutt’uno con la cinepresa e riprenderò la mia vita e il suo scorrere.

Sarà pure la volta buona che metto su “pausa”.

Domani.

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La pioggia batte sui vetri. Sul tetto. Sulla grondaia.
Batte su questo nostro castello di carta, che l’acqua non assorbe.
Ci rinchiudiamo, rannicchiati nei nostri silenzi. Sei così vicino che il tuo battito è il mio.
Poi dormi piano, non ti sento neanche respirare. E nel silenzio della casa
riecheggiano le risa di poco prima. Sorridevamo. In cucina, nel salotto, nella stanza.
Ridiamo di questo nostro tempo che ci scivola tra le dita, di quanto incapaci siamo
e buffi, nel tentativo di fermarlo. Ho registrato l’ultima melodia del cuore, calcolato gli angoli delle tue guance quando sorridi, la distanza tra i nostri occhi quando ci avviciniamo.
Mi trasformo in un perfetto calcolatore leopardiano di consapevolezze e sensazioni.

Non siamo pronti a separare queste dita, intrecciate sotto il sole, avvolte nella pioggia.
In un cumulo di pigiami e coperte, gli spazi stretti diventano immensi perché tu
mi sei vicino.