La crisi dei 25

Per quanto io cerchi di distrarmi, ignorare il problema, zittire i miei pensieri alzando il volume della musica, il filo ansiogeno che conduce i miei giorni dall’inizio del 2015 è che proprio questo sarà l’anno dei miei 25. E che lo si voglia o meno, tutti quelli come me, nati nel 1990, raggiungeranno (o hanno già raggiunto) il primo quarto di secolo. Ma l’ansia non è tanto legata alla parola secolo che già di per sé fa un po’ specie, ma al fatto che non si sappia quanti ce ne vorranno ancora prima di uscire dalla condizione di studente più o meno fuori sede o pendolare, pur sempre mantenuto dai propri genitori. E non voglio neanche dilungarmi su discorsi legati alle generazioni precedenti, perché la maggior parte dei nostri genitori alla nostra età già sapeva manovrare un pannolino, per non parlare dei nostri nonni che vivevano tra bombe e macerie, senza tener conto che molti di loro hanno conosciuto fame e povertà. Ceeeerto, “adesso i tempi sono cambiati”. Siamo tutti più moderni, più smart, più istruiti (quasi tutti), più nutriti (anche troppo), più ricchi (non proprio), la guerra non c’è più (se se) e anche le fasi della vita non sono più le stesse. È diventato normale e ben tollerato – per alcuni – arrivare a 30 anni nutriti e coccolati da mamma e papà come se ne avessero 10, fare la grasse matinée la domenica come quando da ragazzini si tornava dalla discoteca all’alba e si aspettava in pigiama il piatto fumante di pasta al ragù della nonna. Eh sì, la “gioventù” la chiamava mio nonno.
Dal canto mio, ho sempre pensato: “quando arriverò a dire ’10 anni fa’ e me lo ricordo, allora vuol dire che sono diventata grande”. E questo me lo dicevo proprio a quindici anni, quando evocando i ricordi della mia infanzia li trovavo sfocati, confusi, mentre ora sono diventati quelli dell’adolescenza che ricordo come se fosse ieri. Ma cos’è cambiato da allora? Nel frattempo in che fase viviamo? Adulti di sicuro non siamo. Ma neanche adolescenti. Giovani. Sì, siamo giovani. E italiani. È proprio una nuova categoria quella del ‘giovane italiano’, ossia un individuo collocato tra i 20 e i 3* che :
1) se studia non lavora,
2) se studia e lavora vive coi suoi perché non può mantenersi da sé,
3) se non studia e non lavora vive coi suoi perché “non ha la sbatta” di fare niente e il suo atteggiamento è tollerato,
4) finge di studiare per farsi mantenere,
5) lavora ma vive coi suoi per mettere da parte i soldi per il mutuo che pagherà per tutta la vita.
Soltanto i più fortunati (e più ricchi o ereditieri) hanno la fortuna di non essere collocati in una di queste 5 categorie e alcuni sono riusciti a mettersi al ripario prima che la crisi ci piombasse addosso portando con sé sentimenti di angoscia, frustrazione e depressione che spingono al disfattismo anche quando qualcosa potrebbe essere fatto e che sostanzialmente ci fanno galleggiare in una fase mezzana in cui non ci sono né vinti né vincitori, ma soltanto mediocri.
Comunque dai, l’ISIS avanza, in Ucraina c’è la guerra, il tasso di disoccupazione giovanile italiano è oltre il 40%, la Libia è nel caos, ma…”mà, oggi che c’è per pranzo?”

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