Passo e chiudo.

Quanti giorni passerò ancora dietro a una finestra a chiedermi se arrivi. Se alla fine non hai di nuovo cambiato idea.

E io resto con le mie poesie a pezzetti in una mano, mentre stringo nell’altra una rabbia che non passa.

Mi si stringe anche lo stomaco in questo freddo di dicembre e mi rassegno solo al fatto che le cose non cambiano. Che ti sei portato via tutto, anche quello che doveva rimanere in me.

Tante armi di difesa in questo mondo progredito e neanche uno scudo per gli stronzi.

Annunci

Skin.

Mi sciolgo, evapo, dissolvo.

Nessuna traccia di me resterà sui tuoi vestiti, né sulla giacca di pelle usurata all’altezza dei gomiti.

Mantengo il tuo sguardo: fisso, immobile. Mi guardi dentro. Sai che mento, come quella volta che ho detto « giuro ». Siamo fatti di menzogne e false promesse. Ci stringiamo le mani come per accordo, ma la stretta è dolorosa. 

Eppure sai che la pelle non mente. 

La pelle ricorda. Come quella volta che non ti sei occupato di lei qualche estate fa e continua a ricordarti gli errori, evidenziando al sole la stessa bruciatura. 

La pelle rievoca e riaccende le braci nascoste sotto la cenere. Le stesse con cui ti bruci la mattina di Natale pensando che il fuoco sia spento.

La pelle ricopre. Tessuti, capillari, ossa e nervi. Ricopre i miei sbagli e i tuoi. La ferita si rimargina anche quando non lo vuoi. E resta la cicatrice. 

Panta Rei.

Panta Rei, ti dico. 

Anche questo fiume, che sembra immobile, nasconde giorni di tormenta e notti insonni. 

Non lasciarti ingannare da questi ammaliatori sorridenti. Nei loro sguardi disonesti non c’è neanche un briciolo di sedicente felicità. 

Calpesto foglie croccanti, senti: è come mordere un salatino. Un corpo integro ridotto con un gesto in piccole piccolissime parti. E aspetto di addormentarmi, per guardarmi guardandoti, nel silenzio di un mattino grigio in cui la pioggia ha messo a tacere la città. 

Scivoli anche tu. Panta rei. Oppure no, fermati a mangiare, a prendere un caffè, o perché no? A dormire. Racconto belle storie da ubriaca. Basterà un bicchiere, vedrai.

E invece sì, panta rei. E te ne vai. Come le stagioni, come il sole dietro l’orizzonte. Da punto fisso, d’improvviso ti eclissi e non mi resta che un lontano bagliore. 

Colorblind.

Stringimi la mano, dita contro dita.

Restiamo in silenzio mentre
gli altri parlano di noi.
Lascia che biforchino le loro malelingue
in un intreccio escheriano,
mentre noi ci abbandoniamo alla notte e
ai suoni di questa città che non dorme.
Colorami la pelle di tempere nuove, mai viste,
fa’ che io sia la tua tela e
proietta su di me quel disegno agognato.

La notte ci fa da scudo
mentre io mi nascondo,
sbuffi di fiato contro il vetro,
e mentre mi giro, non ci sei più.

Altro giro, altra corsa.

Tutta la mia vita è entrata in un cassetto.

Sono fiera di questi traslochi; resta un piccolo spazio soltanto per il cuore,
che sicuramente ho lasciato nelle pieghe di chissà quale pantalone.

La cosa più importante comunque è la mia agenda, mi dico: organizzazione!

Bisogna stare attenti, molto attenti, a non lasciare indietro pezzi in tutto questo trambusto.

Poi la vita ricomincia e io mi sento un po’ Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”, finché un giorno o si romperà l’ingranaggio o io stessa diventerò l’ingranaggio.
Come Serafino Gubbio sarò un tutt’uno con la cinepresa e riprenderò la mia vita e il suo scorrere.

Sarà pure la volta buona che metto su “pausa”.

Domani.

Tag

, ,

La pioggia batte sui vetri. Sul tetto. Sulla grondaia.
Batte su questo nostro castello di carta, che l’acqua non assorbe.
Ci rinchiudiamo, rannicchiati nei nostri silenzi. Sei così vicino che il tuo battito è il mio.
Poi dormi piano, non ti sento neanche respirare. E nel silenzio della casa
riecheggiano le risa di poco prima. Sorridevamo. In cucina, nel salotto, nella stanza.
Ridiamo di questo nostro tempo che ci scivola tra le dita, di quanto incapaci siamo
e buffi, nel tentativo di fermarlo. Ho registrato l’ultima melodia del cuore, calcolato gli angoli delle tue guance quando sorridi, la distanza tra i nostri occhi quando ci avviciniamo.
Mi trasformo in un perfetto calcolatore leopardiano di consapevolezze e sensazioni.

Non siamo pronti a separare queste dita, intrecciate sotto il sole, avvolte nella pioggia.
In un cumulo di pigiami e coperte, gli spazi stretti diventano immensi perché tu
mi sei vicino.

Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

Insonne.

Tag

,

Il legno scricchiola, la porta cigola,
questo orologio non la smette, col suo ticchettio, di scandire notti insonni.

Tu ti stiracchi, lontano da me. E io fisso
questo silenzio pieno di rumori,
con la tua voce che sbatte sulle pareti vuote.

Una vita di ossimori e metafore,
sineddoche e metonimie. Parli a vanvera.
Come al solito.
Eppure ho smesso di ascoltarti:
solo vento. Come quello che passa
attraverso vecchi infissi. Questa porta
non tiene a bada neanche l’aria. Debole e fredda.

Sta arrivando la neve, dicono.
Mi aspetto che metta a tacere anche la tua voce.
Mi aspetto che zittisca le albe e i tramonti.
Finché non ci risveglieremo col sole.

Caro Duemilasedici.

Tag

, , ,

Caro Duemilasedici,

il tuo nome lo scrivo per intero, che così magari sembri più lungo di quello che sei realmente. Dodici mesi volati via dalle finestre di tutte le case in cui sono passata, mentre tu mi guardavi senza muovere un dito.
Sai, anche senza volerlo di cose me ne hai insegnate parecchie e, a ben pensarci, non so quanto bene tu mi abbia fatto. Quattro case, quattro Paesi, innumerevoli biglietti di treni, aerei, metropolitane, migliaia e migliaia di chilometri macinati con queste ruote ormai perfettamente lisce dall’usura.
Te ne vai come se niente fosse, come se il tuo compito finisse qui, tra soli quattro giorni. Sai che invece sei rimasto indietro? Sai che non hai dato a nessuno il tempo di finire le frasi rimaste incomplete tra una riga e l’altra? Sai che quel sale, caduto sulle ferite, brucia ancora?
Eppure, qualcosa di buono c’è. Col tuo trascorrere, le piaghe si sono rimarginate. I ricordi hanno cominciato a sbiadirsi e a perdersi nella nebbia di novembre, giusto in tempo per festeggiare questo Natale appena trascorso. Hai attutito i suoni, le grida, le botte chiuse ancora nei pugni stretti si sono trasformate in docili carezze. Neanche più la rabbia sfiora le pagine di questo calendario, ormai alla fine dei suoi giorni.
Non mi mancherai, Duemilasedici.
Ti stai portando via un altro dei miei anni come se niente fosse, ma io me ne sento sempre sedici. Come un ladro, hai rubato la gioia a tanti e questi eventi inarrestabili, causa del tuo scorrere e delle tue manie di protagonismo, rimarranno scritti nella storia.
Vorrei che mi dicessi dove stiamo andando tutti, con quest’ansia di vivere, con quest’insaziabile sensazione del vissuto solo a metà, con quest’invidia e bramosia che sempre di più diventano tratti del nostro essere.

E vorrei anche che la smettessi di non darmi il tempo. Di fare. Di dire. Di andare.