Un appello di fine anno.

Quindi, alla fine, Natale è finito e il prossimo step è Capodanno.
Il 31 dicembre è un momento un po’ stressante per quasi tutti noi. Innanzitutto abbiamo messo qualche kg in più rispetto a una settimana fa in cui eravamo fiduciosi che il vestito per il cenone fosse della taglia giusta mentre adesso non ci spieghiamo perché ci vada più stretto, e poi c’è il problema, non trascurabile, del veglione.
“E che fai a Capodanno?” “Ma vai fuori?” “No dai, ma è Natale che si fa in famiglia!”
Ognuno vuole sapere se il suo ultimo giorno dell’anno sarà migliore di quello altrui, se stavolta riuscirà a provocare l’invidia del prossimo parlando del suo viaggio super figo. Perché poi un anno in famiglia e uno fuori.
Insomma, tutti a farsi i fatti di tutti e a cercare di rimediare, se possibile.
Quest’anno ho deciso di fare un appello a tutti coloro che vengono costantemente stressati dai racconti altrui: fottetevene!
Fottetevene delle paillettes, dei vestiti costosi, dei tacchi da 12 cm, delle pubblicizzate seratone da fine anno che poi si rivelano dei pantagruelici flop, dei cenoni nei locali da prezzi stratosferici e porzioni da fame. Fottetevene di chi vi stressa raccontandovi quanto ha speso, di chi si vanta del suo biglietto aereo, di chi vi fa continuamente domande su quello che fate e sulle vostre intenzioni.
E se non l’avete già sperimentato o pianificato, a Capodanno sedetevi a tavola con chi vi è davvero caro mangiando quello che le vostre mani (anche incerte) riescono a preparare, andate in discoteca, ma in camera da letto con lo stereo senza subwoofer, godetevi uno spettacolo, quello dei fuochi d’artificio che riuscite a intercettare con la vista dal balcone. Ubriacatevi di vino, d’amore o di qualunque cosa vi renda alticci e rimanete a condividere la gioia senza lo stress di un’auto da parcheggiare in una città blindata piena di gente esaurita che non riesce a rilassarsi neanche nei giorni di festa. Siate furbi e chiudetevi tutto ciò che non volete ricordare di quest’anno alle vostre spalle, però non state a lamentarvi di un altro anno che ha fatto schifo, di un altro anno ‘di merda’. Pensate, almeno per una volta, ai sorrisi che avete dato e ricevuto, agli abbracci e le risate, alle belle giornate di sole che vi hanno riscaldato. Perché poi, diciamocelo, non è vero che è tutto da cestinare. Agganciatevi a quei momenti in cui avete goduto davvero di qualcosa e fatene tesoro. Non esiste attimo che torni indietro e se nessuno vuole ricordare quel giorno in cui ha calpestato quella cacca di cane con la scarpa lucidata a nuovo, vorrà forse ricordarne un altro in cui qualcuno gli ha teso la mano per fargliela scansare.
In definitiva, basta con questo disfattismo da fine anno. Se ci tenete, fate pure una lista dei buoni propositi (di cui siete comunque certi non manterrete che le prime promesse per poi abbandonarla), ma per una buona volta sedetevi e rilassatevi. E soprattutto: fottetevene.

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Natale…o fatale?

Immancabilmente, come ogni anno, arriva quel periodo di dicembre in cui la gente, anziché riposarsi sul divano o rilassarsi dopo mesi di stress lavorativo, decide di passare i weekend in città per cercare di trovare quelli che ormai sono i temibilissimi REGALI DI NATALE.
Il regalo di Natale è quel qualcosa che nel tempo si è trasformato e che, attualmente, arriva intorno ai primi di dicembre anche se da molto prima si sa che sarà impossibile evitarlo. Innanzitutto, si insinua in maniera subdola nella mente sotto forma di pensiero, per poi trasformarsi col trascorrere del tempo in una vera e propria entità. E’ capace di creare ansie in chi deve occuparsi di lui e aspettative, spesso deluse, in chi lo riceve. Nessuno, o (forse) tranne chi è escluso dal sistema materialistico e capitalista, ne sarà risparmiato, e si lascerà trascinare da lui in un vortice di giornate spese nei peggiori centri commerciali a farsi colpire ripetutamente da gomitate, ginocchiate e pestate di piedi altrui, tutti soggetti che spinti dallo zombismo natalizio si fiondano alla ricerca del ‘regalo perfetto’.
Il nocciolo di tutta questa faccenda non è tanto da ricercare nel fatto che qualcuno decida di preoccuparsi per trovare qualcosa che possa far piacere all’altro, quanto piuttosto nella problematica che scaturisce dalla perdita di raziocinio collettivo che spinge le persone a compiere atti inconsulti e soprattutto alla violenza. A quanti di voi sarà capitato di meritarsi una parolaccia o, nel peggiore dei casi, una bestemmia solo per la colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato?
Cosa succede quando sei d’intralcio alla signora che ha trovato il REGALO PERFETTO e che per difenderlo da chi potrebbe rubarglielo è disposta a tutto? Tu (o meglio io) sei tranquillo nel tuo mondo autistico ignaro di ciò che stia accadendo intorno a te, ma intanto lei, come la migliore delle predatrici, ti ha già puntato e ti ringhia con fare infame e non sarà soddisfatta finché non ti avrà calpestata e sarà arrivata alla cassa prima di te, portando in mano il REGALO come se fosse un trofeo.
“Sì, anche quest’anno ce l’ho fatta” penserà, mentre – poverina – non sa che ha appena scelto IL regalo di merda dell’anno e che probabilmente chi lo riceverà lo riciclerà al prossimo Natale. E così tu (o meglio io), ti chiederai cos’hai fatto di male per meritarti di trovarti nello stesso luogo e doverti confrontare con soggetti del genere.
Eh, no…io proprio non riesco a entrare in questo tipo di mentalità.
Non riesco a sopportare la vista di gente che fa file chilometriche nell’ultimo negozio alla moda (e anche fuori), che è pronta a litigare e a maledirsi per strada per una busta colpita per sbaglio, che sgomita nell’ultimo centro commerciale alle ore 20.50 (la chiusura prevista per le 21.00) per arrivare alla cassa per prima, che urla per strada sentendosi giustificata dalla presenza della folla, che perde la dignità per accaparrarsi l’ultimo prodotto in offerta.
Devo proprio dirlo: mi sembra davvero squallido. E non voglio fare la buonista fingendomi esclusa dalla mania dell’acquisto o dello shopping facile, è che proprio troppa gente insieme non la tollero, soprattutto perché le folle pre-natalizie, a differenza di quelle “normali”, sono esasperate, isteriche, irritate, nervose. Non ho una grossa fama per il mio livello di tolleranza, ma allo stesso modo mi deprime quest’agitazione irrazionale. Durante le vacanze di questo periodo nell’anno, più che in tutti gli altri, diventa pericoloso guidare, prendere i mezzi pubblici, andare al bar, fare la spesa al supermercato. Ognuno è pronto a sparare veleno sull’altro senza alcun ritegno e a bestemmiare ogni santo del calendario per sfogare l’ira funesta. Intanto però continuano a luccicare cartelloni pubblicitari che sponsorizzano la ‘magia del Natale’, che però, a mio modesto parere, rimane incastrata nei nodi dei fiocchetti che si trovano sui pacchi e che ormai è spenta in qualunque altro posto. La luce della tolleranza, della condivisione e della felicità per il fatto di passare dei giorni insieme alla propria famiglia viene sostituita dalle luci delle città, che sono sì, belle a vedersi, ma destinate all’usura e quindi allo spegnimento.
Sarò vecchio stampo, ma anche se mi piace comprare dei regalini e vedere gli abeti casalinghi circondati da pacchetti luccicanti, il mio Natale non significherebbe nulla se non avessi la possibilità di trascorrerlo con la mia famiglia e con le con le persone a cui tengo di più, se non potessi vedere sorridere chi amo e potermi raccontare dopo un anno in giro per il mondo. Queste vacanze per me sono il momento della condivisione, del ritorno al “nido”, del piacere di apprezzare il buon cibo e i sapori di casa, degli abbracci lunghi con chi non ho visto per mesi, della riflessione su me stessa per capire se ho costruito qualcosa di buono e se quello che trovo per le strade è isteria e intolleranza proprio quando la pace e la serenità col prossimo vengono pubblicizzate come un qualunque prodotto acquistabile, allora preferisco rimanere in casa e far finta che il mio mondo sia solo quello che mi circonda.
Conservo la mia tendenza a essere un animale sociale e pacifista, mi aggrego al prossimo e mi apro alla condivisione. Sperando di incrociare sulla mia strada il numero più basso di soggetti affetti da spiccato materialismo e dal virus di zombificazione natalizio.Immagine

Firenze, Tiffany & co. 
21.12.2013

Come chiudere una valigia e ricordarsi di partire senza lasciarsi alle spalle.

Se qualcosa dovesse andare storto mentre vi preparate alla messa a punto dei bagagli, niente panico. Spingere il contenuto della valigia comprimendolo come se steste mettendo un salume sottovuoto. Allacciate le cinturine e saltellate delicatamente con le ginocchia sui vestiti facendo attenzione agli oggetti delicati (se li avete). Passate alla chiusura: tirate le cerniere esterne. Se si presentano svogliate e intimidite, convincerle con qualche spintone, pugni a destra e a sinistra e vedrete che il ripieno di questo enorme panino che è la vostra valigia troverà il suo assetto all’interno del ridottissimo spazio avanzato. Nonostante le prime tensioni, sarete soddisfatti quando riuscirete a percorrere 5-6 cm della valigia con la cerniera. Infine, assestate il colpo di grazia: un salto deciso a peso pieno. La valigia non se lo aspetterà e cederà alla vostra tecnica, sarete riusciti così a ingannarla. Et voilà, siete pronti alla partenza.

Intanto io lascio un letto che non è mio, in una casa che non è mia, in un paese che non è mio in cui si parla una lingua che non è la mia. Lascio un gatto sedotto e abbandonato dopo averlo conquistato con delle sottilette, le sessantenni atletiche del corso di ginnastica mattutino, i bambini della scuola materna che non hanno ancora capito se sono una mamma, una sorella, un’amica o semplicemente l’extracomunitaria di turno. Lascio me stessa abbandonata in un campo dove ancora raccolgo more nella stagione estiva mentre intrattengo dialoghi infelici con le mucche al pascolo durante i quali mi convinco di dire cose sensate e allucino immaginando che i movimenti del ruminare siano in realtà svogliate risposte, mentre gli occhi bovini fissano il vuoto.
Ricompongo la mia vita in foto, stralci di giornali, pagine di diari, scontrini, note abbozzate e monete di Paesi diversi. Guardo i miei biglietti e gli oltre trenta chili di bagagli.
Mi rimpatrio da sola e senza foglio di via. Stando attenta a non lasciarmi indietro.

Ci vediamo venerdì, Firenze.Immagine

E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

È quasi la fine dell’anno e comincio a passare in rassegna tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi: le cose che ho fatto, i posti che ho visto, le persone che ho conosciuto. Tutto è stipato nell’armadio della memoria dove i ricordi fanno fatica a starci tutti.
Perlopiù vedo valigie, parecchie valigie. Anzi, direi case nelle valigie e valigie nelle stazioni, negli aeroporti, nelle macchine, nei pullman. Valigie che percorrono chilometri e che traslocano di continuo. Valigie con le ruote piegate, le cerniere scucite, la plastica incrinata, i colori sbiaditi. Valigie stremate e preoccupate che si guardano perplesse e si chiedono dov’è che andranno.
Un continuo migrare, ormai da anni. Prima al paesino accanto, poi in una grande città, poi in un altro Paese, poi in un altro ancora, alla continua ricerca di quel ‘centro di gravità permanente’. Col tempo sono diventata una viandante dallo zaino in spalla, con uno scaffale pieno di cartine di posti in cui forse non ritornerò mai più, un cervello pieno di confusioni linguistiche e foto di luoghi e persone di cui non ricordo più i nomi. Un’identità ormai frantumata, in cui ogni tassello caduto è stato sostituito da uno che ha ricevuto l’influenza di un’altra cultura, un’altra lingua, altro cibo, altri profumi, altre abitudini.
L’eclettismo identitario di chi ha dovuto imparare per necessità e passione a smontarsi e ricostruirsi, ad accogliere dentro di sé anche il diverso e il bizzarro, lasciandosi influenzare, ma senza cambiare del tutto.
Da qui, l’origine dell’apertura di chi, abituato a patire le mancanze del noto, ha trovato nell’ignoto e nelle differenze del prossimo una fonte di energia e di crescita per se stesso. Da qui, la necessità di doversi stringere forte alle proprie radici e passare qualche minuto al giorno a parlare al telefono nel proprio dialetto per non dimenticarne le basi e le inflessioni.
Penso a quel ‘migrante’ come me che presto tornerà a casa dalla famiglia per le vacanze di Natale e che si troverà a dover spiegare da dove salta fuori quell’accento un po’ strano, quell’espressione forestiera, quel taglio di capelli nuovo, quel paio di scarpe di un’altra moda. Riderà di sé quando qualcuno gli farà notare che quella parola non esiste e che è evidentemente la traduzione letterale di un’altra lingua e forse gli sorriderà il cuore quando sentirà il profumo della propria casa, del cibo della mamma e della nonna, quando riconoscerà i confini delle proprie montagne, l’orizzonte del proprio mare, la sinuosità delle proprie colline.
Forse, come me, per un attimo si ritirerà in un angolo e chiudendo gli occhi gli appariranno come al rullino di una macchina fotografica le istantanee di tutti i momenti salienti dell’anno che si rincorreranno l’una dopo l’altra. Quando li avrà riaperti sentirà un po’ il vuoto fuori, ma probabilmente sarà pieno, anzi, stracolmo dentro.

Perché è difficile vivere con un toscano.

Quando ho conosciuto quello che poi è diventato il mio ragazzo, è stata una dura impresa riuscire a capirlo. Lui non è straniero, anzi, parla benissimo l’italiano, però diciamo che ha dei piccoli difetti all’apparato morfo-fonatorio.

La prima sera che siamo usciti insieme ho capito circa la metà delle cose che mi ha detto e vi giuro che, seduta sul gradino davanti alla biblioteca, il primo a cui ho pensato è stato lui, il più grande: Dante. Ma non aveva passato in rassegna i dialetti per unificarci sotto un unico idioma, l’italiano? Perché qui, invece, parliamo la stessa lingua e comunque non ci capiamo?
Con i giorni che passavano ho cominciato a capire qual era il problema…le sue C erano mute! Per un orecchio abituato alla durezza delle consonanti del sud come il mio, l’assenza di una sola di queste ha scatenato il panico. Dunque, prima cosa da fare: aggiungere una C ad ogni consonante aspirata “la hasa, la hamiSCia, le Hose, l’ahascia…”. Ma non era così semplice, non molto più tardi è arrivato il momento in cui ho capito che anche le T e le D erano aspirate: “hapitho”, “compratho”, “basciatho”. Le cose si complicavano, dunque…aggiungere le C, eliminare l’aspirato.

Cominciavo ad abituarmi, sì, tutto diventava più chiaro.

Un giorno gli telefono per chiedergli cosa sta facendo e lui mi risponde: “do i’cencio”. Dall’altra parte ero impietrita…[cos’è che starà facendo veramente? Glielo richiedo? No, no.] Poi lui continua e dice che c’è un gran ‘bailame’ in casa.
Continuo a non capire, parlo cinque lingue, ma la sua no, è incredibile.
[Amore, ma che hai detto?]
“Un tu sarai miha sorda?” [No, non sono sorda.]
Siamo a casa e a un certo punto mi dice che va a buttare il ‘sudicio‘. Ok, questa è facile, la so, è la spazzatura!
Ci prepariamo per uscire e mi fa: “Sadidandà”? [Quest’è troppo, ma che stai dicendo?] E continua con altre varie perle: “l’è un trojajo”, “‘na sega”, “i’ popone”, “i’ canino”.
Insomma, io sono lì e lo guardo. Per capirlo faccio appello alla mia intuizione, al Treccani, al dizionario toscano che abbiamo in casa, ma quando siamo a tavola con la mamma, il papà, la sorella e la nonna c’è un coro di consonanti aspirate, una moria di C, una ripetizione dei soggetti (tettù, voivvu) e tante, tantissime parole che io non capisco e forme verbali mai sentite. Tutta la mia conoscenza grammaticale evapora, sono sola contro cinque.

Sorrido, sì, sorrido. “Unnè miha forte i’nostro accento”, dicono. No, no, per carità!

Un po’ di tempo ormai è passato, io comincio ad imparare e quando gli dico che è ora di cominciare a pronunciare le consonanti, lui difende il suo toscano-centrismo e se la prende con le mie vocali sostenendo che non ne pronuncio una giusta, da allora abbiamo fatto un patto: io pronuncio le consonanti e lui le vocali.

Essere complementari è una strategia vincente…e non solo in linguistica!


diospero

Alla pari per caso.

Quasi sei mesi fa m’incoronavano, non di aureola, ma di alloro. Mettevo fine a 3 anni e mezzo di esami (utili e inutili), stress, Erasmus e festini, corsi alle 8.30 di mattina seduta a terra con il quaderno sulle ginocchia, mesi di reclusione casalinga e esaurimenti da coinquilinato.
Il giorno dopo la festa ero su un treno.
Avevo deciso: andavo, andavo, andavo…ma dove cazzo andavo???
Boh. Il mio treno mi portava a Ginevra (non voglio esprimere il mio disappunto per il sistema monetario e finanziario svizzero qui), poi finivo in Francia, all’incirca a 45°54′00″N 6°07′00″E a qualche centinaia di metri sul livello del mare accanto a un lago, lontano da qualunque grande città.
Quello che avevo deciso era diventare per cinque mesi una ragazza “alla pari”, alla francese un’au-pair.
Io e la mia “famiglia” ci siamo scelti grazie alla compatibilità dei nostri profili: amanti dello sport, della natura, delle passeggiate, aperti, disponibili, non troppo lontani d’età.
E così mi sono ritrovata in una nuova camera provvista di bagno privato, ingresso sul giardino e una decina di mucche al pascolo a circa 20 metri. Mi guardavo intorno e scoprivo un nuovo sport: il parapendio. Passavo i giorni a tenere gli occhi al cielo, curiosa di scoprire tutte le acrobazie possibili e scoprivo nuove persone che parlavano una lingua diversa dalla mia (seppur nota) che avevano abitudini, gusti, pareri, idee, modi di pensare differenti. E scoprivo angoli nascosti della mia persona dove si annidava tutta la pazienza che non ho mai creduto di avere, tutta l’innocenza che avevo dimenticato, tutta la voglia di giocare ed essere infantile che avevo accantonato.
Mi sono rivista piccola, cocciuta e piena di riccioli a rincorrere nel cortile i miei vicini di casa, a giocare nel fango e a tornare ogni giorno a casa sporca, coi pantaloni strappati e piena di graffi nuovi o lividi. Mowgli, il bambino della jungla, ma al femminile.
Ho ripreso in mano i pastelli e i pennarelli, il secchiello da spiaggia, la paletta e il rastrello, il cucchiaino pieno di Nutella a merenda, i cartoni animati e il cinema per bambini al pomeriggio. Ho riaperto i libri delle favole, ma in una lingua diversa da quelle che mi avevano raccontato e ho conosciuto Martine, Xavier e Nicolas. Ho letto il libro dei “perché?”, quello sulla cacca e sulla pipì. Ho rivisto la vasca piena di giochi e mi sono ricordata della mia Minnie di plastica che aveva un buco da cui entrava l’acqua e che amavo riempire e svuotare. Ho ritrovato i peluches piccoli, medi, grandi, quelli da viaggio, quelli da gioco e da notte. Ho ripercorso anni di spensieratezza e quaderni riempiti di scarabocchi, quando ancora non si è in grado di scrivere. E poi il bacio della buona notte e la luce accesa per la paura del buio.
Fuori dal mondo dei bambini, accadeva in me dell’altro. Mi abituavo a usare una lingua diversa che quasi prendeva il sopravvento sulla mia, i contorni di persone che non conoscevo col tempo diventavano nitidi e marcati. Come un libro sconosciuto che sfogliandolo per la prima volta sembra complesso perché non si conoscono la trama e i personaggi, ma poi tutto diventa conosciuto, familiare.
Ci sono stati anche però altri momenti.
Quelli delle nostalgie disperate, delle notti insonni, delle maledizioni. Quelli in cui ti manca anche il puzzo della tua città e l’ubriacone di turno, quelli in cui ti senti già scarico prima ancora di esserti alzato dal letto. Poi un sorriso di un metro e venti incrocia il tuo broncio…

Tra una settimana le valigie saranno pronte, lì davanti alla porta d’ingresso. Mi preparo al cambiamento e rifletto. “Alla pari”… cosa vorrà dire “alla pari”? Alla pari è nella lingua, nonostante lo scarto, alla pari è nel gioco, non conta se sei più grande, alla pari è nella condivisione, dai e ricevi allo stesso modo, alla pari è nelle possibilità.

Torno ad essere la studentessa che avevo accantonato e messo nel cassetto, la precaria che ha disegnato per me la società, la laureata senza sbocchi, il “cervello in fuga” dei quotidiani.
Torno a essere me: la cocciuta piena di riccioli che gioca nel fango e si sporca di continuo e torna a casa con i jeans strappati e le sbucciature alle ginocchia. E sulla porta rivedo la mia mamma, con l’espressione corrucciata e di cui sento sempre il profumo.

In fondo non è cambiato poi molto.

Vademecum per il turista (italiano) in Francia [parte II]

Dunque, eccoci alla parte seconda del mio piccolo Vademecum per il turista (italiano?) in Francia.
Essendo un popolo di pasta al pomodoro, lasagne, cannelloni, amatriciana, tortellini e innumerevoli altre prelibatezze culinarie, il mio secondo passo non poteva non essere legato alla tavola.
Infatti sono quasi convinta del fatto che prima di essere un popolo di ‘santi, poeti e navigatori’, siamo il popolo della buona forchetta e dopo tutti i miei viaggi e gli incontri con le persone provenienti da qualunque parte delle terre emerse, ho potuto notare che gli italiani sono quelli che hanno la maggiore pignoleria (quasi schifiltosa) in cucina.
E non voglio giustificare la pasta al ketchup servitami a Londra o la pizza alla frutta dell’Olanda (per alcuni olandesi è addirittura bizzarro che gli italiani decidano di prenderne una con wurstel e patatine fritte!), ma delle volte basta un tantino di tolleranza in più e anche lo stomaco può strappare un sorriso.

Con i cugini d’oltralpe la storia è diversa. Già in fatto di vini, quest’anno, secondo le statistiche, l’Italia ha battuto la Francia in fatto di vendite conquistandosi addirittura il primato mondiale, ma non sono solo i sommeliers a essere in competizione. È bagarre tra i tanti chefs che nelle loro cucine tentano di creare il loro piatto gourmet, ma la verità non è quella scritta nei menu raffinati dei ristoranti di lusso.

Nota: Sarebbe interessante capire perché nonostante la presunta superiorità culinaria e la difesa dei prodotti territoriali, siamo decisamente scarsi nella ricerca di parole nostrane.

Oggi infatti ricopiavo a mano (l’arte dello scriba è probabilmente nei miei geni) delle ricette trovate su un libro e di cose interessanti ne ho trovate non poche. Quello che però notavo girando le pagine era che le verdure cambiavano, ma il modo di prepararle no. Insomma in Francia ci sono degli elementi fondamentali:

  • Fromage
  • Crème fraîche (la panna da cucina)
  • Pâte feuilletée (la pasta sfoglia)
  • Beurre (il burro)

Con questi elementi si può comporre quasi tutto quello che troverete a tavola. Tre di questi sono di derivazione animale, o meglio, di UN animale: la VACHE. Pensate che questo animale è quasi un mito, il formaggino ‘la vache qui rit’ (la mucca che ride) ha avuto un successo enorme, al punto tale che vachement è diventato un avverbio di modo per esprimere l’abbondanza (“vachement bon”). Insomma, se siete a dieta, sappiate che dovrete fare i conti con i grassi idrogenati della pasta sfoglia e il colesterolo di panna, burro e formaggio. Nella regione dove mi trovo quest’ultimo è venerato come un Dio, presente ad ogni pasto, precede il dessert e non lo sostituisce, in fondo chi è che non ha bisogno di un po’ di roquefort o camembert prima di attaccare una bella tarte aux pommes?! Al di là dei gusti, i formaggi francesi sono molto più ‘saporiti’ e forti di quelli italiani, ne esiste una varietà infinita e dimenticate di poter ripartire conoscendone anche solo la metà.
Per chi cerca un pasto al volo le boulangeries francesi sono ovunque e sono uno dei pochi commerci aperti anche di domenica. Sì, hanno le baguettes, che però non sono come quelle che vendono in Italia, si trovano di tutti i tipi e sono davvero buonissime. Le vendono ovviamente anche farcite e i prezzi non si distanziano molto da quelli dei panini nostrani.
Immancabili e imperdibili sono le crêpes: dolci o salate fanno un po’ la felicità di tutti, grandi e piccini.
Se invece pensavate di andare al ristorante, allora tenetevi stretti e preparatevi ad aprire il portafogli perché la media dei prezzi francesi è più alta, anche se la qualità magari è media. Se siete tra quegli individui che amano il caviale, le coquilles Saint-Jacques et similaria, questo non è il blog giusto per raccogliere informazioni: aborro questo tipo di nutrimento.
Per i vegetariani come me non c’è vita facile (i vegani non esistono nel paese dei formaggi), si trovano delle zuppe, ma spesso sono fatte con brodo di pollo o di carne in genere, dunque non avrebbe senso.

Se però il salato non vi ha messi di buon umore, sappiate che i francesi sanno come conquistare i cuori dei golosi. Si parte dal mattino con croissants (ahimé particolarmente burrosi) e pains au chocolat, per continuare con tartelette, clafoutis, meringues, mousse, flan e torte di ogni genere e forma. Inutile dirlo, è tutto buonissimo, tranne se soffrite di diabete. Sono quasi certa che alcuni dolci facciano ingrassare solo a guardarli, tipo i macarons. Ultimamente si è diffusa anche in Italia questa moda del dolcetto francese farcito, sappiate che costano circa 66 Euro/kilogrammo e uno, che è grande poco più di una moneta da 2 euro, costa almeno 1,20 Euro. Stando qui ne ho scoperto ricetta e anzi, vi svelo un segreto: il trucco sta nella temperatura dello zucchero!

I francesi poi, diciamocelo, hanno un piccolo difetto, hanno parole eleganti e altisonanti anche per le cose più banali, per esempio quello che loro chiamano ‘chocolat viennois’ in pratica è un ciobar con la panna (la ‘chantilly’).
Una nota a parte va fatta per la capitale parigina, non è un luogo comune dire che mangiare costa tantissimo, anche la bettola più brutta, se è in centro, vi farà pagare caro e dovrete spulciare un po’ i quartieri vecchi e il Marais per trovare posti più intimi e a misura d’uomo.
Quello che è certo è che non morirete di fame e avrete un costante languorino dovuto agli infiniti Chocolatiers sparsi un po’ ovunque che non daranno tregua ai vostri occhi e al vostro palato: saliverete in continuazione davanti alle vetrine. E non solo davanti a quelle del cibo.

Bene, ora se siete pronti in tavola, impugnate la forchetta e….bon appétit!

Una storia qualunque?

Dopo aver tentato, nella giornata di ieri, di cominciare il mio piccolo Vademecum su mamma Francia, esaustivo e ironico per quanto possibile, ho deciso che data la nebbia di oggi, avrei fatto una pausa e mi sarei dedicata a qualcosa di diverso.

Una volta, o meglio, circa tre anni fa, avevo un ragazzo. Un tipo in gamba, molto intelligente, cervelluto, il tipico nerd del nuovo millennio con una conoscenza sopra la media della fisica e della matematica, con cui delle volte litigavo in quanto poteva essere così presuntuoso da credere di avere gli emisferi cerebrali particolarmente uniti (vedi Einstein). Nonostante le differenze neuronali siamo andati avanti insieme per anni: si conoscevano le famiglie, io conoscevo le nonne, c’erano i viaggi, le vacanze, i concerti. Un giorno però, quando ho deciso di trasferirmi a 630 km da casa, le cose sono cambiate, e ovviamente, sono peggiorate. Alla fine ho il colpo di genio: decido che 630 sono pochi e vado 1860 km più su.
Dopo mesi ritorno e vado incontro al mio semi-ex con lo stesso fare scodinzolante e felice di un labrador, MA scopro che qualcosa non va. Mi sento stretta e non è solo per i kili che ho preso all’estero, ma perché in questa storia non siamo più due, ma tre. No, non sono incinta e il nostro non è neanche diventato un ménage à trois, semplicemente c’è un terzo incomodo.
Il mio ‘incomodo’ però è 10 cm più alta di me, straniera, bionda, occhi verdi-azzurri e si chiama come la protagonista di uno dei miei cartoni animati preferiti, ma la caratteristica che più la contraddistingue è che nella sua vita non ha deciso di fare la cassiera alla Coop, la segretaria o di lavorare in un call center della Wind in Romania, LEI ha deciso di fare burlesque.

Burlesque…

La prima cosa che ho fatto quando l’ho saputo è stato mettermi al pc e parlare con google. Gli ho chiesto cosa fosse, chi l’avesse inventato, perché esistesse. Mi ha presentato Dita von Teese, le ballerine del Moulin Rouge e sono annegata negli chiffons, i tacchi a spillo, i merletti, i reggi-calze, il pizzo, i pois e i copri capezzoli.

Ho passato dei mesi ad arrovellarmi il cervello e a tentare di capire perché lei e non una compagna di corso di ingegneria, ma alla fine ancora adesso credo di non aver ancora ben chiaro cosa sia stato a colpirlo…

Vademecum per il turista (italiano) che esplora la Francia [Parte I]

PARTE PRIMA – La lingua

Se presi dall’euforia di scoprire il mondo, più in particolare l’Europa e approfonditamente la Francia, mi sento, da cittadina adottiva del paese, di darvi qualche piccola indicazione sulla terra esagonale.
Da italiani (e forse anche europei), le prime cose si collegano alla terra francofona sono:

  1.  Parigi
  2.  La torre Eiffel
  3.  Le baguettes (sotto l’ascella)

Credo che i tre elementi che si trovino in pole position siano per lo più questi, ai quali poi si aggiungono la conoscenza di parole a caso tipo: merci, fromage e bonjour pronunciate con una marcata ‘R moscia’ e si completa il quadro con una sfilza di termini derivati dalla fusione di italiano e francese, ma rigorosamente pronunciati come se fossero parole tronche, ossia con accento sull’ultima sillaba (liberté, fraternité, égalité).
La realtà però, è ben diversa. Per sopravvivere in Francia, è indispensabile far finta di conoscere davvero qualche parola, insomma convincersi di esserne capaci. Il cittadino medio francofono è piuttosto egocentrico e disinteressato alle lingue straniere che, anzi, ignora del tutto. Non si abbassa a dire paroloni come computer o hard-disk, lui preferirà dire ordinateur e disque dur. Ora, evidentemente si tratta di traduzioni ad hoc per dimostrare di non essersi piegati a 90° nei confronti di madre anglofonia, ma al resto del mondo suonano davvero un po’ ridicoli.
Per questo mi accingerò nella preparazione di un corso accelerato di pronuncia.
Dunque, pensiamo a una parola come merde. Non dico che sarà la prima che utilizzerete, ma quando sbaglierete il primo métro o il vostro treno avrà un ritardo di 40 minuti, preferirete forse volervi esprimere correttamente nell’idioma di chi vi accoglie.
Quindi merde non è tronca, l’accento infatti cade sulla prima E, che è aperta e la pronunceremo dunque ‘MèR-D’. Esistono delle noiosissime regole di fonetica francese che neanche dopo 3 anni di università alla facoltà di lingue sarete in grado di conoscere e che spiegherebbero perché non ci sia un accento grafico, ma noi non vogliamo saperle. Ci basta soltanto essere a conoscenza del fatto che alla D finale bisognerà aggiungere un suono che i napoletani e i campani conoscono bene anche se non sanno come si chiami: lo schwa. “Jamm jamm ngopp jamm ja” è pieno di schwa: jamm-, jamm-, ngopp-, alla fine c’è sempre quel “ə”, lo aggiungerete molto spesso anche alle parole francesi.
Potrete usare questa parola nei casi sopracitati o se vi cade qualcosa a terra rompendosi, o se strappate per sbaglio la cartina mentre la state consultando, ma tira vento.
Oltre alle solite bonjour, bonsoir, bonne nuit, salut, au revoir, ça va?, i francesi amano dire anche ‘ciao’ per congedarsi, ma lo scrivono alla loro maniera, ossia ‘TCHAO’, mettendo ovviamente un accento sulla o.
E’ importante salutare sempre quando si entra e si esce e anche al supermercato è meglio augurare un bonne journée alla cassiera, che è proprio felice di fare il suo lavoro e che vi farà sempre i suoi ossequi.
Inoltre, in Francia, per esprimere rispetto verso l’altro si utilizza il Vous, che corrisponde al nostro Lei, e lo si utilizzerà molto più spesso che in Italia; non si dà del ‘tu’ agli estranei, alle persone adulte o anziane o in generale a chi non si conosce abbastanza.
Se invece non riuscite proprio a capire come arrivare in Rue Lafayette dagli Champs Élysées o dove sia la Tour Eiffel e non avete Internet all’estero, forse avrete bisogno di chiedere informazioni.
Regola numero 1: non farsi prendere dal panico.
Con calma approcciatevi a qualcuno dal viso sereno e con voce gentile, ma decisa, dite: Excusez-moi. Questo, se siete fortunati, lo illuminerà anche se si era accorto che lo puntavate e servirà a conquistarvi la sua attenzione e a fare in modo che non scappi o si finga sordo sentendo un esterofilo sorry.
A quel punto lo avrete in pugno e un po’ in italiano, un po’ rendendo francesizzata qualche parola, sarete forse in grado di ottenere le informazioni desiderate. Se però il/la tizio/a vi ignora fingendosi muto, sordo e cieco, non ve la prendete, la prossima volta sarete più fortunati.

Domeniche intolleranti

Sono intollerante. Anzi, intollerante e polemica.
Me lo hanno sempre detto tutti: mia madre, mio padre, mio fratello…Già nel ventre, durante la gestazione, davo segni di intolleranza; soprattutto verso la fine mi ero proprio stufata, dopo tutti quei mesi avevo deciso: bisognava sbrigarsi ad uscire. Non c’è quasi stato travaglio, avevo fretta di liberarmi da placenta e cordone ombelicale, poi troppa acqua, non potevo parlare.
Ma la mia carriera da intollerante professionista è stata una lenta ascesa verso la vetta, avevo circa 10 anni quando scrissi la mia prima lettera di contestazione a una maestra che accusavo di fare preferenze in fatto di alunni.
Dopo poco dissi alla madre di un’amica a cui ero stata affidata in spiaggia che non l’avrei ascoltata perché lei, no, non era mica MIA madre!E non è stato lontano il giorno in cui ho detto alla mia cara zia, donna calma e paziente, che se ce ne fosse stato bisogno avrei mandato ‘in quel posto’ il Papa stesso (nei tempi in cui ero ancora un cucciolo di cattolica, l’offesa al capo della chiesa era una vera ribellione).
Comunque, la verità è che non mi sta bene mai niente, però sono una persona sociale. Piccole dosi di umanità, dilazionate in archi di tempo abbastanza ampi.
Devo dire che col tempo sono migliorata. Ho imparato ad essere più tollerante e a rispettare le scelte altrui nonostante non corrispondano alla mia forma mentis, però no, le bancarelle di Natale non le sopporto.
Oggi infatti è il 1° dicembre e, con l’avvento, anche i francesi dell’Alta Savoia amano trascorrere le loro domeniche passeggiando tra lucine a intermittenza e canzoncine pacifiste. Il mio più grande errore è stato cercare di partecipare all’emozione collettiva dell’ultimo mese dell’anno. Infilatami nella lunga fiumana di gente, ho subito capito che ero spacciata: il marciapiede era ormai una trincea dove venivo colpita a destra e a sinistra nei posti più impensabili del mio corpo da piedi, mani, gomiti e zampe di cani. Dopo molteplici tentativi falliti nel cercare di raggiungere il pain d’épices che era a circa un palmo dalla mia mano (ma comunque irraggiungibile), ho deciso di arrendermi. Così, mi solo lasciata cullare dal gusto altrui e dagli spintoni e mi sono ritrovata prima davanti a una disgustosa bancarella di foie gras di ogni animale, poi davanti a dei teneri giocattoli in legno, poi ancora di fronte a una bancarella di torrone multicolore per finire, stremata, in un negozio di souvenirs.
Tutto lo spirito natalizio che era in me due ore prima è affogato nel vin chaud alle 5 spezie con ricetta segreta sottocosto per il modico prezzo di 2 euro e che ho bruciato percorrendo in stile camminata nordica (ma senza bastoni) i due km di distanza che mi separavano dalla macchina.