Perché è difficile vivere al Sud.

Da qualche anno mi sono trasferita al “nord” e dopo aver vissuto in 3 Paesi diversi il mio stile di vita è probabilmente cambiato, per questo mi ritrovo, ogni volta che torno a casa, a stupirmi per delle cose che mi lasciavano indifferente (o quasi), quando ero ancora una liceale.
Vivere al Sud non è semplice. E non è solo per via della crisi che ha ridotto posti di lavoro già scarsi e neanche per la mafia, la camorra e altre forme di illegalità organizzata, anche la quotidianità è complessa a causa di quella che io credo sia una forma mentis completamente diversa e che molto spesso ignora le sue contradditorietà.
Al Sud, o perlomeno nella mia regione, tutti (o quasi) hanno almeno 2 o 3 compari, quegli amici o pseudo tali che ti aiutano a sollevarti nel momento del bisogno, che sono presenti in salute e in malattia e che possono salvarti dalle situazioni più “complicate”. Uno ha bisogno di soldi, allora organizza un finto incidente per cercare di fregare l’assicurazione e recuperarci denaro. Il “trucco” della botta nel parcheggio, in fondo chi è che non l’ha mai fatto? Ma il compare è molto di più, è quello che conosce un amico che ha un amico che a sua volta ha un amico di un parente che può fargli il piacere di trovargli qualcuno che attraverso un imbroglio gli farà avere i canali satellitari quasi ‘aggratis’, pagando un obolo irrisorio. Poi c’è l’amico vero e proprio, che svolge più o meno le stesse funzioni del compare e che può farti godere di uno sconto in più per l’acquisto di un capo di abbigliamento, che può farti avere il pezzo di carne migliore in macelleria o indicarti i frutti e le verdure migliori al banco ortofrutticolo. L’amico è anche quello che chiama la fidanzata dell’altro per calmarla quando lei si arrabbia perché il suo uomo l’ha tradita e che fa da intermediario, talvolta sporcandosi anche le mani. Una palese prova d’amicizia è chiedere all’amico che ha un esercizio commerciale di farsi fare uno scontrino minorato sull’acquisto, anzi lo scontrino stesso è un affronto: “Dai, che fai? Mi fai lo scontrino?! Ma almeno fammelo di meno!”
Oltre alle forme di aggregazione, al Sud alcuni individui trovano normale depositare di notte rifiuti domestici sul bordo della strada, anche se fanno quel tragitto quattro volte al giorno e rivedranno le loro confezioni di biscotti, tonno e cereali fino al momento della loro parziale decomposizione. Tutto ciò avviene ANCHE SE c’è la raccolta differenziata porta a porta, ANCHE SE quegli scarti rimarranno lì per mesi, se non anni. A questi veri geni dell’ambiente si aggiungono quelli che trovano normale deturpare il patrimonio umanistico di una regione imbrattando marmi antichi quando ne sanno di storia dell’arte più o meno quanto me in materia di fisica quantistica. Altri ancora, i miei preferiti, sono quelli che cercano di far colpo sulle donne sgommando su una strada in centro col limite di 50km/h o che impennano e il peggio è quando ci riescono davvero. Per strada, comunque, molti superano loro stessi. Il clacson è un mezzo per salutare il compagno che è sul marciapiede, le strisce per il parcheggio sono un optional, ognuno fa la manovra come gli pare e come gli viene, le corsie destra e sinistra sono spesso confuse o comunque non rispettate, i motorini sono indipendenti: il sorpasso avviene ovunque ci sia spazio. Anche sul marciapiede.
Poi, per qualche strano motivo, nella mia regione, le persone non riescono a dialogare normalmente, ma devono farlo sempre gridando, bestemmiando, ululando parolacce. Nessuno riesce a discutere con l’altro se non in maniera violenta e aggressiva, un vero e proprio modello di incomunicabilità pirandelliana.
Per concludere esprimo la mia solidarietà, anche se con rabbia, a tutti quei lavoratori indipendenti e commercianti che in questa regione devono cedere una parte del loro guadagno a quei mafiosi e camorristi che vivono come parassiti sulle spalle di questa società impedendo la crescita e la risalita di regioni che avrebbero da donare al mondo più di interi Paesi.

Vivere al Sud è complesso, gli ingranaggi di queste terre sono unici e incomprensibili per chi non li conosce e non li ha visti da vicino, difficili da smantellare, impossibili da sradicare del tutto. La violenza, la volgarità, il menefreghismo che vedo mi feriscono e mi turbano perché quando sono lontana, circondata dal cemento, penso ai campi immensi e vasti e verdi, alle montagne, alle rocce, agli edifici antichi, alla storia dei briganti, al profumo della mia terra in gran parte malata, alla mia casa, il ‘nido sicuro’ e tutti quei luoghi conosciuti, molto spesso violentati. Trovo difficile dire che esista un posto più bello di quello dove sono nata e cresciuta, apprezzo che molto si sia conservato com’era e forse com’è sempre stato, eppure devo sempre ammettere che spesso, qualcuno “dall’alto” del suo potere, ma dal basso del suo essere nefando, è intervenuto e interviene in maniera inappropriata sui miei alberi, la mia terra, sulle ricchezze che i nostri antenati ci hanno lasciato. E rovina il passato, rendendo instabile il futuro.

Annunci

Perché è difficile vivere con un toscano.

Quando ho conosciuto quello che poi è diventato il mio ragazzo, è stata una dura impresa riuscire a capirlo. Lui non è straniero, anzi, parla benissimo l’italiano, però diciamo che ha dei piccoli difetti all’apparato morfo-fonatorio.

La prima sera che siamo usciti insieme ho capito circa la metà delle cose che mi ha detto e vi giuro che, seduta sul gradino davanti alla biblioteca, il primo a cui ho pensato è stato lui, il più grande: Dante. Ma non aveva passato in rassegna i dialetti per unificarci sotto un unico idioma, l’italiano? Perché qui, invece, parliamo la stessa lingua e comunque non ci capiamo?
Con i giorni che passavano ho cominciato a capire qual era il problema…le sue C erano mute! Per un orecchio abituato alla durezza delle consonanti del sud come il mio, l’assenza di una sola di queste ha scatenato il panico. Dunque, prima cosa da fare: aggiungere una C ad ogni consonante aspirata “la hasa, la hamiSCia, le Hose, l’ahascia…”. Ma non era così semplice, non molto più tardi è arrivato il momento in cui ho capito che anche le T e le D erano aspirate: “hapitho”, “compratho”, “basciatho”. Le cose si complicavano, dunque…aggiungere le C, eliminare l’aspirato.

Cominciavo ad abituarmi, sì, tutto diventava più chiaro.

Un giorno gli telefono per chiedergli cosa sta facendo e lui mi risponde: “do i’cencio”. Dall’altra parte ero impietrita…[cos’è che starà facendo veramente? Glielo richiedo? No, no.] Poi lui continua e dice che c’è un gran ‘bailame’ in casa.
Continuo a non capire, parlo cinque lingue, ma la sua no, è incredibile.
[Amore, ma che hai detto?]
“Un tu sarai miha sorda?” [No, non sono sorda.]
Siamo a casa e a un certo punto mi dice che va a buttare il ‘sudicio‘. Ok, questa è facile, la so, è la spazzatura!
Ci prepariamo per uscire e mi fa: “Sadidandà”? [Quest’è troppo, ma che stai dicendo?] E continua con altre varie perle: “l’è un trojajo”, “‘na sega”, “i’ popone”, “i’ canino”.
Insomma, io sono lì e lo guardo. Per capirlo faccio appello alla mia intuizione, al Treccani, al dizionario toscano che abbiamo in casa, ma quando siamo a tavola con la mamma, il papà, la sorella e la nonna c’è un coro di consonanti aspirate, una moria di C, una ripetizione dei soggetti (tettù, voivvu) e tante, tantissime parole che io non capisco e forme verbali mai sentite. Tutta la mia conoscenza grammaticale evapora, sono sola contro cinque.

Sorrido, sì, sorrido. “Unnè miha forte i’nostro accento”, dicono. No, no, per carità!

Un po’ di tempo ormai è passato, io comincio ad imparare e quando gli dico che è ora di cominciare a pronunciare le consonanti, lui difende il suo toscano-centrismo e se la prende con le mie vocali sostenendo che non ne pronuncio una giusta, da allora abbiamo fatto un patto: io pronuncio le consonanti e lui le vocali.

Essere complementari è una strategia vincente…e non solo in linguistica!


diospero