Nella memoria.

La fisso. E lei fissa me.
Immobile, sul pavimento, non fa un singolo movimento.
Eppure io la vedo agitarsi, all’interno, come se il suo contenuto potesse esplodere da un momento all’altro. Sposto le alette di cartone piano, per evitare che i ricordi saltino fuori in maniera disordinata e violenta.
Lascio cadere sul pavimento ogni piccola lettera, ogni bigliettino scritto prima di andare a lavoro: “amore, questo dolcino è per te”. È tutto stipato e conservato in una stratificazione scomposta che finirà in decomposizione nell’angolo più buio di questa stanza.

Non avevo mai aperto una scatola in grado di fermare il cuore.

Man mano risento profumi, mi suonano in testa stralci di conversazioni, istantanee di giorni che non torneranno…Mani che si stringono, labbra che si cercano nei letti di tutta Europa.
Io e te, addormentati in due letti diversi e scatole piene di ricordi a separarci.

Mal di (Se)nna.

L’allineamento dei pianeti sta cercando di comunicarmi qualcosa, lo sento.

Anche l’oroscopo della settimana dice che devo svincolarmi da obblighi banali. Fatto sta che, o io non so leggere le stelle, o questo allineamento è totalmente erroneo e bisogna aspettare il successivo.

Mentre aspetto – attraversando la Senna – la mia fermata, tante domande sotto forma di piccoli sbuffi di fiato, appannano il mio finestrino. Le guardo scriversi da sole tra lo sporco dei vetri e appena mi giro, loro non ci sono più.
Piccole, grandi, curvate, rigide, numerose lettere formano domande inutili.  Domande accentate, senza punto interrogativo, con apostrofi sbagliati. Domande che si spingono tra di loro, che sgomitano, domande che si fanno lo sgambetto.
Mi seguono, mi alienano, sono con me al lavoro, tra le pagine dei libri, nelle lenzuola. Di mattina sono assopite, appoggiate sul cuscino, ma appena alzo il capo, eccole! che rimbalzano immediatamente, pronte ad assillarmi.
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare? Come ti senti? Soffri? E mamma e papà? Vuoi un giardino? E un gatto? Che tempo fa? Non pensi che la recente politica di sinistra dovrebbe interessarti di più? Perché non fai conversazioni di un certo livello anziché parlare di dolci? Quando ti occuperai di leggere quei libri dove ti sei fermata a metà?

Niente, niente di tutto ciò mi interessa. Non mi interessi tu, né lei, né quell’altro. Non mi interessano gli orari, la gente, gli scioperi, la tivvù. Non mi interessano le domande, né le risposte. Non mi interessano la dieta, i grassi idrogenati, gli affitti troppo alti. Non mi interessa cosa c’è nel carrello della spesa, se ti sei sposato, come si chiama il tuo compagno. Non mi interessa come ti senti, che tempo fa, di che colore hai scelto le tende. Non mi interessa se piove e non hai l’ombrello, se hai calpestato una merda. Non mi interessa la rima, l’ultimo album del tuo gruppo preferito che io non conosco.

Tante, troppe domande e solo un’unica risposta: sticazzi.

L’eco.

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Tutti i colori li vedo sbiadire, non restano tracce di quello che è stato.
La primavera e l’estate cancellate da questo calendario. 
Ricordo quando passeggiavamo nel bosco. Quella brezza leggera, il sole che filtrava tra i rami altissimi degli alberi e la tua voce che accompagnava i nostri passi. E i silenzi.
Non si contano i paesaggi che si sono stampati negli occhi, diapositive di un passato così vicino che posso sentirne ancora il profumo dei giorni.
L’odore delle mele al forno, il profumo dell’incenso acceso, il sapore del sushi che mi hai preparato.
Tocco i miei ricordi e scottano come braci ardenti. Mi brucio ad ogni passo indietro che faccio e ti rivedo in ogni tuo singolo gesto. Ogni piccola manovra che ho osservato al mattino, il ritmo del tuo passo, il tuo fiato, il tuo sudore. Quante volte ho ascoltato il cuore battere e ne ho fatto una canzone.

Ogni scheggia di questo bellissimo vaso rotto non tornerà mai più nella posizione in cui era. Mancata è adesso quella forma geometrica perfetta che le spettava. Mi restano un mucchio di foto dello splendore che era quando, appoggiato lì, sul quel mobile, sembrava semplicemente perfetto.
Eppure sai che sono sbadata, e adesso l’ho rotto. 

Living abroad.

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Living abroad is exciting.

Every day is a new adventure. The streets around you are just a new world and you know they hide secrets and treasures. And I love it.
The feeling of discovery, feeling a little bit lost before I find my way again and bumping into new people looking just as lost as you do.

That is good. Freaking good.

However, the cost of living far away from family and friends is pretty high.

  • You constantly miss mum and dad. And bro too. You miss the way they cook, how they laugh, when they quarrel.
  • You miss your cats and dogs (if you got them). The cuddles in the morning and before going to sleep. The fact that they are awake at any time you come back home after partying all night long, as if the were just waiting for you.
  • You miss food. Everything around you seems tasteless and colourless. All looks faded and way far from fresh.
  • You miss your fully equipped bathroom and kitchen and all those “useless objects”, (that suddenly start to be of use).
  • You miss having a bidet. Oh, yes you do. Above all if you are Italian and will never understand why we did not export bidets together with pasta.
  • And pizza. Yeah, you miss pizza. Nowhere else in the world pizza will taste like in Naples. And when I see “mozzarella cheese” I got shivers. It’s not cheese, guys, it’s mozzarella! Nothing to do with anything else.

I just noticed most of what I mentioned is related to food. And in case you didn’t grasp the meaning of all this, food is REALLY important to me. But now friends.

  • You miss THAT special friend. You don’t see him/her often because we are part of that “00” generation always travelling around the world. But when you meet, it’s like you never left each other.
  • You miss the way they can make you feel at home just by sending you an audio message or a picture.
  • You miss the fact parties are never the same without them.
  • The supermarket misses both of you for the quantity of alcohol you can buy [and drink] in just one night.

All in all, leaving abroad still remains one of the greatest things you can experience. Meeting new cultures, languages, people and habits boost your intelligence and make you fit in this multicultural world where small realities are just as important as the whole world together.

Take care and open your mind.

In the middle of January.

Avrei avuto bisogno di tempo.
Tempo per identificare, analizzare, incanalare. E invece queste giornate non bastano e non sono mai bastate. Mai nulla ti ha riportato indietro. Neanche quella lacrima quando eri lì, proprio dietro le mie palpebre, mentre ti sognavo. Sei scivolato giù veloce sulla mia guancia. Ti sei posato giusto un attimo sul mento, esitante, prima di cadere sul pavimento già bagnato.

Pallido è il colore di queste mura e fuori si gela.
Le dita diventano paonazze mentre la temperatura scende. La città mi ricorda che l’inverno è incollato alle strade e che le foglie non hanno più voglia di dondolarsi. Non resta che qualche stralcio di poesia, pezzi di pagine che corrono dietro al vento.

Dove sono adesso le tue mani?

November.

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Tutto resta immobile.

Questo vento, la pioggia, e il tempo che si è arrestato l’ultimo giorno che le tue labbra si sono posate sulle mie. Sbuffi di fiato che diventano nebbia in questa strada che non è la mia. E cammino e i miei passi fanno silenzio nel buio della notte, come per non svegliarti.

Quante volte ti ho visto addormentarti al mio fianco e poi mi hai stretto in un abbraccio. Quei giorni in cui anche i fiori hanno perso colore, io li ho visti passarmi accanto e tu li hai raccolti, piano.

Le stagioni mi passano addosso, mi scavalcano, dentro e fuori è un lento svenire. La dolce sensazione dello stare per cadere e farsi cullare.

Ti immagino giocare con i caldi raggi di sole anche adesso che è novembre. Una calda e luminosa estate, nel pieno di un rigido inverno.

From Paris…with peace

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Quando sono arrivata a Parigi, qualche mese fa, ho vissuto delle fasi di amore e odio per questa città. Il suo essere incredibilmente multietnica, il fascino dei quartieri degradati che stonano con quelli eleganti, i ponti illuminati all’imbrunire, la maestosità dei musei e delle ampie piazze. Ma, onestamente, non avrei mai creduto di rimanerci così a lungo. Invece, il susseguirsi degli eventi mi ha convinta a rimanere qui, delineando ufficialmente il mio profilo di giovane emigrata, come vuole la prassi.

La carte vitale, l’assurance maladie, les fiches de paie, les impôts…tante, nuove parole di burocratese infilate, una per una, nel mio dizionario mentale per assorbire lo spirito di un Paese nuovo, vicino, ma diverso. Il mio quotidiano sulle terrasses con i caffè a 2,50€, i diabolos menthe, le pizze croccanti, la metro, la musica dei locali.

Quella sera, quando CNN ha cominciato a gridarmi la parola a-t-t-e-n-t-a-t-o sono rimasta attonita per qualche attimo, con la speranza che si trattasse di un errore. Non era possibile che la mia nuova città, che ho fatto fatica ad accettare, fosse presa improvvisamente d’assalto da una banda di folli decerebrati. E invece sì.

Ma non ci è voluto molto perché me ne accorgessi. Un concerto di sirene mi ha circondata e ho avuto la netta impressione che qualcosa di terribilmente grave stesse accadendo a solo qualche kilometro di distanza. Le strade solitamente gremite e pullulanti di persone si sono svuotate nella ricerca folle di un riparo. Mani alzate ovunque per richiamare l’attenzione del tassista.

Poi una sfilata di blindati e di ambulanze in tutte le direzioni, le macchine della polizia cariche di uomini e donne armati che puntavano proprio contro di te. Una notte bianca e nera allo stesso tempo, macchiata di un sangue che avrebbe potuto essere quello di qualunque persona incrociata un giorno, così per caso, nella metro.

Parigi ha fatto fatica ad alzarsi, proprio perché quella sera non è andata a letto. Una città fantasma davanti ai miei occhi. Locali chiusi, piazze deserte e il sentimento pressante, opprimente, di ritrovarmi in un Paese atrocemente ferito nel suo quotidiano.

Eppure domenica c’era il sole. E i bar hanno riaperto. E la gente non ha rispettato il coprifuoco né i divieti imposti dalla polizia. E anch’io mi sono sentita meglio e ho avuto per la prima volta, dopo due giorni di apnea, l’impressione di essere tornata a respirare. Nel silenzio della metro, che non ho preso per 3 giorni di fila, ho cominciato a sentire della musica. Le persone che fino a qualche minuto prima avevano il viso teso e distante anni luce, si sono illuminate. Ho pensato: “ecco, è come se ci stessimo abbracciando”. Ci siamo scambiati dei sorrisi e anche la mia tensione si è vagamente allentata.

Oggi passeggio, guardandomi sempre intorno. E so che gli altri fanno lo stesso. Vedo militari ovunque, pieni di armi e muscoli. Sarà Natale anche quest’anno a Parigi anche se per un intero weekend ha chiuso Disney Land, il Louvre e pure il Moulin Rouge.

Qualcuno, dall’alto della sua poltrona, inneggia a una guerra in nome del tricolore e io sento di non starci assolutamente dentro. Non è nel mio nome che a sangue rispondi col sangue, anche se quel sangue versato avrebbe potuto  tranquillamente essere il mio. Detesto l’idea di una nuova guerra in nome della pace, come se l’ossimoro di per sé non fosse già abbastanza assurdo.

Mai come adesso avremmo bisogno di pace, mai come adesso le persone ‘normali’ sentono il bisogno di avvicinarsi e sentire il calore del loro prossimo, senza guardare negli occhi dell’altro con remore o spavento.

Mai come adesso avremmo bisogno di una pace che , però, non ci stiamo meritando.

 

 

 

 

 

 

Dentro i cassetti.

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Nei miei cassetti ho trovato un mucchio di oggetti preziosi.
Frammenti della mia vita racchiusi in piccoli peluches e fotografie sgualcite. Dal primo all’ultimo, passo in rassegna attimi di un’esistenza ormai sbiadita. Gli oggetti, piccoli e materiali, senza alcun potenziale affettivo, restano lì immobili, eterni custodi di una me che non c’è più. Il diario di quell’anno in cui sono caduta in bicicletta testimonia una mia grafia storta, la mano ferita che ha cercato a tentoni di disegnare delle lettere per sfogare la rabbia di un’estate passata tutta fasciata. Poi c’è la cinepresa super 8 di papà, resuscitata dalla polvere della mansarda per soddisfare il mio fascino per il vecchio, rotto o poco funzionante. E insieme alla valigetta che la conteneva sono uscite fuori tutte le cassette, a loro volta pronte a raccontare storie più che dimenticate.
Nel secondo scomparto ho trovato la foto di un quasi bacio. Un attimo creato di proposito per fare uno scatto, la guardo e poi la rovescio. Non voglio che riaffiorino i ricordi. Poi ho trovato tutti i portachiavi che anni fa avevo allo zaino, ma quanti erano? Almeno dieci, forse quindici. Ma cosa cazzo mi passava per la testa? In un altro ci sono i quaderni. Dal 1999 racconto la mia vita a un potenziale pubblico inesistente a suon di critiche, a guardarmi oggi non sono poi cambiata così tanto.
Lì accanto, in fondo, ho trovato un anello. Un preziosissimo anello in plastica verde acqua. Di quelli luminosi. Una volta, infatti, si accendeva e francamente ne andavo molto fiera. Ancora oggi, quando lo vedo, lo indosso. Non riesco a resistere. Rovistando sono uscite fuori anche tante scatoline e in una ci sono dei biglietti che ci lanciavamo tra i banchi delle scuole medie. “Vuoi fidanzarti con me? Sì o no?” Non mi sono mai piaciute le domande così dirette, sfrontate. Lo spazio è rimasto bianco…
Spostando le cartacce, gli scontrini di aggeggi vari ormai andati persi o di cui non ricordo neanche l’esistenza, spuntano fuori le prime fotocamere dell’epoca digitale. I primi passi mossi dal mondo dei giovani verso il 2.0 che, mio malgrado/per mia fortuna, non mi hanno condotta verso instagrampinterest. L’elemento più inquietante di questa mia non voluta ricerca nell’abisso dei miei cassetti è la traccia del trascorrere del tempo. CD che non suonano più, con playlist di canzoni che oggi mi danno i brividi. Cosiddetti ‘artisti’ che ho preferito lanciare nell’oblio, ma di cui, tuttavia, resta traccia. La mia me evoluta, dall’ominide primitivo sino alla forma sapiens raccontato da pezzi di carta e spazzatura in plastica non riciclabile. Eppure eccola qui la vita che ci passa davanti: ci lasciamo alle spalle storie che poi non ricordiamo di aver vissuto e che rimangono impresse nelle cicatrici che ci portiamo addosso e nelle spaccature di oggetti feriti, che abbiamo (quasi) rotto.

Quando tornerai dall’estero…

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Che voglia di andare all’estero!
L’emozione del viaggio, l’ansia della partenza, il rombo dei motori dell’aereo che sta per decollare…e già nella mente tutto comincia a prendere forme diverse: i campi si colorano, le montagne si ammorbidiscono, i contorni sfumano all’orizzonte per creare nuovi paesaggi. E poi c’è l’arrivo: il momento in cui inciampi in una nuova lingua, i cartelli che segnano divieti diversi e le facce intorno a te, che vedi estranee e un po’ smarrite, proprio come la tua.
Poi passa una settimana, due, tre…Tutto cambia. La novità dei primi giorni si sgretola di fronte alla quotidianità, quello che era speciale diventa normale e si attiva un ingranaggio, il solito ingranaggio di una routine che in ogni parte del mondo è la stessa, a qualunque latitudine tu possa trovarti. Ma allora cos’è che fa speciale un luogo, un lavoro, un momento? Cos’è quello spazio in cui per tanto ti sei sentito stretto e che invece, a distanza, sembra dilatarsi e diventare enorme rispetto a quello in cui sei adesso? Non è forse la tua famiglia, la tua casa, la persona della tua vita che ti sta accanto e colora un giorno di pioggia o soffia via le lacrime dalle tue guance?
Quanta solitudine c’è nelle distanze?
Vedi la nostalgia aggrapparsi a tutti gli angoli della stanza e le abitudini altrui starti addosso come il vestito di una taglia troppo stretta. Cominci a pensare, giorno dopo giorno, che forse questa non è la tua vita. Che non è giusto nuotare tra gli spazi vuoti della mancanza e che, per quanto adattato, sarai sempre inadatto.
Avrai nostalgia del profumo dei chicchi di caffè, del filare della mozzarella su una pizza al pomodoro, delle verdure senza imballaggi di plastica, dei momenti di silenzio sul divano mentre dai un bacio, della musica che nessuno ascolta anche se lo stereo è acceso, del calore di un abbraccio in cui ti senti al sicuro. E più di tutto, senti dentro di te la solitudine di un giorno che non passa senza che pensi a quello che ti sei lasciato alle spalle. Alle persone che hai incontrato e che non rivedrai più, agli amici che avevi e che adesso non saluti, alle “amicizie” di facebook a cui non hai mai creduto e che cancelli dopo mesi, ai tuoi fratelli che crescono e i genitori che invecchiano. A te stesso, che vedi passare alla dogana di una fase successiva della vita senza avere mai avuto il documento adatto per superarla. E un vortice di pensieri turbina nel tuo cuore che, rimasto solo, si affaccia sulle macerie.

Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: “Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire”. A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell’anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo.