Bolgheri.

Vorrei che la testa smettesse di girare e che questo violento vortice di ricordi si dirigesse verso altri lidi, lontano dalle mie sponde.

E’ incredibile come la mente riesca a registrare e riproiettare scene di eventi trascorsi in maniera del tutto autonoma, involontaria. E tu sei lì, impotente, come davanti a un televisore acceso che dà proprio quel programma di merda, ma tu sei indeciso tra lo spegnere e il restare, perché, in fondo, vuoi proprio sapere come andrà a finire.

E allora sequenze infinite di diapositive che scorrono, immagini senza data ma cariche di emotività. Lacrime, risate, sprazzi di serietà di questo marasma cerebrale dove tu resti il fulcro, il punto focale, il centro di gravità.

Intorno a te gravitano poesie di poeti sconosciuti, canzoni di cantanti hipster e testi sconclusionati che nessuno ha mai capito, ma che non si è ancora smesso di canticchiare. Chiudo gli occhi e ho come l’impressione che tu sia esattamente oltre la mia palpebra, alla distanza di un ciglio. Vorrei poterti vedere anche ad occhi aperti e invece è solo quando dormo che i tuoi contorni diventano netti.

Aspettami, giuro che sto arrivando.

Camminerò lungo quel sentiero di cui ti ho parlato mille volte, quello di tutte le ville di un tempo, come a Bolgheri. Lungo i filari di alberi costeggerò l’asfalto che dà quell’ordine innaturale ai prati verdi. Pettinerò le cime degli alberi, accarezzerò i piccoli arbusti, mi pungerò con qualche ago un po’ troppo appuntito e tenterò di dare nomi a piante che non conosco.
Tutto questo per tornare da te.
Vederti sorridere ancora, zittire l’universo dei ricordi per dargliene da mangiare altri e placare la sua bulimia di affezione.

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Insegnami.

Insegnami a non giocare col fuoco,
a non sporcarmi la coscienza,
a non volere tutto e subito.
Insegnami la dolce attesa del domani
e fammi dimenticare l’ansia del tempo che scorre.
Insegnami a distinguere il bene e il male,
il nero dal bianco.
Insegnami a non guardare sempre troppo lontano,
dove quasi arrivo a non vedere,
dove gli occhi sono accecati dal sole.
Insegnami ad apprezzare le piccole cose,
i gesti quotidiani, gli sguardi che ignoro
e i sorrisi che non vedo.
Insegnami, ti prego, ad amare.
A rispettare, a essere fedele,
sempre.
Insegnami l’importanza di un legame
e la forza di una radice.
Insegnami a vedere le cose con il cuore,
a smettere di titubare,
a smettere di far del male.
Insegnami a essere meno dura,
ma più forte,
meno elastica, ma più propensa.
Insegnami la costanza, l’equilibrio,
la leggiadra sospensione su di un filo.
Insegnami tutto quello che non so
e ripetimi quello che già conosco.
E poi dimmi perché.
Dimmi perché, a un certo punto,
diventa sempre “troppo tardi”.
Perché non si deve piangere sul latte versato,
perché questo fiume in piena non inonda tutto e tutti,
e ti riporta da me.

Saudade.

A volte, o meglio, spesso, ho una sorta di nostalgia.
Una mancanza, un prurito, un difetto. La sensazione che ci sia, da qualche parte, un pezzo mancante. Dev’esserci una sorta di scatolone, dal quale saltano fuori a intervalli, più o meno regolari, i ricordi.

Oggi, ad esempio, avevo nostalgia del mio professore di spagnolo delle superiori. E mi sentivo stupida (e anche peggio), ma continuavo a ripetermi a lavoro: “La princesa está triste…¿Qué tendrá la princesa?”
Con quelle sue lezioni sulla poesia, le sue letture appassionate e approfondite, le lezioni ispiratrici, l’amore per la parola raffinata, sottile.
Non so se l’ha mai saputo o capito, ma io adoravo ascoltarlo.

E se c’è una cosa che rimpiango della mia vita tra i banchi è proprio quell’osmosi di conoscenza. La sensazione di un passaggio, come di un fluido prezioso, che si versava nel mio calice mentale di adolescente. Quante volte ho rinnegato quella vita monotona e privativa, pensando che ‘crescere’ fosse una benedizione.

Eh beh, ho scoperto solo anni dopo quanto mi sbagliassi.

Altre volte faccio un gioco.
Chiudo gli occhi e mi proietto con la mente davanti alla vetrata di casa. Davanti al mio paesaggio, quello che ho disegnato proprio qui, accanto al cuore. Vedo gli alberi verdi, le curve delle colline che diventano man mano montagne più appuntite. Vedo quei difetti, uno ad uno, della terra che mi circonda e la riconosco. Lo so che è mia. Ad occhi chiusi vedo le case, i pali della luce, le strade curvilinee, i segni della frana.

Anche dall’altra parte del mondo quel paesaggio è mio e, ad occhi chiusi, lo riconosco.

Ultimamente ho imparato una parola nuova: saudade. Non credo esista un equivalente, o quantomeno non conosco altre parole che possano tradurre quello stesso sentimento di ‘ricordo nostalgico, accompagnato da un desiderio di riviverlo o possederlo’.
Ecco, dopo anni, è questo il sentimento più forte che provo. Un’immensa saudade di luoghi, sapori, visi e momenti, diluiti nel mare dei ricordi.

 

Nella memoria.

La fisso. E lei fissa me.
Immobile, sul pavimento, non fa un singolo movimento.
Eppure io la vedo agitarsi, all’interno, come se il suo contenuto potesse esplodere da un momento all’altro. Sposto le alette di cartone piano, per evitare che i ricordi saltino fuori in maniera disordinata e violenta.
Lascio cadere sul pavimento ogni piccola lettera, ogni bigliettino scritto prima di andare a lavoro: “amore, questo dolcino è per te”. È tutto stipato e conservato in una stratificazione scomposta che finirà in decomposizione nell’angolo più buio di questa stanza.

Non avevo mai aperto una scatola in grado di fermare il cuore.

Man mano risento profumi, mi suonano in testa stralci di conversazioni, istantanee di giorni che non torneranno…Mani che si stringono, labbra che si cercano nei letti di tutta Europa.
Io e te, addormentati in due letti diversi e scatole piene di ricordi a separarci.

Mal di (Se)nna.

L’allineamento dei pianeti sta cercando di comunicarmi qualcosa, lo sento.

Anche l’oroscopo della settimana dice che devo svincolarmi da obblighi banali. Fatto sta che, o io non so leggere le stelle, o questo allineamento è totalmente erroneo e bisogna aspettare il successivo.

Mentre aspetto – attraversando la Senna – la mia fermata, tante domande sotto forma di piccoli sbuffi di fiato, appannano il mio finestrino. Le guardo scriversi da sole tra lo sporco dei vetri e appena mi giro, loro non ci sono più.
Piccole, grandi, curvate, rigide, numerose lettere formano domande inutili.  Domande accentate, senza punto interrogativo, con apostrofi sbagliati. Domande che si spingono tra di loro, che sgomitano, domande che si fanno lo sgambetto.
Mi seguono, mi alienano, sono con me al lavoro, tra le pagine dei libri, nelle lenzuola. Di mattina sono assopite, appoggiate sul cuscino, ma appena alzo il capo, eccole! che rimbalzano immediatamente, pronte ad assillarmi.
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare? Come ti senti? Soffri? E mamma e papà? Vuoi un giardino? E un gatto? Che tempo fa? Non pensi che la recente politica di sinistra dovrebbe interessarti di più? Perché non fai conversazioni di un certo livello anziché parlare di dolci? Quando ti occuperai di leggere quei libri dove ti sei fermata a metà?

Niente, niente di tutto ciò mi interessa. Non mi interessi tu, né lei, né quell’altro. Non mi interessano gli orari, la gente, gli scioperi, la tivvù. Non mi interessano le domande, né le risposte. Non mi interessano la dieta, i grassi idrogenati, gli affitti troppo alti. Non mi interessa cosa c’è nel carrello della spesa, se ti sei sposato, come si chiama il tuo compagno. Non mi interessa come ti senti, che tempo fa, di che colore hai scelto le tende. Non mi interessa se piove e non hai l’ombrello, se hai calpestato una merda. Non mi interessa la rima, l’ultimo album del tuo gruppo preferito che io non conosco.

Tante, troppe domande e solo un’unica risposta: sticazzi.

L’eco.

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Tutti i colori li vedo sbiadire, non restano tracce di quello che è stato.
La primavera e l’estate cancellate da questo calendario. 
Ricordo quando passeggiavamo nel bosco. Quella brezza leggera, il sole che filtrava tra i rami altissimi degli alberi e la tua voce che accompagnava i nostri passi. E i silenzi.
Non si contano i paesaggi che si sono stampati negli occhi, diapositive di un passato così vicino che posso sentirne ancora il profumo dei giorni.
L’odore delle mele al forno, il profumo dell’incenso acceso, il sapore del sushi che mi hai preparato.
Tocco i miei ricordi e scottano come braci ardenti. Mi brucio ad ogni passo indietro che faccio e ti rivedo in ogni tuo singolo gesto. Ogni piccola manovra che ho osservato al mattino, il ritmo del tuo passo, il tuo fiato, il tuo sudore. Quante volte ho ascoltato il cuore battere e ne ho fatto una canzone.

Ogni scheggia di questo bellissimo vaso rotto non tornerà mai più nella posizione in cui era. Mancata è adesso quella forma geometrica perfetta che le spettava. Mi restano un mucchio di foto dello splendore che era quando, appoggiato lì, sul quel mobile, sembrava semplicemente perfetto.
Eppure sai che sono sbadata, e adesso l’ho rotto. 

Living abroad.

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Living abroad is exciting.

Every day is a new adventure. The streets around you are just a new world and you know they hide secrets and treasures. And I love it.
The feeling of discovery, feeling a little bit lost before I find my way again and bumping into new people looking just as lost as you do.

That is good. Freaking good.

However, the cost of living far away from family and friends is pretty high.

  • You constantly miss mum and dad. And bro too. You miss the way they cook, how they laugh, when they quarrel.
  • You miss your cats and dogs (if you got them). The cuddles in the morning and before going to sleep. The fact that they are awake at any time you come back home after partying all night long, as if the were just waiting for you.
  • You miss food. Everything around you seems tasteless and colourless. All looks faded and way far from fresh.
  • You miss your fully equipped bathroom and kitchen and all those “useless objects”, (that suddenly start to be of use).
  • You miss having a bidet. Oh, yes you do. Above all if you are Italian and will never understand why we did not export bidets together with pasta.
  • And pizza. Yeah, you miss pizza. Nowhere else in the world pizza will taste like in Naples. And when I see “mozzarella cheese” I got shivers. It’s not cheese, guys, it’s mozzarella! Nothing to do with anything else.

I just noticed most of what I mentioned is related to food. And in case you didn’t grasp the meaning of all this, food is REALLY important to me. But now friends.

  • You miss THAT special friend. You don’t see him/her often because we are part of that “00” generation always travelling around the world. But when you meet, it’s like you never left each other.
  • You miss the way they can make you feel at home just by sending you an audio message or a picture.
  • You miss the fact parties are never the same without them.
  • The supermarket misses both of you for the quantity of alcohol you can buy [and drink] in just one night.

All in all, leaving abroad still remains one of the greatest things you can experience. Meeting new cultures, languages, people and habits boost your intelligence and make you fit in this multicultural world where small realities are just as important as the whole world together.

Take care and open your mind.

In the middle of January.

Avrei avuto bisogno di tempo.
Tempo per identificare, analizzare, incanalare. E invece queste giornate non bastano e non sono mai bastate. Mai nulla ti ha riportato indietro. Neanche quella lacrima quando eri lì, proprio dietro le mie palpebre, mentre ti sognavo. Sei scivolato giù veloce sulla mia guancia. Ti sei posato giusto un attimo sul mento, esitante, prima di cadere sul pavimento già bagnato.

Pallido è il colore di queste mura e fuori si gela.
Le dita diventano paonazze mentre la temperatura scende. La città mi ricorda che l’inverno è incollato alle strade e che le foglie non hanno più voglia di dondolarsi. Non resta che qualche stralcio di poesia, pezzi di pagine che corrono dietro al vento.

Dove sono adesso le tue mani?

November.

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Tutto resta immobile.

Questo vento, la pioggia, e il tempo che si è arrestato l’ultimo giorno che le tue labbra si sono posate sulle mie. Sbuffi di fiato che diventano nebbia in questa strada che non è la mia. E cammino e i miei passi fanno silenzio nel buio della notte, come per non svegliarti.

Quante volte ti ho visto addormentarti al mio fianco e poi mi hai stretto in un abbraccio. Quei giorni in cui anche i fiori hanno perso colore, io li ho visti passarmi accanto e tu li hai raccolti, piano.

Le stagioni mi passano addosso, mi scavalcano, dentro e fuori è un lento svenire. La dolce sensazione dello stare per cadere e farsi cullare.

Ti immagino giocare con i caldi raggi di sole anche adesso che è novembre. Una calda e luminosa estate, nel pieno di un rigido inverno.