Skin.

Mi sciolgo, evapo, dissolvo.

Nessuna traccia di me resterà sui tuoi vestiti, né sulla giacca di pelle usurata all’altezza dei gomiti.

Mantengo il tuo sguardo: fisso, immobile. Mi guardi dentro. Sai che mento, come quella volta che ho detto « giuro ». Siamo fatti di menzogne e false promesse. Ci stringiamo le mani come per accordo, ma la stretta è dolorosa. 

Eppure sai che la pelle non mente. 

La pelle ricorda. Come quella volta che non ti sei occupato di lei qualche estate fa e continua a ricordarti gli errori, evidenziando al sole la stessa bruciatura. 

La pelle rievoca e riaccende le braci nascoste sotto la cenere. Le stesse con cui ti bruci la mattina di Natale pensando che il fuoco sia spento.

La pelle ricopre. Tessuti, capillari, ossa e nervi. Ricopre i miei sbagli e i tuoi. La ferita si rimargina anche quando non lo vuoi. E resta la cicatrice. 

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Panta Rei.

Panta Rei, ti dico. 

Anche questo fiume, che sembra immobile, nasconde giorni di tormenta e notti insonni. 

Non lasciarti ingannare da questi ammaliatori sorridenti. Nei loro sguardi disonesti non c’è neanche un briciolo di sedicente felicità. 

Calpesto foglie croccanti, senti: è come mordere un salatino. Un corpo integro ridotto con un gesto in piccole piccolissime parti. E aspetto di addormentarmi, per guardarmi guardandoti, nel silenzio di un mattino grigio in cui la pioggia ha messo a tacere la città. 

Scivoli anche tu. Panta rei. Oppure no, fermati a mangiare, a prendere un caffè, o perché no? A dormire. Racconto belle storie da ubriaca. Basterà un bicchiere, vedrai.

E invece sì, panta rei. E te ne vai. Come le stagioni, come il sole dietro l’orizzonte. Da punto fisso, d’improvviso ti eclissi e non mi resta che un lontano bagliore.