Domani.

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La pioggia batte sui vetri. Sul tetto. Sulla grondaia.
Batte su questo nostro castello di carta, che l’acqua non assorbe.
Ci rinchiudiamo, rannicchiati nei nostri silenzi. Sei così vicino che il tuo battito è il mio.
Poi dormi piano, non ti sento neanche respirare. E nel silenzio della casa
riecheggiano le risa di poco prima. Sorridevamo. In cucina, nel salotto, nella stanza.
Ridiamo di questo nostro tempo che ci scivola tra le dita, di quanto incapaci siamo
e buffi, nel tentativo di fermarlo. Ho registrato l’ultima melodia del cuore, calcolato gli angoli delle tue guance quando sorridi, la distanza tra i nostri occhi quando ci avviciniamo.
Mi trasformo in un perfetto calcolatore leopardiano di consapevolezze e sensazioni.

Non siamo pronti a separare queste dita, intrecciate sotto il sole, avvolte nella pioggia.
In un cumulo di pigiami e coperte, gli spazi stretti diventano immensi perché tu
mi sei vicino.

Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

Insonne.

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Il legno scricchiola, la porta cigola,
questo orologio non la smette, col suo ticchettio, di scandire notti insonni.

Tu ti stiracchi, lontano da me. E io fisso
questo silenzio pieno di rumori,
con la tua voce che sbatte sulle pareti vuote.

Una vita di ossimori e metafore,
sineddoche e metonimie. Parli a vanvera.
Come al solito.
Eppure ho smesso di ascoltarti:
solo vento. Come quello che passa
attraverso vecchi infissi. Questa porta
non tiene a bada neanche l’aria. Debole e fredda.

Sta arrivando la neve, dicono.
Mi aspetto che metta a tacere anche la tua voce.
Mi aspetto che zittisca le albe e i tramonti.
Finché non ci risveglieremo col sole.

Caro Duemilasedici.

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Caro Duemilasedici,

il tuo nome lo scrivo per intero, che così magari sembri più lungo di quello che sei realmente. Dodici mesi volati via dalle finestre di tutte le case in cui sono passata, mentre tu mi guardavi senza muovere un dito.
Sai, anche senza volerlo di cose me ne hai insegnate parecchie e, a ben pensarci, non so quanto bene tu mi abbia fatto. Quattro case, quattro Paesi, innumerevoli biglietti di treni, aerei, metropolitane, migliaia e migliaia di chilometri macinati con queste ruote ormai perfettamente lisce dall’usura.
Te ne vai come se niente fosse, come se il tuo compito finisse qui, tra soli quattro giorni. Sai che invece sei rimasto indietro? Sai che non hai dato a nessuno il tempo di finire le frasi rimaste incomplete tra una riga e l’altra? Sai che quel sale, caduto sulle ferite, brucia ancora?
Eppure, qualcosa di buono c’è. Col tuo trascorrere, le piaghe si sono rimarginate. I ricordi hanno cominciato a sbiadirsi e a perdersi nella nebbia di novembre, giusto in tempo per festeggiare questo Natale appena trascorso. Hai attutito i suoni, le grida, le botte chiuse ancora nei pugni stretti si sono trasformate in docili carezze. Neanche più la rabbia sfiora le pagine di questo calendario, ormai alla fine dei suoi giorni.
Non mi mancherai, Duemilasedici.
Ti stai portando via un altro dei miei anni come se niente fosse, ma io me ne sento sempre sedici. Come un ladro, hai rubato la gioia a tanti e questi eventi inarrestabili, causa del tuo scorrere e delle tue manie di protagonismo, rimarranno scritti nella storia.
Vorrei che mi dicessi dove stiamo andando tutti, con quest’ansia di vivere, con quest’insaziabile sensazione del vissuto solo a metà, con quest’invidia e bramosia che sempre di più diventano tratti del nostro essere.

E vorrei anche che la smettessi di non darmi il tempo. Di fare. Di dire. Di andare.

Quasinverno.

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Mi manchi o mi manca.
E non so se è l’idea distorta che ho di te, del tuo doppio modificato dal mio immaginario perverso, o se sei proprio tu a mancarmi.
Giro a vuoto in questa casa cercandoti in ogni stanza, e non ti trovo.
Anche quell’idea che ho di te è sparita. Come le tende, che hai tolto per ultime.
Ti immagino ripiegarle con cura, prima un angolo, poi l’altro. Ti vedo mettere da parte le tazze, i miei piatti con i gatti cinesi, avvolgere nel film protettivo quelle poche cose fragili rimaste. Fragili come queste mani, spaccate dal freddo e dai graffi. Dai quali passa vento che non vorrei sentire, dolore che non vorresti provare.
Poi penso alla Conciergerie e quant’è bello passarci accanto di notte, quand’è tutta illuminata e non ha bisogno che qualcuno racconti la sua storia. Parla da sé, imponente com’è e si specchia vanitosa nella Senna. Nasconde segreti, come questo tuo cuore, sigillato dall’orgoglio.
Ti bacio sulla fronte stasera e dormo sogni tranquilli, cullati dai silenzi che ci scambiammo quell’ultima notte.

Back to life.

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Tornare alla quiete.

[Il silenzio del bosco.
Il lento scorrere delle acque.
La calma.]

Fuori da questa dimensione scomposta,
dove la quiete è calpestata, odiata.
Mai come oggi, come adesso,
vorrei che tu mi fossi accanto.
Troppo grande il rammarico
di un silenzio che abbiamo perduto tanto,
troppo tempo fa.
La complicità di sguardi
che non si sono mai allontanati davvero.
E adesso, separati da questo rumore,
come viviamo?
Vedi, neanche le coperte tengono caldo.

Taccio ormai,
la voce strozzata dal rumore.
E tu, accompagnami in questo silenzio,
raccogliamoci nel vuoto.

Bolgheri.

Vorrei che la testa smettesse di girare e che questo violento vortice di ricordi si dirigesse verso altri lidi, lontano dalle mie sponde.

E’ incredibile come la mente riesca a registrare e riproiettare scene di eventi trascorsi in maniera del tutto autonoma, involontaria. E tu sei lì, impotente, come davanti a un televisore acceso che dà proprio quel programma di merda, ma tu sei indeciso tra lo spegnere e il restare, perché, in fondo, vuoi proprio sapere come andrà a finire.

E allora sequenze infinite di diapositive che scorrono, immagini senza data ma cariche di emotività. Lacrime, risate, sprazzi di serietà di questo marasma cerebrale dove tu resti il fulcro, il punto focale, il centro di gravità.

Intorno a te gravitano poesie di poeti sconosciuti, canzoni di cantanti hipster e testi sconclusionati che nessuno ha mai capito, ma che non si è ancora smesso di canticchiare. Chiudo gli occhi e ho come l’impressione che tu sia esattamente oltre la mia palpebra, alla distanza di un ciglio. Vorrei poterti vedere anche ad occhi aperti e invece è solo quando dormo che i tuoi contorni diventano netti.

Aspettami, giuro che sto arrivando.

Camminerò lungo quel sentiero di cui ti ho parlato mille volte, quello di tutte le ville di un tempo, come a Bolgheri. Lungo i filari di alberi costeggerò l’asfalto che dà quell’ordine innaturale ai prati verdi. Pettinerò le cime degli alberi, accarezzerò i piccoli arbusti, mi pungerò con qualche ago un po’ troppo appuntito e tenterò di dare nomi a piante che non conosco.
Tutto questo per tornare da te.
Vederti sorridere ancora, zittire l’universo dei ricordi per dargliene da mangiare altri e placare la sua bulimia di affezione.

Insegnami.

Insegnami a non giocare col fuoco,
a non sporcarmi la coscienza,
a non volere tutto e subito.
Insegnami la dolce attesa del domani
e fammi dimenticare l’ansia del tempo che scorre.
Insegnami a distinguere il bene e il male,
il nero dal bianco.
Insegnami a non guardare sempre troppo lontano,
dove quasi arrivo a non vedere,
dove gli occhi sono accecati dal sole.
Insegnami ad apprezzare le piccole cose,
i gesti quotidiani, gli sguardi che ignoro
e i sorrisi che non vedo.
Insegnami, ti prego, ad amare.
A rispettare, a essere fedele,
sempre.
Insegnami l’importanza di un legame
e la forza di una radice.
Insegnami a vedere le cose con il cuore,
a smettere di titubare,
a smettere di far del male.
Insegnami a essere meno dura,
ma più forte,
meno elastica, ma più propensa.
Insegnami la costanza, l’equilibrio,
la leggiadra sospensione su di un filo.
Insegnami tutto quello che non so
e ripetimi quello che già conosco.
E poi dimmi perché.
Dimmi perché, a un certo punto,
diventa sempre “troppo tardi”.
Perché non si deve piangere sul latte versato,
perché questo fiume in piena non inonda tutto e tutti,
e ti riporta da me.

Saudade.

A volte, o meglio, spesso, ho una sorta di nostalgia.
Una mancanza, un prurito, un difetto. La sensazione che ci sia, da qualche parte, un pezzo mancante. Dev’esserci una sorta di scatolone, dal quale saltano fuori a intervalli, più o meno regolari, i ricordi.

Oggi, ad esempio, avevo nostalgia del mio professore di spagnolo delle superiori. E mi sentivo stupida (e anche peggio), ma continuavo a ripetermi a lavoro: “La princesa está triste…¿Qué tendrá la princesa?”
Con quelle sue lezioni sulla poesia, le sue letture appassionate e approfondite, le lezioni ispiratrici, l’amore per la parola raffinata, sottile.
Non so se l’ha mai saputo o capito, ma io adoravo ascoltarlo.

E se c’è una cosa che rimpiango della mia vita tra i banchi è proprio quell’osmosi di conoscenza. La sensazione di un passaggio, come di un fluido prezioso, che si versava nel mio calice mentale di adolescente. Quante volte ho rinnegato quella vita monotona e privativa, pensando che ‘crescere’ fosse una benedizione.

Eh beh, ho scoperto solo anni dopo quanto mi sbagliassi.

Altre volte faccio un gioco.
Chiudo gli occhi e mi proietto con la mente davanti alla vetrata di casa. Davanti al mio paesaggio, quello che ho disegnato proprio qui, accanto al cuore. Vedo gli alberi verdi, le curve delle colline che diventano man mano montagne più appuntite. Vedo quei difetti, uno ad uno, della terra che mi circonda e la riconosco. Lo so che è mia. Ad occhi chiusi vedo le case, i pali della luce, le strade curvilinee, i segni della frana.

Anche dall’altra parte del mondo quel paesaggio è mio e, ad occhi chiusi, lo riconosco.

Ultimamente ho imparato una parola nuova: saudade. Non credo esista un equivalente, o quantomeno non conosco altre parole che possano tradurre quello stesso sentimento di ‘ricordo nostalgico, accompagnato da un desiderio di riviverlo o possederlo’.
Ecco, dopo anni, è questo il sentimento più forte che provo. Un’immensa saudade di luoghi, sapori, visi e momenti, diluiti nel mare dei ricordi.