New York, New York…

Questi giorni d’agosto rappresentano il periodo delle grandi partenze (per chi può ancora permettersele), vacanze sognate e agognate durante 11 mesi di duro studio e/o lavoro per molti, concentrate in poche settimane. E mentre mi diverto a guardare su Facebook gli scatti di tutti quelli stesi, sdraiati, appollaiati, sorridenti, felici e in riva al mare, io sono comodamente seduta sul mio divano e più che desiderare ustioni, sabbia nel costume, creme solari appiccicate ovunque e bambini che lanciano sabbia, mi riviene voglia di una vacanza già vissuta e che ripeterei ancora e ancora e ancora…

UN’ESTATE FA…

Un’estate fa preparavo la valigia per gli States. Un viaggio sognato da più di dieci anni che, finalmente, con tante fatiche e tanti risparmi messi da parte diventava realtà. Ho trascorso solo 5 giorni a New York prima di partire per il Canada, ma quello che ho visto mi è bastato per innamorarmi di questa metropoli ineguagliabile.

L’arrivo all’aeroporto JFK di New York è traumatico: una coda interminabile di viaggiatori, controlli snervanti, fotografie, impronte digitali, due ore di attesa, sei ore di fuso orario, però hey, sono a New York!
L’alloggio è nel quartiere di China Town, ma si riesce ad arrivare in “centro” anche a piedi. Quello che mi colpisce immediatamente però è la puzza. Le strade emanano un odore così sgradevole che non riesco a camminare senza evitare di tapparmi il naso o rimanere in apnea in alcuni tratti. Non si capisce da dove provenga e non si capisce neanche come facciano gli altri a respirare liberamente senza morire. A parte questo inconveniente, l’immersione nella realtà newyorkese avviene in maniera molto meno traumatica di quanto me l’aspettassi. Dal primo momento la città sembra appartenermi anche se è gigantesca. Mentre passeggio, la notte si illumina di grattacieli immensi e io tengo il naso all’insù tutto il tempo.
Il giorno seguente, da brava turista, mi dirigo verso il battello per la Statua della Libertà.
Manhattan è bellissima vista da lontano e sembra essere così leggera da stare sospesa sull’acqua. La storia di Liberty Island parla da sé e da sola basta a rievocare un passato che dà i brividi. In successione, nei pochi giorni che ho a disposizione mi lancio all’esplorazione dei vari quartieri: Greenwich village, SoHo, Tribeca, Wall Street, Little Italy e a salire Midtown, Upper East Side, Central Park, Upper West Side
Ground Zero è piena di turisti e di gente che prega sui nomi dei cari incisi sul granito o di persone mai conosciute e l’acqua delle vasche che hanno preso il posto delle Torri gemelle zittisce anche i bambini. Piedi instancabili marciano attraversando streets e avenues che dividono la città, arrivando fin dall’altra parte del ponte, a Brooklyn. Verso il tramonto i grattacieli si colorano di rosa e azzurro e un po’ per la stanchezza, un po’ per lo spettacolo, preferisco starmene in silenzio mentre da lontano si scorge la fiaccola della Statua.
Si sa che a New York è meglio non soffrire di vertigini data l’alta concentrazione di edifici che superano i 180 metri di altezza! Dall’Empire State Building la visuale è magnifica, sia di giorno che di notte e si arriva (pagando) fino all’86° piano, dove una terrazza panoramica offre la vista sui più importanti edifici della città. Da quassù Central Park sembra una nuvoletta piazzata tra i palazzoni, un immenso cuore verde in cui vale la pena passeggiare.
“La grande mela” è anche la città che non dorme mai, a mezzanotte a Times Square gli operai lavorano come se fosse mezzogiorno, schermi enormi proiettano pubblicità, qualcuno suona e tutto sembra seguire il suo normale corso, anche di notte. La 5th Avenue, Broadway, il Radio City Music Hall, il Rockefeller Center, i baracchini degli hot dog e i camioncini bianchi e azzurri di ice cream sundae escono fuori dalla prima serie televisiva americana che vi viene in mente e si proiettano davanti a voi. È tutto vero, anche le ricostruzioni dei dinosauri nell’American Museum of Natural History, la Gold Marylin Monroe di Warhol e la Notte Stellata di Van Gogh al MoMA.

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E se qualcosa me lo sono dimenticato o qualche foto non l’ho scattata è perché ero troppo impegnata a guardarmi intorno e ad assorbire le molteplici contraddizioni di una metropoli che mi ha rubato il cuore.

 

“..Took the bus to China Town, I’ve been standing on Canal and Bowery…”

 

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E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

È quasi la fine dell’anno e comincio a passare in rassegna tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi: le cose che ho fatto, i posti che ho visto, le persone che ho conosciuto. Tutto è stipato nell’armadio della memoria dove i ricordi fanno fatica a starci tutti.
Perlopiù vedo valigie, parecchie valigie. Anzi, direi case nelle valigie e valigie nelle stazioni, negli aeroporti, nelle macchine, nei pullman. Valigie che percorrono chilometri e che traslocano di continuo. Valigie con le ruote piegate, le cerniere scucite, la plastica incrinata, i colori sbiaditi. Valigie stremate e preoccupate che si guardano perplesse e si chiedono dov’è che andranno.
Un continuo migrare, ormai da anni. Prima al paesino accanto, poi in una grande città, poi in un altro Paese, poi in un altro ancora, alla continua ricerca di quel ‘centro di gravità permanente’. Col tempo sono diventata una viandante dallo zaino in spalla, con uno scaffale pieno di cartine di posti in cui forse non ritornerò mai più, un cervello pieno di confusioni linguistiche e foto di luoghi e persone di cui non ricordo più i nomi. Un’identità ormai frantumata, in cui ogni tassello caduto è stato sostituito da uno che ha ricevuto l’influenza di un’altra cultura, un’altra lingua, altro cibo, altri profumi, altre abitudini.
L’eclettismo identitario di chi ha dovuto imparare per necessità e passione a smontarsi e ricostruirsi, ad accogliere dentro di sé anche il diverso e il bizzarro, lasciandosi influenzare, ma senza cambiare del tutto.
Da qui, l’origine dell’apertura di chi, abituato a patire le mancanze del noto, ha trovato nell’ignoto e nelle differenze del prossimo una fonte di energia e di crescita per se stesso. Da qui, la necessità di doversi stringere forte alle proprie radici e passare qualche minuto al giorno a parlare al telefono nel proprio dialetto per non dimenticarne le basi e le inflessioni.
Penso a quel ‘migrante’ come me che presto tornerà a casa dalla famiglia per le vacanze di Natale e che si troverà a dover spiegare da dove salta fuori quell’accento un po’ strano, quell’espressione forestiera, quel taglio di capelli nuovo, quel paio di scarpe di un’altra moda. Riderà di sé quando qualcuno gli farà notare che quella parola non esiste e che è evidentemente la traduzione letterale di un’altra lingua e forse gli sorriderà il cuore quando sentirà il profumo della propria casa, del cibo della mamma e della nonna, quando riconoscerà i confini delle proprie montagne, l’orizzonte del proprio mare, la sinuosità delle proprie colline.
Forse, come me, per un attimo si ritirerà in un angolo e chiudendo gli occhi gli appariranno come al rullino di una macchina fotografica le istantanee di tutti i momenti salienti dell’anno che si rincorreranno l’una dopo l’altra. Quando li avrà riaperti sentirà un po’ il vuoto fuori, ma probabilmente sarà pieno, anzi, stracolmo dentro.