Dentro i cassetti.

Nei miei cassetti ho trovato un mucchio di oggetti preziosi.
Frammenti della mia vita racchiusi in piccoli peluches e fotografie sgualcite. Dal primo all’ultimo, passo in rassegna attimi di un’esistenza ormai sbiadita. Gli oggetti, piccoli e materiali, senza alcun potenziale affettivo, restano lì immobili, eterni custodi di una me che non c’è più. Il diario di quell’anno in cui sono caduta in bicicletta testimonia una mia grafia storta, la mano ferita che ha cercato a tentoni di disegnare delle lettere per sfogare la rabbia di un’estate passata tutta fasciata. Poi c’è la cinepresa super 8 di papà, resuscitata dalla polvere della mansarda per soddisfare il mio fascino per il vecchio, rotto o poco funzionante. E insieme alla valigetta che la conteneva sono uscite fuori tutte le cassette, a loro volta pronte a raccontare storie più che dimenticate.
Nel secondo scomparto ho trovato la foto di un quasi bacio. Un attimo creato di proposito per fare uno scatto, la guardo e poi la rovescio. Non voglio che riaffiorino i ricordi. Poi ho trovato tutti i portachiavi che anni fa avevo allo zaino, ma quanti erano? Almeno dieci, forse quindici. Ma cosa cazzo mi passava per la testa? In un altro ci sono i quaderni. Dal 1999 racconto la mia vita a un potenziale pubblico inesistente a suon di critiche, a guardarmi oggi non sono poi cambiata così tanto.
Lì accanto, in fondo, ho trovato un anello. Un preziosissimo anello in plastica verde acqua. Di quelli luminosi. Una volta, infatti, si accendeva e francamente ne andavo molto fiera. Ancora oggi, quando lo vedo, lo indosso. Non riesco a resistere. Rovistando sono uscite fuori anche tante scatoline e in una ci sono dei biglietti che ci lanciavamo tra i banchi delle scuole medie. “Vuoi fidanzarti con me? Sì o no?” Non mi sono mai piaciute le domande così dirette, sfrontate. Lo spazio è rimasto bianco…
Spostando le cartacce, gli scontrini di aggeggi vari ormai andati persi o di cui non ricordo neanche l’esistenza, spuntano fuori le prime fotocamere dell’epoca digitale. I primi passi mossi dal mondo dei giovani verso il 2.0 che, mio malgrado/per mia fortuna, non mi hanno condotta verso instagrampinterest. L’elemento più inquietante di questa mia non voluta ricerca nell’abisso dei miei cassetti è la traccia del trascorrere del tempo. CD che non suonano più, con playlist di canzoni che oggi mi danno i brividi. Cosiddetti ‘artisti’ che ho preferito lanciare nell’oblio, ma di cui, tuttavia, resta traccia. La mia me evoluta, dall’ominide primitivo sino alla forma sapiens raccontato da pezzi di carta e spazzatura in plastica non riciclabile. Eppure eccola qui la vita che ci passa davanti: ci lasciamo alle spalle storie che poi non ricordiamo di aver vissuto e che rimangono impresse nelle cicatrici che ci portiamo addosso e nelle spaccature di oggetti feriti, che abbiamo (quasi) rotto.

Annunci

Profumo d’inverno.

C’ero io. E c’erano i rami dell’albero che, protesi verso l’alto, disegnavano un profilo scheletrico, segnato dall’inverno. Gli ultimi frutti, ancorati alle braccia lunghe, di legno, mostravano riluttanza. Il cielo di un azzurro limpido, una tempera accesa, leggermente smorzata dal bianco e poi il sole alto, accecante.
Ho passeggiato tra le viti spoglie dove, attaccate qua e là, c’erano foglie secche e un’unica pigna d’uva scura, cibo di insetti che al mio passaggio si sono alzati in volo, paurosi della minaccia. La terra umida si è piegata sotto il mio peso facendo da stampo alla mia scarpa e ci sono un po’ affondata dentro, sentendo ogni tanto l’ebbrezza della scivolata su foglie e frutti marci. Ho toccato quella terra più asciutta, sporcandomi volontariamente le mani. Volevo rotolarmici dentro, sentirla mia, annusare il profumo di qualcosa che mi appartiene soltanto di nome.
Lei ha cominciato a rincorrermi, scodinzolante. Noto il suo profilo da dietro che mi sembra allegro: un pon pon bianco su di un manto nero, il gioco di contrasti più riuscito di sempre. Allora ho camminato con lei, non al suo fianco perché ama precedermi e ho ripercorso tempi troppo spesso dimenticati.
Adesso il fitto boschetto di alberi magri è coperto da un pavimento di foglie appassite gialle e rosse. Tutto è in silenzio, ma i rami ricordano le risa di noi che bambini giocavamo a essere una famiglia di ‘grandi’. Pentolini, tazzine, coperchi, padelle. Tutto in miniatura affinché potesse essere proporzionato alle dimensioni delle nostre mani.  Anche un vecchio materasso e delle lenzuola sotto le quali ci nascondevamo raccontandoci storie e tu avevi dei bellissimi occhi.
Le grida dei nostri giochi animavano gli insetti e gli alberi, risuonavano nell’acqua del ruscello e facevano eco tra i rami che si passavano le nostre voci come una palla. Tutto, qui intorno, era pieno delle nostre voci gioiose.
Il bosco ora è più fitto, ma più spoglio rispetto a quei giorni caldi d’estate quando le foglie in alto erano così tante da non lasciar passare un filo di luce. I miei passi solitari adesso li sento e gli occhi seguono stretti sentieri percorsi mille e mille volte. Più lontano l’erba era corta e c’era la palla delle partite di calcio lunghissime. Adesso, invece, è così alta che non riesco neanche a capire dove arrivava quel confine disegnato dal campo e quell’albero enorme, sotto il quale osservavo frenetiche formiche nere di dimensioni spropositate, è stato bruciato dalle fiamme del fuoco, giunte fin qui. Una volta, qui dentro, in questo sentiero glabro e senza erba ci sono affondata con la curiosità di vedere quanto a fondo potessi arrivare con la gamba. Mi hai tirata su tu, col fango quasi fino al ginocchio mentre, piagnucolante, temevo di essere inghiottita dalla terra…
Correvamo e rotolavamo e c’erano torte di fango, corse folli in sella a una bici, giochi più o meno pericolosi fatti lontano dagli sguardi di mamme preoccupate. E io rientravo a casa sempre sporca, la terra secca attaccata ai pantaloni, i graffi sulle ginocchia e qualche livido qua e là. Piccole ferite che sanavano formando croste che amavo grattare via quando ormai tutto era passato e si poteva ricominciare, ricaderci sopra ancora una volta, riaprendo il taglio. L’ossigeno di questi alberi ha riempito i miei polmoni a cui ho restituito fiato, lacrime, urla.
Camminiamo ancora io e te, ma stavolta sei al mio fianco. Mi guardi, cosa ne sai tu di tutto questo? Nulla, ti basta solo che io ti lanci il rametto che hai puntato.

E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

È quasi la fine dell’anno e comincio a passare in rassegna tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi: le cose che ho fatto, i posti che ho visto, le persone che ho conosciuto. Tutto è stipato nell’armadio della memoria dove i ricordi fanno fatica a starci tutti.
Perlopiù vedo valigie, parecchie valigie. Anzi, direi case nelle valigie e valigie nelle stazioni, negli aeroporti, nelle macchine, nei pullman. Valigie che percorrono chilometri e che traslocano di continuo. Valigie con le ruote piegate, le cerniere scucite, la plastica incrinata, i colori sbiaditi. Valigie stremate e preoccupate che si guardano perplesse e si chiedono dov’è che andranno.
Un continuo migrare, ormai da anni. Prima al paesino accanto, poi in una grande città, poi in un altro Paese, poi in un altro ancora, alla continua ricerca di quel ‘centro di gravità permanente’. Col tempo sono diventata una viandante dallo zaino in spalla, con uno scaffale pieno di cartine di posti in cui forse non ritornerò mai più, un cervello pieno di confusioni linguistiche e foto di luoghi e persone di cui non ricordo più i nomi. Un’identità ormai frantumata, in cui ogni tassello caduto è stato sostituito da uno che ha ricevuto l’influenza di un’altra cultura, un’altra lingua, altro cibo, altri profumi, altre abitudini.
L’eclettismo identitario di chi ha dovuto imparare per necessità e passione a smontarsi e ricostruirsi, ad accogliere dentro di sé anche il diverso e il bizzarro, lasciandosi influenzare, ma senza cambiare del tutto.
Da qui, l’origine dell’apertura di chi, abituato a patire le mancanze del noto, ha trovato nell’ignoto e nelle differenze del prossimo una fonte di energia e di crescita per se stesso. Da qui, la necessità di doversi stringere forte alle proprie radici e passare qualche minuto al giorno a parlare al telefono nel proprio dialetto per non dimenticarne le basi e le inflessioni.
Penso a quel ‘migrante’ come me che presto tornerà a casa dalla famiglia per le vacanze di Natale e che si troverà a dover spiegare da dove salta fuori quell’accento un po’ strano, quell’espressione forestiera, quel taglio di capelli nuovo, quel paio di scarpe di un’altra moda. Riderà di sé quando qualcuno gli farà notare che quella parola non esiste e che è evidentemente la traduzione letterale di un’altra lingua e forse gli sorriderà il cuore quando sentirà il profumo della propria casa, del cibo della mamma e della nonna, quando riconoscerà i confini delle proprie montagne, l’orizzonte del proprio mare, la sinuosità delle proprie colline.
Forse, come me, per un attimo si ritirerà in un angolo e chiudendo gli occhi gli appariranno come al rullino di una macchina fotografica le istantanee di tutti i momenti salienti dell’anno che si rincorreranno l’una dopo l’altra. Quando li avrà riaperti sentirà un po’ il vuoto fuori, ma probabilmente sarà pieno, anzi, stracolmo dentro.