Chi sarebbe quello “smart”?

Neanche la più bruciata delle Fenici non riesce a non rinascere dalle proprie ceneri. E così anch’io, sormontata da una valanga di ore passate in una stazione, mi riprendo aria pura…finché dura.

Negli ultimi tempi ho quasi una fissa, un pallino, una necessità: il mio cellulare, anzi il mio phone che è anche smart. Lo uso praticamente di continuo: durante le lezioni, a casa, in macchina, in treno, sola o in compagnia. A un certo punto, anche quando sembra che me lo sia dimenticato, ecco che mi si illumina una lampadina nel cervello e no, non è un’idea, ma è il pensiero di dover controllare il cellulare.
Cosa mi starà succedendo? A volte sono arrivata a pensare che sarebbe addirittura più comodo poterselo attaccare direttamente alla mano, al polso, da qualche parte, così mi eviterei quei pensieri tragici mentre frugo nello zaino della serie “l’ho perso”, “è finita, l’ho lasciato al supermercato”. Così, nella mia melodrammaticità solinga ho cominciato a rifletterci su e sono giunta alla conclusione che sto andando incontro a una qualche trasformazione. Sì, mi sta succedendo qualcosa. Starò mica diventando una di quelle tristi persone che guarda un tramonto e deve scattare per forza una foto o che mangia solo dopo essersi fatta un selfie col piatto?
Che poi, se mi permettete una piccola parentesi, io questa parola qui, “selfie”, la odio. E’ anche la prima volta che la vedo scritta da me stessa, composta con i tasti della mia tastiera e mi provoca l’orticaria. Ma solo a me dà fastidio? Perché la usano tutti?
Ma poi, cos’è questo parossismo narcisistico? Perché diciamoci la verità: la fotogenia non è una prerogativa di tutti gli individui e tutti i filtri di Aviary e dell’Iphone non salveranno chi viene male per disfunzione genetica nelle foto. E invece mi ritrovo spesso sotto gli occhi foto brutte di persone che fanno qualunque cosa nell’arco della giornata e che non solo sentono il bisogno di scattarsela ‘sta foto, ma devono anche condividerla con l’altro. Questa necessità di ‘condivisione’ (parola di cui si sono appropriati i social network) ha cambiato completamente sfaccettature negli ultimi mesi. Io ero rimasta a una bella birretta al bar, alle chiacchiere del più e del meno come esempio di condivisione, ma anche una passeggiata, un’uscita, un film al cinema. E invece no, è diverso…e io non ci sto dentro. Non riesco a mutare con i tempi e anche se lo smartphone ce l’ho e lo uso, mi astengo dal “selfie”.
Per strada, qualche giorno fa, mi è capitato di incrociare almeno 5-6 coetanei e tutti, nessuno escluso, avevano un cellulare in mano. In effetti ultimamente si deve stare attenti alla traiettoria di quello che sta fisso a guardare lo schermo per evitare di placcarlo come se fosse una partita di rugby. Eppure, nonostante mi senta coinvolta in questa (auto)critica, il tutto non mi sembra meno triste di quanto io lo veda, ma vorrei potessero accorgersene tutti e, in un momento improvviso, alzare lo sguardo dai cellulari per scoprirsi stupidi a camminare senza guardare avanti.

Sono vittima e complice, ma comincio a studiare le mie mosse per non farmi coinvolgere troppo. Phone, ti darò la prova di essere più smart, non mi avrai!