Panta Rei.

Panta Rei, ti dico. 

Anche questo fiume, che sembra immobile, nasconde giorni di tormenta e notti insonni. 

Non lasciarti ingannare da questi ammaliatori sorridenti. Nei loro sguardi disonesti non c’è neanche un briciolo di sedicente felicità. 

Calpesto foglie croccanti, senti: è come mordere un salatino. Un corpo integro ridotto con un gesto in piccole piccolissime parti. E aspetto di addormentarmi, per guardarmi guardandoti, nel silenzio di un mattino grigio in cui la pioggia ha messo a tacere la città. 

Scivoli anche tu. Panta rei. Oppure no, fermati a mangiare, a prendere un caffè, o perché no? A dormire. Racconto belle storie da ubriaca. Basterà un bicchiere, vedrai.

E invece sì, panta rei. E te ne vai. Come le stagioni, come il sole dietro l’orizzonte. Da punto fisso, d’improvviso ti eclissi e non mi resta che un lontano bagliore. 

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Colorblind.

Stringimi la mano, dita contro dita.

Restiamo in silenzio mentre
gli altri parlano di noi.
Lascia che biforchino le loro malelingue
in un intreccio escheriano,
mentre noi ci abbandoniamo alla notte e
ai suoni di questa città che non dorme.
Colorami la pelle di tempere nuove, mai viste,
fa’ che io sia la tua tela e
proietta su di me quel disegno agognato.

La notte ci fa da scudo
mentre io mi nascondo,
sbuffi di fiato contro il vetro,
e mentre mi giro, non ci sei più.

Altro giro, altra corsa.

Tutta la mia vita è entrata in un cassetto.

Sono fiera di questi traslochi; resta un piccolo spazio soltanto per il cuore,
che sicuramente ho lasciato nelle pieghe di chissà quale pantalone.

La cosa più importante comunque è la mia agenda, mi dico: organizzazione!

Bisogna stare attenti, molto attenti, a non lasciare indietro pezzi in tutto questo trambusto.

Poi la vita ricomincia e io mi sento un po’ Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”, finché un giorno o si romperà l’ingranaggio o io stessa diventerò l’ingranaggio.
Come Serafino Gubbio sarò un tutt’uno con la cinepresa e riprenderò la mia vita e il suo scorrere.

Sarà pure la volta buona che metto su “pausa”.

Domani.

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La pioggia batte sui vetri. Sul tetto. Sulla grondaia.
Batte su questo nostro castello di carta, che l’acqua non assorbe.
Ci rinchiudiamo, rannicchiati nei nostri silenzi. Sei così vicino che il tuo battito è il mio.
Poi dormi piano, non ti sento neanche respirare. E nel silenzio della casa
riecheggiano le risa di poco prima. Sorridevamo. In cucina, nel salotto, nella stanza.
Ridiamo di questo nostro tempo che ci scivola tra le dita, di quanto incapaci siamo
e buffi, nel tentativo di fermarlo. Ho registrato l’ultima melodia del cuore, calcolato gli angoli delle tue guance quando sorridi, la distanza tra i nostri occhi quando ci avviciniamo.
Mi trasformo in un perfetto calcolatore leopardiano di consapevolezze e sensazioni.

Non siamo pronti a separare queste dita, intrecciate sotto il sole, avvolte nella pioggia.
In un cumulo di pigiami e coperte, gli spazi stretti diventano immensi perché tu
mi sei vicino.

Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

Insonne.

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Il legno scricchiola, la porta cigola,
questo orologio non la smette, col suo ticchettio, di scandire notti insonni.

Tu ti stiracchi, lontano da me. E io fisso
questo silenzio pieno di rumori,
con la tua voce che sbatte sulle pareti vuote.

Una vita di ossimori e metafore,
sineddoche e metonimie. Parli a vanvera.
Come al solito.
Eppure ho smesso di ascoltarti:
solo vento. Come quello che passa
attraverso vecchi infissi. Questa porta
non tiene a bada neanche l’aria. Debole e fredda.

Sta arrivando la neve, dicono.
Mi aspetto che metta a tacere anche la tua voce.
Mi aspetto che zittisca le albe e i tramonti.
Finché non ci risveglieremo col sole.

Caro Duemilasedici.

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Caro Duemilasedici,

il tuo nome lo scrivo per intero, che così magari sembri più lungo di quello che sei realmente. Dodici mesi volati via dalle finestre di tutte le case in cui sono passata, mentre tu mi guardavi senza muovere un dito.
Sai, anche senza volerlo di cose me ne hai insegnate parecchie e, a ben pensarci, non so quanto bene tu mi abbia fatto. Quattro case, quattro Paesi, innumerevoli biglietti di treni, aerei, metropolitane, migliaia e migliaia di chilometri macinati con queste ruote ormai perfettamente lisce dall’usura.
Te ne vai come se niente fosse, come se il tuo compito finisse qui, tra soli quattro giorni. Sai che invece sei rimasto indietro? Sai che non hai dato a nessuno il tempo di finire le frasi rimaste incomplete tra una riga e l’altra? Sai che quel sale, caduto sulle ferite, brucia ancora?
Eppure, qualcosa di buono c’è. Col tuo trascorrere, le piaghe si sono rimarginate. I ricordi hanno cominciato a sbiadirsi e a perdersi nella nebbia di novembre, giusto in tempo per festeggiare questo Natale appena trascorso. Hai attutito i suoni, le grida, le botte chiuse ancora nei pugni stretti si sono trasformate in docili carezze. Neanche più la rabbia sfiora le pagine di questo calendario, ormai alla fine dei suoi giorni.
Non mi mancherai, Duemilasedici.
Ti stai portando via un altro dei miei anni come se niente fosse, ma io me ne sento sempre sedici. Come un ladro, hai rubato la gioia a tanti e questi eventi inarrestabili, causa del tuo scorrere e delle tue manie di protagonismo, rimarranno scritti nella storia.
Vorrei che mi dicessi dove stiamo andando tutti, con quest’ansia di vivere, con quest’insaziabile sensazione del vissuto solo a metà, con quest’invidia e bramosia che sempre di più diventano tratti del nostro essere.

E vorrei anche che la smettessi di non darmi il tempo. Di fare. Di dire. Di andare.

Quasinverno.

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Mi manchi o mi manca.
E non so se è l’idea distorta che ho di te, del tuo doppio modificato dal mio immaginario perverso, o se sei proprio tu a mancarmi.
Giro a vuoto in questa casa cercandoti in ogni stanza, e non ti trovo.
Anche quell’idea che ho di te è sparita. Come le tende, che hai tolto per ultime.
Ti immagino ripiegarle con cura, prima un angolo, poi l’altro. Ti vedo mettere da parte le tazze, i miei piatti con i gatti cinesi, avvolgere nel film protettivo quelle poche cose fragili rimaste. Fragili come queste mani, spaccate dal freddo e dai graffi. Dai quali passa vento che non vorrei sentire, dolore che non vorresti provare.
Poi penso alla Conciergerie e quant’è bello passarci accanto di notte, quand’è tutta illuminata e non ha bisogno che qualcuno racconti la sua storia. Parla da sé, imponente com’è e si specchia vanitosa nella Senna. Nasconde segreti, come questo tuo cuore, sigillato dall’orgoglio.
Ti bacio sulla fronte stasera e dormo sogni tranquilli, cullati dai silenzi che ci scambiammo quell’ultima notte.

Back to life.

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Tornare alla quiete.

[Il silenzio del bosco.
Il lento scorrere delle acque.
La calma.]

Fuori da questa dimensione scomposta,
dove la quiete è calpestata, odiata.
Mai come oggi, come adesso,
vorrei che tu mi fossi accanto.
Troppo grande il rammarico
di un silenzio che abbiamo perduto tanto,
troppo tempo fa.
La complicità di sguardi
che non si sono mai allontanati davvero.
E adesso, separati da questo rumore,
come viviamo?
Vedi, neanche le coperte tengono caldo.

Taccio ormai,
la voce strozzata dal rumore.
E tu, accompagnami in questo silenzio,
raccogliamoci nel vuoto.