Quasinverno.

Mi manchi o mi manca.
E non so se è l’idea distorta che ho di te, del tuo doppio modificato dal mio immaginario perverso, o se sei proprio tu a mancarmi.
Giro a vuoto in questa casa cercandoti in ogni stanza, e non ti trovo.
Anche quell’idea che ho di te è sparita. Come le tende, che hai tolto per ultime.
Ti immagino ripiegarle con cura, prima un angolo, poi l’altro. Ti vedo mettere da parte le tazze, i miei piatti con i gatti cinesi, avvolgere nel film protettivo quelle poche cose fragili rimaste. Fragili come queste mani, spaccate dal freddo e dai graffi. Dai quali passa vento che non vorrei sentire, dolore che non vorresti provare.
Poi penso alla Conciergerie e quant’è bello passarci accanto di notte, quand’è tutta illuminata e non ha bisogno che qualcuno racconti la sua storia. Parla da sé, imponente com’è e si specchia vanitosa nella Senna. Nasconde segreti, come questo tuo cuore, sigillato dall’orgoglio.
Ti bacio sulla fronte stasera e dormo sogni tranquilli, cullati dai silenzi che ci scambiammo quell’ultima notte.

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Generazioni a confronto: io e nonna Meri.

Nonna Meri non è mia nonna, però io le voglio bene come se lo fosse. La incontro circa una volta al mese, di solito di domenica e ci mettiamo lì a tavolino a chiacchierare. Leggo nei suoi occhi da ultra ottantenne un lampo di vita e di gioia che molti miei coetanei non hanno; in particolare, quello che mi colpisce di lei è la sua autoironia che è anche un’ironia sferzante che spara a bruciapelo sull’età che avanza, sul destino ineluttabile che la aspetta. Ma lei è tranquilla, anzi, se la ride. Una volta, ad esempio, non riusciva a trattenersi mentre raccontava che una delle sue amiche a cui telefonava ogni mattina, un giorno non le ha risposto, “e ti credo che non rispondeva, l’era morta!” …e rideva.
A nonna Meri ho fatto quelle domande che non sono riuscita a fare ai miei nonni per mancanza di tempo e non solo, così le ho chiesto di parlarmi della guerra. Le mie domande erano banali: “come si stava? Che facevano i tedeschi?” e lei senza un’ombra di rabbia mi ha risposto che andavano a mangiare da loro e che un giorno un tipo giovane, poverino, era morto in casa e tutti ne erano dispiaciuti anche se era tedesco, perché in fondo era buono e bello. Dato l’argomento, mi sarei aspettata commenti più severi, più duri, ma invece lei ha quell’indole per cui tutto viene elaborato con calma, senza eccessi. Non era della stessa idea il suo papà che, invece, si era rifiutato di fare la tessera del partito e così era rimasto a lavorare in casa come calzolaio, senza scendere a patti per niente, neanche per quel lavoro migliore che gli era stato offerto.
Nonna Meri ha la voce sottile, ma estremamente decisa. Parla di suo fratello, morto da ragazzino, con una nostalgia che non si è diluita nel tempo. Lo rivede ancora, nei suoi racconti, montare in sella alla sua bicicletta mentre gareggia, fino al giorno in cui un incidente gliel’ha portato via, a lei e alla sua famiglia. Tra i suoi ricordi affiora quello del giorno in cui era stato schiaffeggiato da un fascista per una battuta innocente, gesto che il suo papà non perdonò mai, neanche quando gli venne chiesto perdono durante i funerali. Quel fratello, perso nello scorrere del tempo, era stato anche tanto buono con lei, più grande di qualche anno, per farla partecipare alle lezioni di ginnastica che si tenevano unicamente con l’uniforme della ‘piccola italiana’ aveva deciso di comprargliela di nascosto dal papà restio, ricevendo in cambio come unica ricompensa la custodia del segreto in eterno.
Quello che mi stupisce del suo volto è il candore, Meri ha pochissime rughe e le guance sempre fresche. Ogni volta che mi vede mi dice che sono sempre più bella e questo mi fa pensare che forse anche la mia nonna mi avrebbe detto lo stesso, se fosse stata ancora in vita. Lei è la mia connessione col passato e allo stesso tempo col futuro: con quel tempo che non ho vissuto perché non ero ancora ‘in programma’ e con quello che, si spera, sarò io un giorno. Forse è per questo che mi sento così vicina a lei, lei che non smette di ringraziarti e lodarti per aver cambiato la batteria scarica alla sveglia e che non riesce a capire come si faccia ad acquistare un biglietto dal cellulare, che per giunta non bisogna obliterare.
Anche se non lo conosce e non sa come funzioni, Meri sa benissimo che ho provato a registrare la sua voce col cellulare. Non ha il bastone e sebbene il suo passo sia lento, la sua mente non lo è affatto. Corre veloce tra i ragionamenti e quando qualcuno bisbiglia pensando che lei non sia attenta, ti fulmina col suo sguardo vispo e t’illumina col suo sorriso. Le piace anche prendere in giro gli altri, così come se stessa, e lo fa senza malizia, accompagnando la battuta a un occhiolino.
Mi piace pensarla giovane quando, stando ai suoi racconti e quelli di suo figlio, sfrecciava in motorino per andare a lavoro e faceva tutto con la leggerezza tipica della gioventù, senza avere sulle spalle il peso degli anni trascorsi. Oggi, invece, Meri col suo passo lento va ad aprire la chiesa ogni mattina anche se afferma di non aver mai visto dio.
Quando siamo a tavola, uno dei momenti che preferisce di più (come me) è quello del dessert e dello spumante dolce. La pasta non le fa gola, ma quando si tratta di cioccolato ha lo stesso volto allegro di un bambino all’ora della merenda. In quei momenti io l’adoro e mi rammarico di non averla potuta conoscere prima.
Nel momento in cui ci separiamo la vedo adombrarsi e mi chiede sempre quando sarà la volta in cui ritornerò e io le rispondo sempre che sarà presto, anche se non so quando, “ma prometto che ti telefonerò”. Così mi dà quel bacio tenendomi le guance con le mani e io mi porto fino all’incontro successivo l’immagine di lei che sul ciglio della porta agita la mano sorridendo fin quando la macchina non esce fuori dalla sua vista.

meri
Meri

Perché è difficile vivere con un toscano.

Quando ho conosciuto quello che poi è diventato il mio ragazzo, è stata una dura impresa riuscire a capirlo. Lui non è straniero, anzi, parla benissimo l’italiano, però diciamo che ha dei piccoli difetti all’apparato morfo-fonatorio.

La prima sera che siamo usciti insieme ho capito circa la metà delle cose che mi ha detto e vi giuro che, seduta sul gradino davanti alla biblioteca, il primo a cui ho pensato è stato lui, il più grande: Dante. Ma non aveva passato in rassegna i dialetti per unificarci sotto un unico idioma, l’italiano? Perché qui, invece, parliamo la stessa lingua e comunque non ci capiamo?
Con i giorni che passavano ho cominciato a capire qual era il problema…le sue C erano mute! Per un orecchio abituato alla durezza delle consonanti del sud come il mio, l’assenza di una sola di queste ha scatenato il panico. Dunque, prima cosa da fare: aggiungere una C ad ogni consonante aspirata “la hasa, la hamiSCia, le Hose, l’ahascia…”. Ma non era così semplice, non molto più tardi è arrivato il momento in cui ho capito che anche le T e le D erano aspirate: “hapitho”, “compratho”, “basciatho”. Le cose si complicavano, dunque…aggiungere le C, eliminare l’aspirato.

Cominciavo ad abituarmi, sì, tutto diventava più chiaro.

Un giorno gli telefono per chiedergli cosa sta facendo e lui mi risponde: “do i’cencio”. Dall’altra parte ero impietrita…[cos’è che starà facendo veramente? Glielo richiedo? No, no.] Poi lui continua e dice che c’è un gran ‘bailame’ in casa.
Continuo a non capire, parlo cinque lingue, ma la sua no, è incredibile.
[Amore, ma che hai detto?]
“Un tu sarai miha sorda?” [No, non sono sorda.]
Siamo a casa e a un certo punto mi dice che va a buttare il ‘sudicio‘. Ok, questa è facile, la so, è la spazzatura!
Ci prepariamo per uscire e mi fa: “Sadidandà”? [Quest’è troppo, ma che stai dicendo?] E continua con altre varie perle: “l’è un trojajo”, “‘na sega”, “i’ popone”, “i’ canino”.
Insomma, io sono lì e lo guardo. Per capirlo faccio appello alla mia intuizione, al Treccani, al dizionario toscano che abbiamo in casa, ma quando siamo a tavola con la mamma, il papà, la sorella e la nonna c’è un coro di consonanti aspirate, una moria di C, una ripetizione dei soggetti (tettù, voivvu) e tante, tantissime parole che io non capisco e forme verbali mai sentite. Tutta la mia conoscenza grammaticale evapora, sono sola contro cinque.

Sorrido, sì, sorrido. “Unnè miha forte i’nostro accento”, dicono. No, no, per carità!

Un po’ di tempo ormai è passato, io comincio ad imparare e quando gli dico che è ora di cominciare a pronunciare le consonanti, lui difende il suo toscano-centrismo e se la prende con le mie vocali sostenendo che non ne pronuncio una giusta, da allora abbiamo fatto un patto: io pronuncio le consonanti e lui le vocali.

Essere complementari è una strategia vincente…e non solo in linguistica!


diospero

Una storia qualunque?

Dopo aver tentato, nella giornata di ieri, di cominciare il mio piccolo Vademecum su mamma Francia, esaustivo e ironico per quanto possibile, ho deciso che data la nebbia di oggi, avrei fatto una pausa e mi sarei dedicata a qualcosa di diverso.

Una volta, o meglio, circa tre anni fa, avevo un ragazzo. Un tipo in gamba, molto intelligente, cervelluto, il tipico nerd del nuovo millennio con una conoscenza sopra la media della fisica e della matematica, con cui delle volte litigavo in quanto poteva essere così presuntuoso da credere di avere gli emisferi cerebrali particolarmente uniti (vedi Einstein). Nonostante le differenze neuronali siamo andati avanti insieme per anni: si conoscevano le famiglie, io conoscevo le nonne, c’erano i viaggi, le vacanze, i concerti. Un giorno però, quando ho deciso di trasferirmi a 630 km da casa, le cose sono cambiate, e ovviamente, sono peggiorate. Alla fine ho il colpo di genio: decido che 630 sono pochi e vado 1860 km più su.
Dopo mesi ritorno e vado incontro al mio semi-ex con lo stesso fare scodinzolante e felice di un labrador, MA scopro che qualcosa non va. Mi sento stretta e non è solo per i kili che ho preso all’estero, ma perché in questa storia non siamo più due, ma tre. No, non sono incinta e il nostro non è neanche diventato un ménage à trois, semplicemente c’è un terzo incomodo.
Il mio ‘incomodo’ però è 10 cm più alta di me, straniera, bionda, occhi verdi-azzurri e si chiama come la protagonista di uno dei miei cartoni animati preferiti, ma la caratteristica che più la contraddistingue è che nella sua vita non ha deciso di fare la cassiera alla Coop, la segretaria o di lavorare in un call center della Wind in Romania, LEI ha deciso di fare burlesque.

Burlesque…

La prima cosa che ho fatto quando l’ho saputo è stato mettermi al pc e parlare con google. Gli ho chiesto cosa fosse, chi l’avesse inventato, perché esistesse. Mi ha presentato Dita von Teese, le ballerine del Moulin Rouge e sono annegata negli chiffons, i tacchi a spillo, i merletti, i reggi-calze, il pizzo, i pois e i copri capezzoli.

Ho passato dei mesi ad arrovellarmi il cervello e a tentare di capire perché lei e non una compagna di corso di ingegneria, ma alla fine ancora adesso credo di non aver ancora ben chiaro cosa sia stato a colpirlo…