Lettera aperta ai professori.

Parto con una premessa: sono stizzita, anzi, molto stizzita.

Studio da quasi 18 anni, vuol dire che per quasi tutta la mia vita (io, così come i miei coetanei che ancora studiano), di mattina mi sono alzata e preparata per andare a scuola. Quaderni, astuccio, diario e libri. Quando ero piccola e mettevo ancora il grembiulino bianco con i ricamini rosa tutto quello che succedeva in classe era una cosa nuova: l’alfabeto, le vocali, le consonanti, il corsivo, lo stampatello, la divisione in sillabe. Poi col tempo le cose si sono fatte via via più complesse: le scuole medie, il liceo, l’università. Il tutto per cercare di ‘formarmi’, di avere una forma più o meno delineata in questa società, facendo forza sulla solidità delle mie conoscenze. Ultimamente mi sono accorta di lamentarmi parecchio e ho cominciato a chiedermi perché, per capire se il problema è soltanto mio oppure c’è davvero qualcosa che non quadra. Ho risolto i miei ‘fastidi’ in qualche punto:

  1. Non riesco a capire perché molti tra di voi, miei cari professori, continuino a trattare i propri studenti come se fossero un branco di pecore ignoranti, sprovviste di un cervello pensante o di alcun tipo di conoscenza. Vi ricordo che se siamo all’università (e non al primo anno) vuol dire che dei vostri colleghi ci hanno ritenuto all’altezza di proseguire nel nostro percorso di studi, quindi ci meritiamo di essere dove siamo e non ci state facendo soltanto un favore.
  2. Per iscriversi all’università, in Italia, si paga, com’è ben risaputo. Per essere presenti, per stare lì ogni mattina e pomeriggio, qualcuno paga per noi (o noi stessi). Le nostre tasse, la nostra voglia di imparare e assorbire conoscenza crea il vostro stipendio. Perché sembra che invece quello che insegnate non ci sia dovuto?
  3. Il principio di umiltà.
    Il primo vero principio che molti imparano nella vita prima di tutti gli altri. Ci viene detto di essere umili, sempre. Dov’è andata a finire, invece, l’umiltà degli insegnanti? Il fatto che facciate parte di gruppi importanti, che abbiate scritto il testo universitario più incredibile della storia o chissà cos’altro vi fa merito, ma non per questo lo dovete ricordare ad ogni lezione, ogni giorno fino alla fine del semestre.
  4. Giovani dal cervello in continuo multi-tasking.
    Le nuove tecnologie e in particolare gli smartphones fanno parte del nostro quotidiano più di ogni altra cosa. Se una lezione è monotona, disinteressante, ripetitiva o semplicemente vi limitate a leggere delle diapositive, il 99% delle volte si tratta di una lezione inutile e viene spontaneo distrarsi. Lo sapete voi e anche noi. Non serve a molto seguire un corso fatto di diapositive al computer, abbiamo imparato a leggere verso i 6/7 anni e se anche si tratti di un powerpoint incredibilmente fatto bene, non sarà illuminante, a meno che a questo non vengano aggiunte altre conoscenze e non si limiti a costringerci alla copiatura come dei vecchi e buoni scriba.
  5. Le minacce.
    Quello che mai capirò è a cosa serve minacciare gli studenti. Minacciarli di non fargli passare l’esame, di dargli un voto che gli abbasserà la media, di fargli ritardare il giorno della laurea. Quando questo succede è imbarazzante e fidatevi che non fate una bella figura, semmai il contrario.
  6. “Io esercito la professione da N anni”.
    Bene, è molto interessante, ma anche noi esercitiamo la stessa professione da altrettanto tempo e di professori ne abbiamo conosciuti una marea. Da quelli allegri a quelli tristi o depressi, da quelli molto competenti a quelli quasi incompetenti. Abbiamo imparato a suddividervi in categorie così come voi fate con noi, ma l’errore sta nel partire prevenuti. Chiunque, sia lui/lei studente/ssa, che professore/essa si sbaglia quando crede di aver già identificato l’altro e di sapere che voto si merita a prescindere. Un voto è solo una cifra che non cambia il valore della persona, ma ne valuta solo le conoscenze. Credo che a volte la simpatia si confonda col voto o con l’esame stesso.

Concludo la mia critica con un po’ di autobiografismo…i miei genitori hanno deciso di investire nella mia istruzione, di pagare le tasse che io non potevo permettermi e i libri che non potevo comprarmi, di pagare un affitto, delle bollette, una vita ‘fuori casa’ e io posso ripagarli solo con i miei risultati universitari, con i miei voti. Però sono delusa. Tante volte ho pensato di poter trovare docenti che andassero al di là della canonicità del loro insegnamento e che mi aprissero una porta di cui ignoravo l’esistenza, che cercassero di creare un rapporto di umanità e non di subalternanza, che non mirassero solo a un obiettivo finale, ma che invece ci tenessero a costruire un bel viaggio nel mezzo… Questo è successo molto raramente e purtroppo all’università vedo troppo spesso solo musi presuntuosi che camminano col naso all’insù. Insegnare è il mestiere più vecchio e più difficile del mondo perché non serve a modellare un vaso, un mattone, un oggetto qualunque, modella un individuo ed è ciò che è alla base dell’interazione con l’altro. È per questo motivo che io credo debba essere fatto con criterio e con umiltà, cercando di colmare dei vuoti e non creandone.

 

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Il teatro dell’umanità.

Giorni, anzi, settimane di silenzio, che – considerata la mia parlantina – sono più che anomale. Eppure tutto ha una spiegazione che ha a che fare con le numerose albe viste in quest’ultimo periodo, le notti insonni, un lavoro abbandonato e una vita da pendolare appena spuntata. In attesa a braccia conserte mi chiedo:ma quanto tempo della nostra vita sprechiamo aspettando un autobus, un treno, un pullman, un aereo? Quanti minuti di ritardo ci hanno rubato Trenitalia e i servizi pubblici delle nostre città? Mi ricordo di un vecchio studio dove si divertivano a mettere insieme le ore e i minuti passati in attesa e che diventavano mesi, se non anni. Quel tempo non ritornerà mai indietro. Poi un giorno ti guardi allo specchio e ti ritrovi un capello bianco o bianco per metà, una ruga giusto nella pieghetta dell’occhio, una zampa di gallina monca pronta a segnarti con una riga come una matita sul foglio.

Ognuno impiega il suo tempo in attesa come può: chi legge, chi ascolta la musica, chi fissa lo schermo delle partenze, chi mangia. Io in quei minuti che a me sembrano lunghe, lunghissime ore, faccio quello che mi piace di più in pubblico: osservo la gente.
Le stazioni, molto più che gli aeroporti o altri luoghi dove si concentrano estranei, sono un vero e proprio teatro dell’umanità. Le diverse tipologie di treni accolgono persone provenienti da qualunque ceto sociale, first class e economy class insieme, lì a un passo dalla “linea gialla”.
C’è il mendicante che ti chiede l’elemosina, le zingare con le loro gonne colorate e le trecce lunghissime con cartelli che recitano “ho fame”, la signora che si è fatta rubare il portafogli cinque minuti dopo essere arrivata in città e sbraita come se fosse a un comizio elettorale. Le sale d’attesa o le aree aperte sono popolate da chi aspetta un treno intercity con 90 minuti di ritardo che percorre la punta più a sud del paese fino a quella più a nord e accanto c’è seduto il barbone che dorme a bocca aperta mostrando un evidente scompenso nel numero di denti. Poi c’è l’uomo d’affari vestito di tutto punto che aspetta il suo Frecciarossa in giacca, cravatta e valigetta che andrà a sedersi in business class, chiedendosi come mai tu, con quindici valigie, la tuta e una busta del supermercato, possa stare seduto proprio di fronte a lui che ti guarda con aria di sufficienza. E ancora, ci sono i fumatori dei 3 minuti di sosta, che stanno lì pronti davanti alla porta per prendere una boccata di catrame e nicotina prima che si chiuda, gli stranieri con gli zaini enormi che sbattono addosso a tutti a ogni girata e i bambini a cui vengono in mente i pianti più disperati e le canzoni più stridule proprio mentre sono seduti al sediolino alle tue spalle e neanche le cuffie sono abbastanza per coprire la loro voce squillante. Quelle che fanno più tenerezza sono le mamme e le nonne o i nonni che attraversano regioni sconosciute per raggiungere figli emigrati altrove e con il loro accento marcato e la voce un tono sopra alla media parlano al telefono rassicuranti “sì, tutto bene, e mo’ stiamo fermi, ci vediamo stasera” oppure ti sorridono e sono gli unici che ancora ti danno a parlare con estrema dolcezza perché loro proprio lo detestano il sentirsi estranei. E se durante uno dei vostri viaggi vi sentirete particolarmente osservati, non temete, magari sono io o forse qualcuno come me che inganna il tempo cercando di capire chi e cosa lo circonda, ma nel caso in cui questa cosa proprio vi disturbi “ci scusiamo per il disagio”.

Essere un fuori sede.

In questi giorni sono presa da strane riflessioni ed elucubrazioni sul passato e non so se sia dovuto al grigio e alla pioggia o semplicemente al vedersi crescere, ma pensavo alla me che qualche anno fa ha deciso di essere una ‘fuori sede’.

Essere una matricola all’università di Bologna è un po’ come essere un pesciolino piccolo in una vasca piena di piranha. Una vasca in cui tutti, all’inizio, sembrano dei gran fighi, quasi tutti più grandi di te che sanno dove andare, cosa fare, mentre tu ti guardi intorno e quasi ti vergogni ad aprire la cartina che ti ha fornito l’università per non essere additato sin dal primo giorno come “La Matricola” e ti auguri che la strada che hai scelto a caso sia, per un calcolo statistico favorevole, quella giusta.Passi i primi giorni ad analizzare le facce dei tuoi compagni in aula, cercando di trovare in qualcuno di loro quegli stessi segni di incertezza che tu avrai sicuramente stampati in fronte, per trovare uno o una simile a te, che non si porti con sé il gruppetto di amichetti solido e attivo sin dai primi anni del liceo e dove tu non entrerai mai neanche a farti spazio con martello e scalpello. Per la legge secondo cui gli uccelli si accoppiano in cielo e gli scemi in terra, si trova prima o poi qualcuno che ti assomigli e che nel mio caso è stato qualcuno che si chiedeva a cosa servisse il corso di linguistica inglese dove alla fine anche chi sembrava capire fingeva, mentre gli altri si lanciavano palline di carta o guardavano nei jeans a vita bassa di chi stava davanti ed era costretto a sedersi a terra, inconsapevole di avere mezza chiappa scoperta.
Comunque dall’imbarazzo, la goffaggine e il sentirsi un pesce fuor d’acqua delle prime settimane (e forse dei primi mesi), passi a capire come funziona davvero. Dapprima cominci ad arrivare a lezione in ritardo, poi ad uscire la sera e adoperare una selezione dei bar/pub/discoteche/locali del centro studentesco individuando immediatamente quali sono quelli in cui incontrerai altre matricole come te, ragazzi che puzzano di ormoni e minorenni che dimostrano 30 anni. Il passaggio successivo consiste nel quasi evitare del tutto quei posti e trovarne invece degli altri molto più intimi, quelli in cui si fa il miglior aperitivo o si beve il migliore spritz e l’ultimo step arriva dopo la laurea o quasi.
Poche stradine hanno ormai segreti e in quella città che quasi ti era straniera e ti faceva paura, ti ci senti ormai parte integrante a tutti gli effetti. Sei dunque un veterano: hai vissuto il puzzo dei portici, le serate sbracato in piazza Verdi o San Francesco, le manifestazioni, il vino “scrauso” della Coop, i concertoni all’Estragon, le feste private e se anche dopo anni il tuo accento non si è piegato alla parlata locale, ormai sei un meticcio. In casa usi espressioni e interiezioni assolutamente anomale e ‘fuori sede’ non te ne accorgi, ma tendi a marcare il tuo accento, come se lo stare ‘fuori’, di per sé implicasse il marcare la propria provenienza per non dimenticarsene mai. 
Lo stesso processo ‘evolutivo’ vale per tutte le città che non ci appartengono, ma che ad un certo punto ci assorbono, anzi ci fagocitano e restiamo lì, come intrappolati all’interno di quelle piccole palline di vetro mentre intorno a noi cade la neve.  

Perché è difficile vivere con i bolognesi.

Ormai è un dato di fatto. Dopo aver sfatato il mito sui toscani e la onnicomprensibilità del loro dialetto, credo sia giusto dare a ognuno il suo e stavolta mi occuperò del bolognese.

Quando, da matricola, mi sono trasferita a Bologna per studiare, ignoravo la realtà delle parlate altrui e, sebbene fossi conscia del fatto che esistessero altri dialetti, non immaginavo che nel parlare comune potessi ritrovarmi a sbigottire così tanto spesso. Perché, in effetti, ciò che tradisce nel centro-nord d’Italia è che le persone affermano di non conoscere e non saper parlare il dialetto, ma usano comunque modi ed espressioni che sono tipicamente regionali, anzi direi provinciali e che cambiano repentinamente ogni 20km e forse meno.

Una delle mie prime esperienze è avvenuta al citofono.Suonano e io chiedo: “Chi è?”, ma da sotto mi rispondono: “Scusi, mi dà il tiro?” Per un attimo resto lì, con la cornetta attaccata all’orecchio e temo di non aver capito bene, quindi dico: “cos’è che devo darle?” “il tiro, il tiro…mi apre il portone?” Aaah, beh, ma bastava dirlo subito!

Poi vengono delle amiche di mio fratello, chiacchierano e dicono “sì, che figata, insieme si fa ‘balotta’!” Sì, ovviamente.
Poi, la stessa amica, torna il giorno dopo e dice “guarda, ti devo raccontare, ho trovato una gran bazza!”
Un po’ incompresa e sola nel mio mondo continuo a non capire, e per peggiorare la situazione mi fanno: “certo che hai un bel bulbo!”. E a continuare: “tal dèg”, “sa dit?”.
Un altro grande momento è stato quando, ignara, sono entrata in una panetteria e vedendo che un cartello ne riportava la scritta, ho chiesto al panettiere: “Scusi, ma cosa vuol dire socmel?”
La mia vendetta, allora, è cominciata il giorno dopo, quando ho cominciato a interpellare i bolognesi e gli emiliani in genere e a chiedergli di ripetere parole come “ragazzi”, “zanzara”, “zuzzurellone”. La loro verve si è spenta nell’assenza di sonorità delle fricative.
Dopo quattro anni, ora so che in balotta si è in compagnia e la bazza è un grande affare, ho cercato di imparare le espressioni più comuni e mi sono piegata dal ridere quando di recente, parlando con una mia amica autoctona, le ho detto che la mia parola preferita in bolognese è “bulbo” per dire capelli, ma lei mi ha guardata stupita e mi ha detto: “ma dai, perché? non è italiano?”

A ognuno il suo.

Alla pari per caso.

Quasi sei mesi fa m’incoronavano, non di aureola, ma di alloro. Mettevo fine a 3 anni e mezzo di esami (utili e inutili), stress, Erasmus e festini, corsi alle 8.30 di mattina seduta a terra con il quaderno sulle ginocchia, mesi di reclusione casalinga e esaurimenti da coinquilinato.
Il giorno dopo la festa ero su un treno.
Avevo deciso: andavo, andavo, andavo…ma dove cazzo andavo???
Boh. Il mio treno mi portava a Ginevra (non voglio esprimere il mio disappunto per il sistema monetario e finanziario svizzero qui), poi finivo in Francia, all’incirca a 45°54′00″N 6°07′00″E a qualche centinaia di metri sul livello del mare accanto a un lago, lontano da qualunque grande città.
Quello che avevo deciso era diventare per cinque mesi una ragazza “alla pari”, alla francese un’au-pair.
Io e la mia “famiglia” ci siamo scelti grazie alla compatibilità dei nostri profili: amanti dello sport, della natura, delle passeggiate, aperti, disponibili, non troppo lontani d’età.
E così mi sono ritrovata in una nuova camera provvista di bagno privato, ingresso sul giardino e una decina di mucche al pascolo a circa 20 metri. Mi guardavo intorno e scoprivo un nuovo sport: il parapendio. Passavo i giorni a tenere gli occhi al cielo, curiosa di scoprire tutte le acrobazie possibili e scoprivo nuove persone che parlavano una lingua diversa dalla mia (seppur nota) che avevano abitudini, gusti, pareri, idee, modi di pensare differenti. E scoprivo angoli nascosti della mia persona dove si annidava tutta la pazienza che non ho mai creduto di avere, tutta l’innocenza che avevo dimenticato, tutta la voglia di giocare ed essere infantile che avevo accantonato.
Mi sono rivista piccola, cocciuta e piena di riccioli a rincorrere nel cortile i miei vicini di casa, a giocare nel fango e a tornare ogni giorno a casa sporca, coi pantaloni strappati e piena di graffi nuovi o lividi. Mowgli, il bambino della jungla, ma al femminile.
Ho ripreso in mano i pastelli e i pennarelli, il secchiello da spiaggia, la paletta e il rastrello, il cucchiaino pieno di Nutella a merenda, i cartoni animati e il cinema per bambini al pomeriggio. Ho riaperto i libri delle favole, ma in una lingua diversa da quelle che mi avevano raccontato e ho conosciuto Martine, Xavier e Nicolas. Ho letto il libro dei “perché?”, quello sulla cacca e sulla pipì. Ho rivisto la vasca piena di giochi e mi sono ricordata della mia Minnie di plastica che aveva un buco da cui entrava l’acqua e che amavo riempire e svuotare. Ho ritrovato i peluches piccoli, medi, grandi, quelli da viaggio, quelli da gioco e da notte. Ho ripercorso anni di spensieratezza e quaderni riempiti di scarabocchi, quando ancora non si è in grado di scrivere. E poi il bacio della buona notte e la luce accesa per la paura del buio.
Fuori dal mondo dei bambini, accadeva in me dell’altro. Mi abituavo a usare una lingua diversa che quasi prendeva il sopravvento sulla mia, i contorni di persone che non conoscevo col tempo diventavano nitidi e marcati. Come un libro sconosciuto che sfogliandolo per la prima volta sembra complesso perché non si conoscono la trama e i personaggi, ma poi tutto diventa conosciuto, familiare.
Ci sono stati anche però altri momenti.
Quelli delle nostalgie disperate, delle notti insonni, delle maledizioni. Quelli in cui ti manca anche il puzzo della tua città e l’ubriacone di turno, quelli in cui ti senti già scarico prima ancora di esserti alzato dal letto. Poi un sorriso di un metro e venti incrocia il tuo broncio…

Tra una settimana le valigie saranno pronte, lì davanti alla porta d’ingresso. Mi preparo al cambiamento e rifletto. “Alla pari”… cosa vorrà dire “alla pari”? Alla pari è nella lingua, nonostante lo scarto, alla pari è nel gioco, non conta se sei più grande, alla pari è nella condivisione, dai e ricevi allo stesso modo, alla pari è nelle possibilità.

Torno ad essere la studentessa che avevo accantonato e messo nel cassetto, la precaria che ha disegnato per me la società, la laureata senza sbocchi, il “cervello in fuga” dei quotidiani.
Torno a essere me: la cocciuta piena di riccioli che gioca nel fango e si sporca di continuo e torna a casa con i jeans strappati e le sbucciature alle ginocchia. E sulla porta rivedo la mia mamma, con l’espressione corrucciata e di cui sento sempre il profumo.

In fondo non è cambiato poi molto.