Il peso della farfalla

Tutto il tempo che è passato non ce lo siamo neanche raccontato. Nascosto nei luoghi della nostra intimità ci è scivolato addosso.

Sondiamo l’inesorabilità dei tramonti che ci si presentano e leggo sempre di più la rassegnazione nel tuo volto stanco e nelle notti insonni.

Quei giorni senza buio. Solo albe in letti scomodi e telefoni che non smettevano di squillare. E le bugie: le tue. L’odio vomitato in un canale, che a un certo punto ha rotto tutto e riversato anche le librerie.

E quelle bugie me le sono scritte addosso. Marchiate a fuoco su una pelle già irritata. Non me le dimentico, neanche una. Mai.

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In & Out.

Non si vede, ma la sento.

In lontananza i lampi nel cielo mi ricordano quanto vulnerabile sia anche l’estate alla mercé di un pugno di nuvole.

E mentre gli vado incontro, aspetto che piova.

Le prime gocce cadono ed evaporano sull’asfalto ancora caldo, un brivido freddo corre sulla schiena quando toccano la pelle e l’odore della terra bagnata e dell’aria tutto intorno si fa forte nelle narici.

È Il monito dell’estate che ti ricorda l’inverno.

E tu non sei da nessuna parte e dappertutto. Nascosto nelle pieghe delle gonne plissée, nei tacchi alti della manager indaffarata che corre in ufficio, nei crop top della fashion victim di turno.

È il monito della banalità delle cose che apre una finestra sul burrone delle memorie.

Tu te ne freghi come la pioggia che rompe l’armonia dei giorni di sole e mentre aspetto il tuono dopo il lampo, mi dimentico che piove e sono senza ombrello.

Flawless.

Non ti preoccupare. È colpa mia, sono io che non ti ho visto cambiare.
In questi anni è stato normale trasformarsi, invecchiare. Ma ora che ti ritrovo con una sola ruga in più neanche ti riconosco.
Non so come chiamarti.
Eppure una volta era così semplice mescolarsi, scambiarsi. Che importava dirsi chi eravamo se io mi sentivo un po’ te? Se tu eri un po’ me?
Hai presente quelle lancette degli orologi delle stazioni che non si arrestano mai, neanche per un secondo? Ti stanno dicendo che non puoi fermarti, devi correre! A lavorare, a studiare, a mangiare, all’appuntamento, tornare a casa.
Ma sai cosa? Non me ne frega niente.
Io me ne sto qua. Anche se tu non torni, anche se la casa del vicino crolla, anche se piove e non ho l’ombrello, anche se domani è domenica, anche se è passato l’ultimo treno.

Tu non torni. Neanche io.

Passo e chiudo.

Quanti giorni passerò ancora dietro a una finestra a chiedermi se arrivi. Se alla fine non hai di nuovo cambiato idea.

E io resto con le mie poesie a pezzetti in una mano, mentre stringo nell’altra una rabbia che non passa.

Mi si stringe anche lo stomaco in questo freddo di dicembre e mi rassegno solo al fatto che le cose non cambiano. Che ti sei portato via tutto, anche quello che doveva rimanere in me.

Tante armi di difesa in questo mondo progredito e neanche uno scudo per gli stronzi.

Skin.

Mi sciolgo, evapo, dissolvo.

Nessuna traccia di me resterà sui tuoi vestiti, né sulla giacca di pelle usurata all’altezza dei gomiti.

Mantengo il tuo sguardo: fisso, immobile. Mi guardi dentro. Sai che mento, come quella volta che ho detto « giuro ». Siamo fatti di menzogne e false promesse. Ci stringiamo le mani come per accordo, ma la stretta è dolorosa. 

Eppure sai che la pelle non mente. 

La pelle ricorda. Come quella volta che non ti sei occupato di lei qualche estate fa e continua a ricordarti gli errori, evidenziando al sole la stessa bruciatura. 

La pelle rievoca e riaccende le braci nascoste sotto la cenere. Le stesse con cui ti bruci la mattina di Natale pensando che il fuoco sia spento.

La pelle ricopre. Tessuti, capillari, ossa e nervi. Ricopre i miei sbagli e i tuoi. La ferita si rimargina anche quando non lo vuoi. E resta la cicatrice. 

Panta Rei.

Panta Rei, ti dico. 

Anche questo fiume, che sembra immobile, nasconde giorni di tormenta e notti insonni. 

Non lasciarti ingannare da questi ammaliatori sorridenti. Nei loro sguardi disonesti non c’è neanche un briciolo di sedicente felicità. 

Calpesto foglie croccanti, senti: è come mordere un salatino. Un corpo integro ridotto con un gesto in piccole piccolissime parti. E aspetto di addormentarmi, per guardarmi guardandoti, nel silenzio di un mattino grigio in cui la pioggia ha messo a tacere la città. 

Scivoli anche tu. Panta rei. Oppure no, fermati a mangiare, a prendere un caffè, o perché no? A dormire. Racconto belle storie da ubriaca. Basterà un bicchiere, vedrai.

E invece sì, panta rei. E te ne vai. Come le stagioni, come il sole dietro l’orizzonte. Da punto fisso, d’improvviso ti eclissi e non mi resta che un lontano bagliore. 

Altro giro, altra corsa.

Tutta la mia vita è entrata in un cassetto.

Sono fiera di questi traslochi; resta un piccolo spazio soltanto per il cuore,
che sicuramente ho lasciato nelle pieghe di chissà quale pantalone.

La cosa più importante comunque è la mia agenda, mi dico: organizzazione!

Bisogna stare attenti, molto attenti, a non lasciare indietro pezzi in tutto questo trambusto.

Poi la vita ricomincia e io mi sento un po’ Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”, finché un giorno o si romperà l’ingranaggio o io stessa diventerò l’ingranaggio.
Come Serafino Gubbio sarò un tutt’uno con la cinepresa e riprenderò la mia vita e il suo scorrere.

Sarà pure la volta buona che metto su “pausa”.

Quasinverno.

Mi manchi o mi manca.
E non so se è l’idea distorta che ho di te, del tuo doppio modificato dal mio immaginario perverso, o se sei proprio tu a mancarmi.
Giro a vuoto in questa casa cercandoti in ogni stanza, e non ti trovo.
Anche quell’idea che ho di te è sparita. Come le tende, che hai tolto per ultime.
Ti immagino ripiegarle con cura, prima un angolo, poi l’altro. Ti vedo mettere da parte le tazze, i miei piatti con i gatti cinesi, avvolgere nel film protettivo quelle poche cose fragili rimaste. Fragili come queste mani, spaccate dal freddo e dai graffi. Dai quali passa vento che non vorrei sentire, dolore che non vorresti provare.
Poi penso alla Conciergerie e quant’è bello passarci accanto di notte, quand’è tutta illuminata e non ha bisogno che qualcuno racconti la sua storia. Parla da sé, imponente com’è e si specchia vanitosa nella Senna. Nasconde segreti, come questo tuo cuore, sigillato dall’orgoglio.
Ti bacio sulla fronte stasera e dormo sogni tranquilli, cullati dai silenzi che ci scambiammo quell’ultima notte.

Bolgheri.

Vorrei che la testa smettesse di girare e che questo violento vortice di ricordi si dirigesse verso altri lidi, lontano dalle mie sponde.

E’ incredibile come la mente riesca a registrare e riproiettare scene di eventi trascorsi in maniera del tutto autonoma, involontaria. E tu sei lì, impotente, come davanti a un televisore acceso che dà proprio quel programma di merda, ma tu sei indeciso tra lo spegnere e il restare, perché, in fondo, vuoi proprio sapere come andrà a finire.

E allora sequenze infinite di diapositive che scorrono, immagini senza data ma cariche di emotività. Lacrime, risate, sprazzi di serietà di questo marasma cerebrale dove tu resti il fulcro, il punto focale, il centro di gravità.

Intorno a te gravitano poesie di poeti sconosciuti, canzoni di cantanti hipster e testi sconclusionati che nessuno ha mai capito, ma che non si è ancora smesso di canticchiare. Chiudo gli occhi e ho come l’impressione che tu sia esattamente oltre la mia palpebra, alla distanza di un ciglio. Vorrei poterti vedere anche ad occhi aperti e invece è solo quando dormo che i tuoi contorni diventano netti.

Aspettami, giuro che sto arrivando.

Camminerò lungo quel sentiero di cui ti ho parlato mille volte, quello di tutte le ville di un tempo, come a Bolgheri. Lungo i filari di alberi costeggerò l’asfalto che dà quell’ordine innaturale ai prati verdi. Pettinerò le cime degli alberi, accarezzerò i piccoli arbusti, mi pungerò con qualche ago un po’ troppo appuntito e tenterò di dare nomi a piante che non conosco.
Tutto questo per tornare da te.
Vederti sorridere ancora, zittire l’universo dei ricordi per dargliene da mangiare altri e placare la sua bulimia di affezione.

Insegnami.

Insegnami a non giocare col fuoco,
a non sporcarmi la coscienza,
a non volere tutto e subito.
Insegnami la dolce attesa del domani
e fammi dimenticare l’ansia del tempo che scorre.
Insegnami a distinguere il bene e il male,
il nero dal bianco.
Insegnami a non guardare sempre troppo lontano,
dove quasi arrivo a non vedere,
dove gli occhi sono accecati dal sole.
Insegnami ad apprezzare le piccole cose,
i gesti quotidiani, gli sguardi che ignoro
e i sorrisi che non vedo.
Insegnami, ti prego, ad amare.
A rispettare, a essere fedele,
sempre.
Insegnami l’importanza di un legame
e la forza di una radice.
Insegnami a vedere le cose con il cuore,
a smettere di titubare,
a smettere di far del male.
Insegnami a essere meno dura,
ma più forte,
meno elastica, ma più propensa.
Insegnami la costanza, l’equilibrio,
la leggiadra sospensione su di un filo.
Insegnami tutto quello che non so
e ripetimi quello che già conosco.
E poi dimmi perché.
Dimmi perché, a un certo punto,
diventa sempre “troppo tardi”.
Perché non si deve piangere sul latte versato,
perché questo fiume in piena non inonda tutto e tutti,
e ti riporta da me.