Generazioni a confronto: io e nonna Meri.

Nonna Meri non è mia nonna, però io le voglio bene come se lo fosse. La incontro circa una volta al mese, di solito di domenica e ci mettiamo lì a tavolino a chiacchierare. Leggo nei suoi occhi da ultra ottantenne un lampo di vita e di gioia che molti miei coetanei non hanno; in particolare, quello che mi colpisce di lei è la sua autoironia che è anche un’ironia sferzante che spara a bruciapelo sull’età che avanza, sul destino ineluttabile che la aspetta. Ma lei è tranquilla, anzi, se la ride. Una volta, ad esempio, non riusciva a trattenersi mentre raccontava che una delle sue amiche a cui telefonava ogni mattina, un giorno non le ha risposto, “e ti credo che non rispondeva, l’era morta!” …e rideva.
A nonna Meri ho fatto quelle domande che non sono riuscita a fare ai miei nonni per mancanza di tempo e non solo, così le ho chiesto di parlarmi della guerra. Le mie domande erano banali: “come si stava? Che facevano i tedeschi?” e lei senza un’ombra di rabbia mi ha risposto che andavano a mangiare da loro e che un giorno un tipo giovane, poverino, era morto in casa e tutti ne erano dispiaciuti anche se era tedesco, perché in fondo era buono e bello. Dato l’argomento, mi sarei aspettata commenti più severi, più duri, ma invece lei ha quell’indole per cui tutto viene elaborato con calma, senza eccessi. Non era della stessa idea il suo papà che, invece, si era rifiutato di fare la tessera del partito e così era rimasto a lavorare in casa come calzolaio, senza scendere a patti per niente, neanche per quel lavoro migliore che gli era stato offerto.
Nonna Meri ha la voce sottile, ma estremamente decisa. Parla di suo fratello, morto da ragazzino, con una nostalgia che non si è diluita nel tempo. Lo rivede ancora, nei suoi racconti, montare in sella alla sua bicicletta mentre gareggia, fino al giorno in cui un incidente gliel’ha portato via, a lei e alla sua famiglia. Tra i suoi ricordi affiora quello del giorno in cui era stato schiaffeggiato da un fascista per una battuta innocente, gesto che il suo papà non perdonò mai, neanche quando gli venne chiesto perdono durante i funerali. Quel fratello, perso nello scorrere del tempo, era stato anche tanto buono con lei, più grande di qualche anno, per farla partecipare alle lezioni di ginnastica che si tenevano unicamente con l’uniforme della ‘piccola italiana’ aveva deciso di comprargliela di nascosto dal papà restio, ricevendo in cambio come unica ricompensa la custodia del segreto in eterno.
Quello che mi stupisce del suo volto è il candore, Meri ha pochissime rughe e le guance sempre fresche. Ogni volta che mi vede mi dice che sono sempre più bella e questo mi fa pensare che forse anche la mia nonna mi avrebbe detto lo stesso, se fosse stata ancora in vita. Lei è la mia connessione col passato e allo stesso tempo col futuro: con quel tempo che non ho vissuto perché non ero ancora ‘in programma’ e con quello che, si spera, sarò io un giorno. Forse è per questo che mi sento così vicina a lei, lei che non smette di ringraziarti e lodarti per aver cambiato la batteria scarica alla sveglia e che non riesce a capire come si faccia ad acquistare un biglietto dal cellulare, che per giunta non bisogna obliterare.
Anche se non lo conosce e non sa come funzioni, Meri sa benissimo che ho provato a registrare la sua voce col cellulare. Non ha il bastone e sebbene il suo passo sia lento, la sua mente non lo è affatto. Corre veloce tra i ragionamenti e quando qualcuno bisbiglia pensando che lei non sia attenta, ti fulmina col suo sguardo vispo e t’illumina col suo sorriso. Le piace anche prendere in giro gli altri, così come se stessa, e lo fa senza malizia, accompagnando la battuta a un occhiolino.
Mi piace pensarla giovane quando, stando ai suoi racconti e quelli di suo figlio, sfrecciava in motorino per andare a lavoro e faceva tutto con la leggerezza tipica della gioventù, senza avere sulle spalle il peso degli anni trascorsi. Oggi, invece, Meri col suo passo lento va ad aprire la chiesa ogni mattina anche se afferma di non aver mai visto dio.
Quando siamo a tavola, uno dei momenti che preferisce di più (come me) è quello del dessert e dello spumante dolce. La pasta non le fa gola, ma quando si tratta di cioccolato ha lo stesso volto allegro di un bambino all’ora della merenda. In quei momenti io l’adoro e mi rammarico di non averla potuta conoscere prima.
Nel momento in cui ci separiamo la vedo adombrarsi e mi chiede sempre quando sarà la volta in cui ritornerò e io le rispondo sempre che sarà presto, anche se non so quando, “ma prometto che ti telefonerò”. Così mi dà quel bacio tenendomi le guance con le mani e io mi porto fino all’incontro successivo l’immagine di lei che sul ciglio della porta agita la mano sorridendo fin quando la macchina non esce fuori dalla sua vista.

meri
Meri

Essere un fuori sede.

In questi giorni sono presa da strane riflessioni ed elucubrazioni sul passato e non so se sia dovuto al grigio e alla pioggia o semplicemente al vedersi crescere, ma pensavo alla me che qualche anno fa ha deciso di essere una ‘fuori sede’.

Essere una matricola all’università di Bologna è un po’ come essere un pesciolino piccolo in una vasca piena di piranha. Una vasca in cui tutti, all’inizio, sembrano dei gran fighi, quasi tutti più grandi di te che sanno dove andare, cosa fare, mentre tu ti guardi intorno e quasi ti vergogni ad aprire la cartina che ti ha fornito l’università per non essere additato sin dal primo giorno come “La Matricola” e ti auguri che la strada che hai scelto a caso sia, per un calcolo statistico favorevole, quella giusta.Passi i primi giorni ad analizzare le facce dei tuoi compagni in aula, cercando di trovare in qualcuno di loro quegli stessi segni di incertezza che tu avrai sicuramente stampati in fronte, per trovare uno o una simile a te, che non si porti con sé il gruppetto di amichetti solido e attivo sin dai primi anni del liceo e dove tu non entrerai mai neanche a farti spazio con martello e scalpello. Per la legge secondo cui gli uccelli si accoppiano in cielo e gli scemi in terra, si trova prima o poi qualcuno che ti assomigli e che nel mio caso è stato qualcuno che si chiedeva a cosa servisse il corso di linguistica inglese dove alla fine anche chi sembrava capire fingeva, mentre gli altri si lanciavano palline di carta o guardavano nei jeans a vita bassa di chi stava davanti ed era costretto a sedersi a terra, inconsapevole di avere mezza chiappa scoperta.
Comunque dall’imbarazzo, la goffaggine e il sentirsi un pesce fuor d’acqua delle prime settimane (e forse dei primi mesi), passi a capire come funziona davvero. Dapprima cominci ad arrivare a lezione in ritardo, poi ad uscire la sera e adoperare una selezione dei bar/pub/discoteche/locali del centro studentesco individuando immediatamente quali sono quelli in cui incontrerai altre matricole come te, ragazzi che puzzano di ormoni e minorenni che dimostrano 30 anni. Il passaggio successivo consiste nel quasi evitare del tutto quei posti e trovarne invece degli altri molto più intimi, quelli in cui si fa il miglior aperitivo o si beve il migliore spritz e l’ultimo step arriva dopo la laurea o quasi.
Poche stradine hanno ormai segreti e in quella città che quasi ti era straniera e ti faceva paura, ti ci senti ormai parte integrante a tutti gli effetti. Sei dunque un veterano: hai vissuto il puzzo dei portici, le serate sbracato in piazza Verdi o San Francesco, le manifestazioni, il vino “scrauso” della Coop, i concertoni all’Estragon, le feste private e se anche dopo anni il tuo accento non si è piegato alla parlata locale, ormai sei un meticcio. In casa usi espressioni e interiezioni assolutamente anomale e ‘fuori sede’ non te ne accorgi, ma tendi a marcare il tuo accento, come se lo stare ‘fuori’, di per sé implicasse il marcare la propria provenienza per non dimenticarsene mai. 
Lo stesso processo ‘evolutivo’ vale per tutte le città che non ci appartengono, ma che ad un certo punto ci assorbono, anzi ci fagocitano e restiamo lì, come intrappolati all’interno di quelle piccole palline di vetro mentre intorno a noi cade la neve.  

Campagna VS Città: le vecchine

Tornata in città dopo le vacanze natalizie comincia la mia diatriba interna su dove sia meglio vivere, se in campagna o nella metropoli. Nelle mia rassegna personale sulle differenze, i pro e i contro, alla fine ho trovato quale sia l’elemento che più differenzia le due.E no, non sto parlando del paesaggio ovviamente diverso, né tantomeno dei vantaggi degli spazi verdi, o della comodità dei mezzi pubblici, quello che più mi ha colpita sono state le vecchine.

Le donne anziane delle città sono completamente diverse da quelle di campagna! Sarà che io ricordo nonne e vecchiette d’altri tempi, ma quelle che ho conosciuto nella mia vita sono o erano donne semplici, raramente agghindate, rilassate e sagge, magari parecchio chiacchierone, anzi sicuramente. L’esistenza della donna anziana di campagna ruota intorno (maggiormente) ai nipoti, i figli, la preparazione di cibi da servire o da cedere alla famiglia e la chiesa. Poi magari ci sono le amiche superstiti, il ballo per chi può ancora permetterselo e le brevi passeggiate. Mi ispirano calma, serenità, la gioia di una vita goduta seppure nelle ristrettezze di ogni tipo.
Poi torno qui, in città, e lo scenario si ribalta.
Queste nonne senza nipoti sono vispe e arzille. Non aspettano che sia tu a cedere il posto nei mezzi pubblici, ma te lo chiedono o se lo prendono e basta. Pretendono il massimo rispetto in tutti i luoghi, ma data la veneranda età si sentono giustificate in tutto ciò che fanno: ti passano davanti con gran nonchalance in qualunque tipo di fila, che sia alla posta o al supermercato, e quando tu gli vorresti almeno lanciare un’occhiata fulminante, loro fanno lo sguardo da signora innocente, rannicchiata nel suo cappottino sgualcito di lana e allora tu hai pena e la lasci passare perché potrebbe tirare le cuoia prima di arrivare allo sportello per pagare la bolletta.
E che dire, poi, di quelle donne anziane un po’ sorde, un po’ rintronate, che passano delle ore alle casse facendosi ripetere tutto circa dieci volte e che cercano di intrattenere discorsi amichevoli con gli addetti? Per quanto ti renda triste pensare che non abbiano nessun altro con cui parlare se non un impiegato, non ce la fai proprio a non aver voglia di inveirgli contro.
Un’altra categoria di vivacità senile è rappresentata dalle vecchine in bicicletta. Trovo che loro siano davvero le peggiori che si possano incontrare. Sono coloro che se ti vedono camminare sotto i portici i bici sono in grado di maledirti in qualunque modo alle spalle, invitandoti a vergognarti per ciò che stai facendo, ma la stessa vecchina la ribecchi un’ora dopo sulla sua magnifica Graziella lucidata a nuovo e silenziosissima che sfreccia sotto il portico e ti suona anche col campanello per incitarti a spostarti prima che ti colpisca.
Infine, ce ne sono delle altre che mi ricordano ancora una volta Pirandello e il suo umorismo: le nonne impellicciate.
Quelle lì conservano pelli di mammuth puzzolenti di naftalina che mettono anche se non è poi così freddo e se ne vanno in giro per la città tirate a lucido con rossetto e smalto rosso, borse di pelle equina firmate e tacco alto, ma non troppo. Hanno lo sguardo all’insù come il loro naso e sembrano guardarti dal basso verso l’altro, così quando tu le incontri mentre tenti di fare un trasloco da una città all’altra con le tue valigie pesantissime sapendo benissimo di stare entrando dalla porta sbagliata dell’autobus, loro ti guardano con disprezzo, ma insomma, è inutile farmelo notare sostenendo che i giovani di oggi non sono più quelli di una volta, spostati piuttosto!
Insomma, magari non sembra, ma io le vecchine le adoro. Trovo che siano come un porta-gioielli all’interno del quale sono nascosti mille preziosi monili rappresentati dai ricordi, ma diciamocelo, la furbizia e l’astuzia non hanno età e talvolta si pretende che l’età giustifichi i mezzi, perciò ecco il mio appello: vecchine di tutto il mondo siate gentili e non trasformatevi in streghe da Biancaneve!