November.

Tutto resta immobile.

Questo vento, la pioggia, e il tempo che si è arrestato l’ultimo giorno che le tue labbra si sono posate sulle mie. Sbuffi di fiato che diventano nebbia in questa strada che non è la mia. E cammino e i miei passi fanno silenzio nel buio della notte, come per non svegliarti.

Quante volte ti ho visto addormentarti al mio fianco e poi mi hai stretto in un abbraccio. Quei giorni in cui anche i fiori hanno perso colore, io li ho visti passarmi accanto e tu li hai raccolti, piano.

Le stagioni mi passano addosso, mi scavalcano, dentro e fuori è un lento svenire. La dolce sensazione dello stare per cadere e farsi cullare.

Ti immagino giocare con i caldi raggi di sole anche adesso che è novembre. Una calda e luminosa estate, nel pieno di un rigido inverno.

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From Paris…with peace

Quando sono arrivata a Parigi, qualche mese fa, ho vissuto delle fasi di amore e odio per questa città. Il suo essere incredibilmente multietnica, il fascino dei quartieri degradati che stonano con quelli eleganti, i ponti illuminati all’imbrunire, la maestosità dei musei e delle ampie piazze. Ma, onestamente, non avrei mai creduto di rimanerci così a lungo. Invece, il susseguirsi degli eventi mi ha convinta a rimanere qui, delineando ufficialmente il mio profilo di giovane emigrata, come vuole la prassi.

La carte vitale, l’assurance maladie, les fiches de paie, les impôts…tante, nuove parole di burocratese infilate, una per una, nel mio dizionario mentale per assorbire lo spirito di un Paese nuovo, vicino, ma diverso. Il mio quotidiano sulle terrasses con i caffè a 2,50€, i diabolos menthe, le pizze croccanti, la metro, la musica dei locali.

Quella sera, quando CNN ha cominciato a gridarmi la parola a-t-t-e-n-t-a-t-o sono rimasta attonita per qualche attimo, con la speranza che si trattasse di un errore. Non era possibile che la mia nuova città, che ho fatto fatica ad accettare, fosse presa improvvisamente d’assalto da una banda di folli decerebrati. E invece sì.

Ma non ci è voluto molto perché me ne accorgessi. Un concerto di sirene mi ha circondata e ho avuto la netta impressione che qualcosa di terribilmente grave stesse accadendo a solo qualche kilometro di distanza. Le strade solitamente gremite e pullulanti di persone si sono svuotate nella ricerca folle di un riparo. Mani alzate ovunque per richiamare l’attenzione del tassista.

Poi una sfilata di blindati e di ambulanze in tutte le direzioni, le macchine della polizia cariche di uomini e donne armati che puntavano proprio contro di te. Una notte bianca e nera allo stesso tempo, macchiata di un sangue che avrebbe potuto essere quello di qualunque persona incrociata un giorno, così per caso, nella metro.

Parigi ha fatto fatica ad alzarsi, proprio perché quella sera non è andata a letto. Una città fantasma davanti ai miei occhi. Locali chiusi, piazze deserte e il sentimento pressante, opprimente, di ritrovarmi in un Paese atrocemente ferito nel suo quotidiano.

Eppure domenica c’era il sole. E i bar hanno riaperto. E la gente non ha rispettato il coprifuoco né i divieti imposti dalla polizia. E anch’io mi sono sentita meglio e ho avuto per la prima volta, dopo due giorni di apnea, l’impressione di essere tornata a respirare. Nel silenzio della metro, che non ho preso per 3 giorni di fila, ho cominciato a sentire della musica. Le persone che fino a qualche minuto prima avevano il viso teso e distante anni luce, si sono illuminate. Ho pensato: “ecco, è come se ci stessimo abbracciando”. Ci siamo scambiati dei sorrisi e anche la mia tensione si è vagamente allentata.

Oggi passeggio, guardandomi sempre intorno. E so che gli altri fanno lo stesso. Vedo militari ovunque, pieni di armi e muscoli. Sarà Natale anche quest’anno a Parigi anche se per un intero weekend ha chiuso Disney Land, il Louvre e pure il Moulin Rouge.

Qualcuno, dall’alto della sua poltrona, inneggia a una guerra in nome del tricolore e io sento di non starci assolutamente dentro. Non è nel mio nome che a sangue rispondi col sangue, anche se quel sangue versato avrebbe potuto  tranquillamente essere il mio. Detesto l’idea di una nuova guerra in nome della pace, come se l’ossimoro di per sé non fosse già abbastanza assurdo.

Mai come adesso avremmo bisogno di pace, mai come adesso le persone ‘normali’ sentono il bisogno di avvicinarsi e sentire il calore del loro prossimo, senza guardare negli occhi dell’altro con remore o spavento.

Mai come adesso avremmo bisogno di una pace che , però, non ci stiamo meritando.