San Valentino: la festa di ogni…

In questi ultimi anni l’anticonformismo è sempre più di moda, mentre la capacità di discernimento tra il rifiuto del materialismo e la conservazione delle buone abitudi va sempre più perdendosi, tant’è che ormai ‘sto povero Valentino, il 14 febbraio, se ne sente dire di tutti i colori. Tutto l’accanimento si scatena contro cuoricini di carta o stoffa, animaletti di peluches, festoni che inneggiano all’amore eterno e, ahimé, anche contro quelle quantità inimmaginabili di cioccolato venduto ovunque e spesso provvisto di frasette poetiche strappalacrime. Dal mio canto, io non ci vedo niente di male nel celebrare un giorno con un gesto o un’attenzione in più e se da una parte rifiuto aspramente l’acquisto ossessivo-compulsivo del primo oggetto a caso che dovrebbe in qualche modo essere ispiratore d’amore, dall’altro non me la prenderei poi tanto con un coniglietto di stoffa con in mano un cuoricino di cacao. È risaputo che la società consumistica di cui facciamo parte spinga noi potenziali acquirenti muovendoci all’acquisto con una ragione che in qualche modo tocca il cuore (e per questo tollerata), ma non è detto ci si debba per forza piegare alla tentazione. Non la pensano allo stesso modo quelli che (soprattutto ultimamente) cercano di fare più gli splendidi degli altri, pavoneggiandosi col regalo più chic, più costoso, più folle, più inusuale, mentre nella realtà di tutti i giorni dimentica l’ABC della coppia e crede che un bacio perugina basti a coprire i buchi degli altri 364 giorni.
E la mia polemica potrebbe seguitare all’infinito, allacciarsi alla festa della donna, a Natale, a Pasqua, agli onomastici e i compleanni e sviluppare temi di cui non sono ancora cosciente, ma voglio essere buona perché ogni 14 febbraio mi rievoca non solo i fidanzatini o i corteggiatori delle scuole elementari che ti facevano trovare la rosa rossa sul banco facendoti arrossire davanti a tutta la classe, quanto piuttosto la mamma che aveva sempre pronto un orsetto di peluche ripieno di cioccolato e che per me era il simbolo materiale dell’amore più vero che esista.

La dipendenza da cioccolato.

La dipendenza da cioccolato è una cosa seria. E per quanti di voi si potrebbero divertire a schernire l’argomento sostenendo che si tratti di semplice golosità, beh, per altri come me, si tratta di qualcosa di molto più serio.
Il cioccolato è una fonte di felicità e io la custodisco preziosamente nel mio cassetto.
Ho sempre una scorta di cioccolato di diversi tipi e forme: al latte, fondente al 70%, con riso soffiato, con ripieno di alcol e le scelte che faccio dipendono dal momento che sto vivendo e dalla necessità che sento.
Quando voglio impormi salutismo, scelgo il cioccolato fondente che (a detta dei più esperti) contiene flavonoidi, che per chi come me non sapeva cosa fossero prima d’ora, sono dei potenti antiossidanti, ma non solo, quello fondente dà energia e facilita la produzione di endorfine (e questo lo so per esperienza). Così esco di casa con la netta impressione (magari da effetto placebo) di stare su di morale ed essere più carica. Invece, quando mi sento spenta e giù di corda, me ne frego del salutismo e agguanto il primo tipo di cioccolato che mi capita tra le mani e aspetto che mi dia quella scossa di felicità per risollevarmi.
Diciamo la verità, non sono l’unica, alla fine il cioccolato piace a tutti, i bambini sono disposti a farsi venire le carie e affrontare il trapano dei dentisti pur di averne un quadretto e gli adulti, anche quelli più timidi, faticano a rinunciarvi, anzi alcuni lo nascondono dagli occhi dei più piccoli per dimostrare di essere maturi e quindi capaci di non cadere in tentazione, ma poi lì, in solitudine sul divano, ecco che la fatina del cacao ammalia anche i più duri. Io lo ammetto, non resisto. E non importa che sia in una cheese cake, un muffin, un dolcetto o in una torta a caso, ho bisogno della mia carica endorfinica proprio come se si trattasse di una dipendenza qualunque.
Durante l’anno c’è sempre un momento in cui sono più felice ed è quello delle fiere, ma lo scorso novembre mi sono persa il Cioccoshow di Bologna che illumina qualche giorno della mia settimana con i suoi stand pieni di cioccolato di ogni tipo, forma, colore e dimensione, ma per fortuna un’altra città ha deciso di farmi felice e concedermi la stessa gloria: Firenze.
Dal 7 al 16 febbraio in città ci sarà la fiera del cioccolato artigianale (potete dare uno sguardo qui: http://www.fieradelcioccolato.it/) e non so dove vi troviate, se abbiate da fare e se il cioccolato vi piaccia o meno, ma io so che ci sarò!

Essere un fuori sede.

In questi giorni sono presa da strane riflessioni ed elucubrazioni sul passato e non so se sia dovuto al grigio e alla pioggia o semplicemente al vedersi crescere, ma pensavo alla me che qualche anno fa ha deciso di essere una ‘fuori sede’.

Essere una matricola all’università di Bologna è un po’ come essere un pesciolino piccolo in una vasca piena di piranha. Una vasca in cui tutti, all’inizio, sembrano dei gran fighi, quasi tutti più grandi di te che sanno dove andare, cosa fare, mentre tu ti guardi intorno e quasi ti vergogni ad aprire la cartina che ti ha fornito l’università per non essere additato sin dal primo giorno come “La Matricola” e ti auguri che la strada che hai scelto a caso sia, per un calcolo statistico favorevole, quella giusta.Passi i primi giorni ad analizzare le facce dei tuoi compagni in aula, cercando di trovare in qualcuno di loro quegli stessi segni di incertezza che tu avrai sicuramente stampati in fronte, per trovare uno o una simile a te, che non si porti con sé il gruppetto di amichetti solido e attivo sin dai primi anni del liceo e dove tu non entrerai mai neanche a farti spazio con martello e scalpello. Per la legge secondo cui gli uccelli si accoppiano in cielo e gli scemi in terra, si trova prima o poi qualcuno che ti assomigli e che nel mio caso è stato qualcuno che si chiedeva a cosa servisse il corso di linguistica inglese dove alla fine anche chi sembrava capire fingeva, mentre gli altri si lanciavano palline di carta o guardavano nei jeans a vita bassa di chi stava davanti ed era costretto a sedersi a terra, inconsapevole di avere mezza chiappa scoperta.
Comunque dall’imbarazzo, la goffaggine e il sentirsi un pesce fuor d’acqua delle prime settimane (e forse dei primi mesi), passi a capire come funziona davvero. Dapprima cominci ad arrivare a lezione in ritardo, poi ad uscire la sera e adoperare una selezione dei bar/pub/discoteche/locali del centro studentesco individuando immediatamente quali sono quelli in cui incontrerai altre matricole come te, ragazzi che puzzano di ormoni e minorenni che dimostrano 30 anni. Il passaggio successivo consiste nel quasi evitare del tutto quei posti e trovarne invece degli altri molto più intimi, quelli in cui si fa il miglior aperitivo o si beve il migliore spritz e l’ultimo step arriva dopo la laurea o quasi.
Poche stradine hanno ormai segreti e in quella città che quasi ti era straniera e ti faceva paura, ti ci senti ormai parte integrante a tutti gli effetti. Sei dunque un veterano: hai vissuto il puzzo dei portici, le serate sbracato in piazza Verdi o San Francesco, le manifestazioni, il vino “scrauso” della Coop, i concertoni all’Estragon, le feste private e se anche dopo anni il tuo accento non si è piegato alla parlata locale, ormai sei un meticcio. In casa usi espressioni e interiezioni assolutamente anomale e ‘fuori sede’ non te ne accorgi, ma tendi a marcare il tuo accento, come se lo stare ‘fuori’, di per sé implicasse il marcare la propria provenienza per non dimenticarsene mai. 
Lo stesso processo ‘evolutivo’ vale per tutte le città che non ci appartengono, ma che ad un certo punto ci assorbono, anzi ci fagocitano e restiamo lì, come intrappolati all’interno di quelle piccole palline di vetro mentre intorno a noi cade la neve.