Profumo d’inverno.

C’ero io. E c’erano i rami dell’albero che, protesi verso l’alto, disegnavano un profilo scheletrico, segnato dall’inverno. Gli ultimi frutti, ancorati alle braccia lunghe, di legno, mostravano riluttanza. Il cielo di un azzurro limpido, una tempera accesa, leggermente smorzata dal bianco e poi il sole alto, accecante.
Ho passeggiato tra le viti spoglie dove, attaccate qua e là, c’erano foglie secche e un’unica pigna d’uva scura, cibo di insetti che al mio passaggio si sono alzati in volo, paurosi della minaccia. La terra umida si è piegata sotto il mio peso facendo da stampo alla mia scarpa e ci sono un po’ affondata dentro, sentendo ogni tanto l’ebbrezza della scivolata su foglie e frutti marci. Ho toccato quella terra più asciutta, sporcandomi volontariamente le mani. Volevo rotolarmici dentro, sentirla mia, annusare il profumo di qualcosa che mi appartiene soltanto di nome.
Lei ha cominciato a rincorrermi, scodinzolante. Noto il suo profilo da dietro che mi sembra allegro: un pon pon bianco su di un manto nero, il gioco di contrasti più riuscito di sempre. Allora ho camminato con lei, non al suo fianco perché ama precedermi e ho ripercorso tempi troppo spesso dimenticati.
Adesso il fitto boschetto di alberi magri è coperto da un pavimento di foglie appassite gialle e rosse. Tutto è in silenzio, ma i rami ricordano le risa di noi che bambini giocavamo a essere una famiglia di ‘grandi’. Pentolini, tazzine, coperchi, padelle. Tutto in miniatura affinché potesse essere proporzionato alle dimensioni delle nostre mani.  Anche un vecchio materasso e delle lenzuola sotto le quali ci nascondevamo raccontandoci storie e tu avevi dei bellissimi occhi.
Le grida dei nostri giochi animavano gli insetti e gli alberi, risuonavano nell’acqua del ruscello e facevano eco tra i rami che si passavano le nostre voci come una palla. Tutto, qui intorno, era pieno delle nostre voci gioiose.
Il bosco ora è più fitto, ma più spoglio rispetto a quei giorni caldi d’estate quando le foglie in alto erano così tante da non lasciar passare un filo di luce. I miei passi solitari adesso li sento e gli occhi seguono stretti sentieri percorsi mille e mille volte. Più lontano l’erba era corta e c’era la palla delle partite di calcio lunghissime. Adesso, invece, è così alta che non riesco neanche a capire dove arrivava quel confine disegnato dal campo e quell’albero enorme, sotto il quale osservavo frenetiche formiche nere di dimensioni spropositate, è stato bruciato dalle fiamme del fuoco, giunte fin qui. Una volta, qui dentro, in questo sentiero glabro e senza erba ci sono affondata con la curiosità di vedere quanto a fondo potessi arrivare con la gamba. Mi hai tirata su tu, col fango quasi fino al ginocchio mentre, piagnucolante, temevo di essere inghiottita dalla terra…
Correvamo e rotolavamo e c’erano torte di fango, corse folli in sella a una bici, giochi più o meno pericolosi fatti lontano dagli sguardi di mamme preoccupate. E io rientravo a casa sempre sporca, la terra secca attaccata ai pantaloni, i graffi sulle ginocchia e qualche livido qua e là. Piccole ferite che sanavano formando croste che amavo grattare via quando ormai tutto era passato e si poteva ricominciare, ricaderci sopra ancora una volta, riaprendo il taglio. L’ossigeno di questi alberi ha riempito i miei polmoni a cui ho restituito fiato, lacrime, urla.
Camminiamo ancora io e te, ma stavolta sei al mio fianco. Mi guardi, cosa ne sai tu di tutto questo? Nulla, ti basta solo che io ti lanci il rametto che hai puntato.