Lettera aperta ai professori.

Parto con una premessa: sono stizzita, anzi, molto stizzita.

Studio da quasi 18 anni, vuol dire che per quasi tutta la mia vita (io, così come i miei coetanei che ancora studiano), di mattina mi sono alzata e preparata per andare a scuola. Quaderni, astuccio, diario e libri. Quando ero piccola e mettevo ancora il grembiulino bianco con i ricamini rosa tutto quello che succedeva in classe era una cosa nuova: l’alfabeto, le vocali, le consonanti, il corsivo, lo stampatello, la divisione in sillabe. Poi col tempo le cose si sono fatte via via più complesse: le scuole medie, il liceo, l’università. Il tutto per cercare di ‘formarmi’, di avere una forma più o meno delineata in questa società, facendo forza sulla solidità delle mie conoscenze. Ultimamente mi sono accorta di lamentarmi parecchio e ho cominciato a chiedermi perché, per capire se il problema è soltanto mio oppure c’è davvero qualcosa che non quadra. Ho risolto i miei ‘fastidi’ in qualche punto:

  1. Non riesco a capire perché molti tra di voi, miei cari professori, continuino a trattare i propri studenti come se fossero un branco di pecore ignoranti, sprovviste di un cervello pensante o di alcun tipo di conoscenza. Vi ricordo che se siamo all’università (e non al primo anno) vuol dire che dei vostri colleghi ci hanno ritenuto all’altezza di proseguire nel nostro percorso di studi, quindi ci meritiamo di essere dove siamo e non ci state facendo soltanto un favore.
  2. Per iscriversi all’università, in Italia, si paga, com’è ben risaputo. Per essere presenti, per stare lì ogni mattina e pomeriggio, qualcuno paga per noi (o noi stessi). Le nostre tasse, la nostra voglia di imparare e assorbire conoscenza crea il vostro stipendio. Perché sembra che invece quello che insegnate non ci sia dovuto?
  3. Il principio di umiltà.
    Il primo vero principio che molti imparano nella vita prima di tutti gli altri. Ci viene detto di essere umili, sempre. Dov’è andata a finire, invece, l’umiltà degli insegnanti? Il fatto che facciate parte di gruppi importanti, che abbiate scritto il testo universitario più incredibile della storia o chissà cos’altro vi fa merito, ma non per questo lo dovete ricordare ad ogni lezione, ogni giorno fino alla fine del semestre.
  4. Giovani dal cervello in continuo multi-tasking.
    Le nuove tecnologie e in particolare gli smartphones fanno parte del nostro quotidiano più di ogni altra cosa. Se una lezione è monotona, disinteressante, ripetitiva o semplicemente vi limitate a leggere delle diapositive, il 99% delle volte si tratta di una lezione inutile e viene spontaneo distrarsi. Lo sapete voi e anche noi. Non serve a molto seguire un corso fatto di diapositive al computer, abbiamo imparato a leggere verso i 6/7 anni e se anche si tratti di un powerpoint incredibilmente fatto bene, non sarà illuminante, a meno che a questo non vengano aggiunte altre conoscenze e non si limiti a costringerci alla copiatura come dei vecchi e buoni scriba.
  5. Le minacce.
    Quello che mai capirò è a cosa serve minacciare gli studenti. Minacciarli di non fargli passare l’esame, di dargli un voto che gli abbasserà la media, di fargli ritardare il giorno della laurea. Quando questo succede è imbarazzante e fidatevi che non fate una bella figura, semmai il contrario.
  6. “Io esercito la professione da N anni”.
    Bene, è molto interessante, ma anche noi esercitiamo la stessa professione da altrettanto tempo e di professori ne abbiamo conosciuti una marea. Da quelli allegri a quelli tristi o depressi, da quelli molto competenti a quelli quasi incompetenti. Abbiamo imparato a suddividervi in categorie così come voi fate con noi, ma l’errore sta nel partire prevenuti. Chiunque, sia lui/lei studente/ssa, che professore/essa si sbaglia quando crede di aver già identificato l’altro e di sapere che voto si merita a prescindere. Un voto è solo una cifra che non cambia il valore della persona, ma ne valuta solo le conoscenze. Credo che a volte la simpatia si confonda col voto o con l’esame stesso.

Concludo la mia critica con un po’ di autobiografismo…i miei genitori hanno deciso di investire nella mia istruzione, di pagare le tasse che io non potevo permettermi e i libri che non potevo comprarmi, di pagare un affitto, delle bollette, una vita ‘fuori casa’ e io posso ripagarli solo con i miei risultati universitari, con i miei voti. Però sono delusa. Tante volte ho pensato di poter trovare docenti che andassero al di là della canonicità del loro insegnamento e che mi aprissero una porta di cui ignoravo l’esistenza, che cercassero di creare un rapporto di umanità e non di subalternanza, che non mirassero solo a un obiettivo finale, ma che invece ci tenessero a costruire un bel viaggio nel mezzo… Questo è successo molto raramente e purtroppo all’università vedo troppo spesso solo musi presuntuosi che camminano col naso all’insù. Insegnare è il mestiere più vecchio e più difficile del mondo perché non serve a modellare un vaso, un mattone, un oggetto qualunque, modella un individuo ed è ciò che è alla base dell’interazione con l’altro. È per questo motivo che io credo debba essere fatto con criterio e con umiltà, cercando di colmare dei vuoti e non creandone.

 

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Il teatro dell’umanità.

Giorni, anzi, settimane di silenzio, che – considerata la mia parlantina – sono più che anomale. Eppure tutto ha una spiegazione che ha a che fare con le numerose albe viste in quest’ultimo periodo, le notti insonni, un lavoro abbandonato e una vita da pendolare appena spuntata. In attesa a braccia conserte mi chiedo:ma quanto tempo della nostra vita sprechiamo aspettando un autobus, un treno, un pullman, un aereo? Quanti minuti di ritardo ci hanno rubato Trenitalia e i servizi pubblici delle nostre città? Mi ricordo di un vecchio studio dove si divertivano a mettere insieme le ore e i minuti passati in attesa e che diventavano mesi, se non anni. Quel tempo non ritornerà mai indietro. Poi un giorno ti guardi allo specchio e ti ritrovi un capello bianco o bianco per metà, una ruga giusto nella pieghetta dell’occhio, una zampa di gallina monca pronta a segnarti con una riga come una matita sul foglio.

Ognuno impiega il suo tempo in attesa come può: chi legge, chi ascolta la musica, chi fissa lo schermo delle partenze, chi mangia. Io in quei minuti che a me sembrano lunghe, lunghissime ore, faccio quello che mi piace di più in pubblico: osservo la gente.
Le stazioni, molto più che gli aeroporti o altri luoghi dove si concentrano estranei, sono un vero e proprio teatro dell’umanità. Le diverse tipologie di treni accolgono persone provenienti da qualunque ceto sociale, first class e economy class insieme, lì a un passo dalla “linea gialla”.
C’è il mendicante che ti chiede l’elemosina, le zingare con le loro gonne colorate e le trecce lunghissime con cartelli che recitano “ho fame”, la signora che si è fatta rubare il portafogli cinque minuti dopo essere arrivata in città e sbraita come se fosse a un comizio elettorale. Le sale d’attesa o le aree aperte sono popolate da chi aspetta un treno intercity con 90 minuti di ritardo che percorre la punta più a sud del paese fino a quella più a nord e accanto c’è seduto il barbone che dorme a bocca aperta mostrando un evidente scompenso nel numero di denti. Poi c’è l’uomo d’affari vestito di tutto punto che aspetta il suo Frecciarossa in giacca, cravatta e valigetta che andrà a sedersi in business class, chiedendosi come mai tu, con quindici valigie, la tuta e una busta del supermercato, possa stare seduto proprio di fronte a lui che ti guarda con aria di sufficienza. E ancora, ci sono i fumatori dei 3 minuti di sosta, che stanno lì pronti davanti alla porta per prendere una boccata di catrame e nicotina prima che si chiuda, gli stranieri con gli zaini enormi che sbattono addosso a tutti a ogni girata e i bambini a cui vengono in mente i pianti più disperati e le canzoni più stridule proprio mentre sono seduti al sediolino alle tue spalle e neanche le cuffie sono abbastanza per coprire la loro voce squillante. Quelle che fanno più tenerezza sono le mamme e le nonne o i nonni che attraversano regioni sconosciute per raggiungere figli emigrati altrove e con il loro accento marcato e la voce un tono sopra alla media parlano al telefono rassicuranti “sì, tutto bene, e mo’ stiamo fermi, ci vediamo stasera” oppure ti sorridono e sono gli unici che ancora ti danno a parlare con estrema dolcezza perché loro proprio lo detestano il sentirsi estranei. E se durante uno dei vostri viaggi vi sentirete particolarmente osservati, non temete, magari sono io o forse qualcuno come me che inganna il tempo cercando di capire chi e cosa lo circonda, ma nel caso in cui questa cosa proprio vi disturbi “ci scusiamo per il disagio”.

La dipendenza da cioccolato.

La dipendenza da cioccolato è una cosa seria. E per quanti di voi si potrebbero divertire a schernire l’argomento sostenendo che si tratti di semplice golosità, beh, per altri come me, si tratta di qualcosa di molto più serio.
Il cioccolato è una fonte di felicità e io la custodisco preziosamente nel mio cassetto.
Ho sempre una scorta di cioccolato di diversi tipi e forme: al latte, fondente al 70%, con riso soffiato, con ripieno di alcol e le scelte che faccio dipendono dal momento che sto vivendo e dalla necessità che sento.
Quando voglio impormi salutismo, scelgo il cioccolato fondente che (a detta dei più esperti) contiene flavonoidi, che per chi come me non sapeva cosa fossero prima d’ora, sono dei potenti antiossidanti, ma non solo, quello fondente dà energia e facilita la produzione di endorfine (e questo lo so per esperienza). Così esco di casa con la netta impressione (magari da effetto placebo) di stare su di morale ed essere più carica. Invece, quando mi sento spenta e giù di corda, me ne frego del salutismo e agguanto il primo tipo di cioccolato che mi capita tra le mani e aspetto che mi dia quella scossa di felicità per risollevarmi.
Diciamo la verità, non sono l’unica, alla fine il cioccolato piace a tutti, i bambini sono disposti a farsi venire le carie e affrontare il trapano dei dentisti pur di averne un quadretto e gli adulti, anche quelli più timidi, faticano a rinunciarvi, anzi alcuni lo nascondono dagli occhi dei più piccoli per dimostrare di essere maturi e quindi capaci di non cadere in tentazione, ma poi lì, in solitudine sul divano, ecco che la fatina del cacao ammalia anche i più duri. Io lo ammetto, non resisto. E non importa che sia in una cheese cake, un muffin, un dolcetto o in una torta a caso, ho bisogno della mia carica endorfinica proprio come se si trattasse di una dipendenza qualunque.
Durante l’anno c’è sempre un momento in cui sono più felice ed è quello delle fiere, ma lo scorso novembre mi sono persa il Cioccoshow di Bologna che illumina qualche giorno della mia settimana con i suoi stand pieni di cioccolato di ogni tipo, forma, colore e dimensione, ma per fortuna un’altra città ha deciso di farmi felice e concedermi la stessa gloria: Firenze.
Dal 7 al 16 febbraio in città ci sarà la fiera del cioccolato artigianale (potete dare uno sguardo qui: http://www.fieradelcioccolato.it/) e non so dove vi troviate, se abbiate da fare e se il cioccolato vi piaccia o meno, ma io so che ci sarò!

Perché è difficile vivere con i bolognesi.

Ormai è un dato di fatto. Dopo aver sfatato il mito sui toscani e la onnicomprensibilità del loro dialetto, credo sia giusto dare a ognuno il suo e stavolta mi occuperò del bolognese.

Quando, da matricola, mi sono trasferita a Bologna per studiare, ignoravo la realtà delle parlate altrui e, sebbene fossi conscia del fatto che esistessero altri dialetti, non immaginavo che nel parlare comune potessi ritrovarmi a sbigottire così tanto spesso. Perché, in effetti, ciò che tradisce nel centro-nord d’Italia è che le persone affermano di non conoscere e non saper parlare il dialetto, ma usano comunque modi ed espressioni che sono tipicamente regionali, anzi direi provinciali e che cambiano repentinamente ogni 20km e forse meno.

Una delle mie prime esperienze è avvenuta al citofono.Suonano e io chiedo: “Chi è?”, ma da sotto mi rispondono: “Scusi, mi dà il tiro?” Per un attimo resto lì, con la cornetta attaccata all’orecchio e temo di non aver capito bene, quindi dico: “cos’è che devo darle?” “il tiro, il tiro…mi apre il portone?” Aaah, beh, ma bastava dirlo subito!

Poi vengono delle amiche di mio fratello, chiacchierano e dicono “sì, che figata, insieme si fa ‘balotta’!” Sì, ovviamente.
Poi, la stessa amica, torna il giorno dopo e dice “guarda, ti devo raccontare, ho trovato una gran bazza!”
Un po’ incompresa e sola nel mio mondo continuo a non capire, e per peggiorare la situazione mi fanno: “certo che hai un bel bulbo!”. E a continuare: “tal dèg”, “sa dit?”.
Un altro grande momento è stato quando, ignara, sono entrata in una panetteria e vedendo che un cartello ne riportava la scritta, ho chiesto al panettiere: “Scusi, ma cosa vuol dire socmel?”
La mia vendetta, allora, è cominciata il giorno dopo, quando ho cominciato a interpellare i bolognesi e gli emiliani in genere e a chiedergli di ripetere parole come “ragazzi”, “zanzara”, “zuzzurellone”. La loro verve si è spenta nell’assenza di sonorità delle fricative.
Dopo quattro anni, ora so che in balotta si è in compagnia e la bazza è un grande affare, ho cercato di imparare le espressioni più comuni e mi sono piegata dal ridere quando di recente, parlando con una mia amica autoctona, le ho detto che la mia parola preferita in bolognese è “bulbo” per dire capelli, ma lei mi ha guardata stupita e mi ha detto: “ma dai, perché? non è italiano?”

A ognuno il suo.

Perché è difficile vivere al Sud.

Da qualche anno mi sono trasferita al “nord” e dopo aver vissuto in 3 Paesi diversi il mio stile di vita è probabilmente cambiato, per questo mi ritrovo, ogni volta che torno a casa, a stupirmi per delle cose che mi lasciavano indifferente (o quasi), quando ero ancora una liceale.
Vivere al Sud non è semplice. E non è solo per via della crisi che ha ridotto posti di lavoro già scarsi e neanche per la mafia, la camorra e altre forme di illegalità organizzata, anche la quotidianità è complessa a causa di quella che io credo sia una forma mentis completamente diversa e che molto spesso ignora le sue contradditorietà.
Al Sud, o perlomeno nella mia regione, tutti (o quasi) hanno almeno 2 o 3 compari, quegli amici o pseudo tali che ti aiutano a sollevarti nel momento del bisogno, che sono presenti in salute e in malattia e che possono salvarti dalle situazioni più “complicate”. Uno ha bisogno di soldi, allora organizza un finto incidente per cercare di fregare l’assicurazione e recuperarci denaro. Il “trucco” della botta nel parcheggio, in fondo chi è che non l’ha mai fatto? Ma il compare è molto di più, è quello che conosce un amico che ha un amico che a sua volta ha un amico di un parente che può fargli il piacere di trovargli qualcuno che attraverso un imbroglio gli farà avere i canali satellitari quasi ‘aggratis’, pagando un obolo irrisorio. Poi c’è l’amico vero e proprio, che svolge più o meno le stesse funzioni del compare e che può farti godere di uno sconto in più per l’acquisto di un capo di abbigliamento, che può farti avere il pezzo di carne migliore in macelleria o indicarti i frutti e le verdure migliori al banco ortofrutticolo. L’amico è anche quello che chiama la fidanzata dell’altro per calmarla quando lei si arrabbia perché il suo uomo l’ha tradita e che fa da intermediario, talvolta sporcandosi anche le mani. Una palese prova d’amicizia è chiedere all’amico che ha un esercizio commerciale di farsi fare uno scontrino minorato sull’acquisto, anzi lo scontrino stesso è un affronto: “Dai, che fai? Mi fai lo scontrino?! Ma almeno fammelo di meno!”
Oltre alle forme di aggregazione, al Sud alcuni individui trovano normale depositare di notte rifiuti domestici sul bordo della strada, anche se fanno quel tragitto quattro volte al giorno e rivedranno le loro confezioni di biscotti, tonno e cereali fino al momento della loro parziale decomposizione. Tutto ciò avviene ANCHE SE c’è la raccolta differenziata porta a porta, ANCHE SE quegli scarti rimarranno lì per mesi, se non anni. A questi veri geni dell’ambiente si aggiungono quelli che trovano normale deturpare il patrimonio umanistico di una regione imbrattando marmi antichi quando ne sanno di storia dell’arte più o meno quanto me in materia di fisica quantistica. Altri ancora, i miei preferiti, sono quelli che cercano di far colpo sulle donne sgommando su una strada in centro col limite di 50km/h o che impennano e il peggio è quando ci riescono davvero. Per strada, comunque, molti superano loro stessi. Il clacson è un mezzo per salutare il compagno che è sul marciapiede, le strisce per il parcheggio sono un optional, ognuno fa la manovra come gli pare e come gli viene, le corsie destra e sinistra sono spesso confuse o comunque non rispettate, i motorini sono indipendenti: il sorpasso avviene ovunque ci sia spazio. Anche sul marciapiede.
Poi, per qualche strano motivo, nella mia regione, le persone non riescono a dialogare normalmente, ma devono farlo sempre gridando, bestemmiando, ululando parolacce. Nessuno riesce a discutere con l’altro se non in maniera violenta e aggressiva, un vero e proprio modello di incomunicabilità pirandelliana.
Per concludere esprimo la mia solidarietà, anche se con rabbia, a tutti quei lavoratori indipendenti e commercianti che in questa regione devono cedere una parte del loro guadagno a quei mafiosi e camorristi che vivono come parassiti sulle spalle di questa società impedendo la crescita e la risalita di regioni che avrebbero da donare al mondo più di interi Paesi.

Vivere al Sud è complesso, gli ingranaggi di queste terre sono unici e incomprensibili per chi non li conosce e non li ha visti da vicino, difficili da smantellare, impossibili da sradicare del tutto. La violenza, la volgarità, il menefreghismo che vedo mi feriscono e mi turbano perché quando sono lontana, circondata dal cemento, penso ai campi immensi e vasti e verdi, alle montagne, alle rocce, agli edifici antichi, alla storia dei briganti, al profumo della mia terra in gran parte malata, alla mia casa, il ‘nido sicuro’ e tutti quei luoghi conosciuti, molto spesso violentati. Trovo difficile dire che esista un posto più bello di quello dove sono nata e cresciuta, apprezzo che molto si sia conservato com’era e forse com’è sempre stato, eppure devo sempre ammettere che spesso, qualcuno “dall’alto” del suo potere, ma dal basso del suo essere nefando, è intervenuto e interviene in maniera inappropriata sui miei alberi, la mia terra, sulle ricchezze che i nostri antenati ci hanno lasciato. E rovina il passato, rendendo instabile il futuro.

Natale…o fatale?

Immancabilmente, come ogni anno, arriva quel periodo di dicembre in cui la gente, anziché riposarsi sul divano o rilassarsi dopo mesi di stress lavorativo, decide di passare i weekend in città per cercare di trovare quelli che ormai sono i temibilissimi REGALI DI NATALE.
Il regalo di Natale è quel qualcosa che nel tempo si è trasformato e che, attualmente, arriva intorno ai primi di dicembre anche se da molto prima si sa che sarà impossibile evitarlo. Innanzitutto, si insinua in maniera subdola nella mente sotto forma di pensiero, per poi trasformarsi col trascorrere del tempo in una vera e propria entità. E’ capace di creare ansie in chi deve occuparsi di lui e aspettative, spesso deluse, in chi lo riceve. Nessuno, o (forse) tranne chi è escluso dal sistema materialistico e capitalista, ne sarà risparmiato, e si lascerà trascinare da lui in un vortice di giornate spese nei peggiori centri commerciali a farsi colpire ripetutamente da gomitate, ginocchiate e pestate di piedi altrui, tutti soggetti che spinti dallo zombismo natalizio si fiondano alla ricerca del ‘regalo perfetto’.
Il nocciolo di tutta questa faccenda non è tanto da ricercare nel fatto che qualcuno decida di preoccuparsi per trovare qualcosa che possa far piacere all’altro, quanto piuttosto nella problematica che scaturisce dalla perdita di raziocinio collettivo che spinge le persone a compiere atti inconsulti e soprattutto alla violenza. A quanti di voi sarà capitato di meritarsi una parolaccia o, nel peggiore dei casi, una bestemmia solo per la colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato?
Cosa succede quando sei d’intralcio alla signora che ha trovato il REGALO PERFETTO e che per difenderlo da chi potrebbe rubarglielo è disposta a tutto? Tu (o meglio io) sei tranquillo nel tuo mondo autistico ignaro di ciò che stia accadendo intorno a te, ma intanto lei, come la migliore delle predatrici, ti ha già puntato e ti ringhia con fare infame e non sarà soddisfatta finché non ti avrà calpestata e sarà arrivata alla cassa prima di te, portando in mano il REGALO come se fosse un trofeo.
“Sì, anche quest’anno ce l’ho fatta” penserà, mentre – poverina – non sa che ha appena scelto IL regalo di merda dell’anno e che probabilmente chi lo riceverà lo riciclerà al prossimo Natale. E così tu (o meglio io), ti chiederai cos’hai fatto di male per meritarti di trovarti nello stesso luogo e doverti confrontare con soggetti del genere.
Eh, no…io proprio non riesco a entrare in questo tipo di mentalità.
Non riesco a sopportare la vista di gente che fa file chilometriche nell’ultimo negozio alla moda (e anche fuori), che è pronta a litigare e a maledirsi per strada per una busta colpita per sbaglio, che sgomita nell’ultimo centro commerciale alle ore 20.50 (la chiusura prevista per le 21.00) per arrivare alla cassa per prima, che urla per strada sentendosi giustificata dalla presenza della folla, che perde la dignità per accaparrarsi l’ultimo prodotto in offerta.
Devo proprio dirlo: mi sembra davvero squallido. E non voglio fare la buonista fingendomi esclusa dalla mania dell’acquisto o dello shopping facile, è che proprio troppa gente insieme non la tollero, soprattutto perché le folle pre-natalizie, a differenza di quelle “normali”, sono esasperate, isteriche, irritate, nervose. Non ho una grossa fama per il mio livello di tolleranza, ma allo stesso modo mi deprime quest’agitazione irrazionale. Durante le vacanze di questo periodo nell’anno, più che in tutti gli altri, diventa pericoloso guidare, prendere i mezzi pubblici, andare al bar, fare la spesa al supermercato. Ognuno è pronto a sparare veleno sull’altro senza alcun ritegno e a bestemmiare ogni santo del calendario per sfogare l’ira funesta. Intanto però continuano a luccicare cartelloni pubblicitari che sponsorizzano la ‘magia del Natale’, che però, a mio modesto parere, rimane incastrata nei nodi dei fiocchetti che si trovano sui pacchi e che ormai è spenta in qualunque altro posto. La luce della tolleranza, della condivisione e della felicità per il fatto di passare dei giorni insieme alla propria famiglia viene sostituita dalle luci delle città, che sono sì, belle a vedersi, ma destinate all’usura e quindi allo spegnimento.
Sarò vecchio stampo, ma anche se mi piace comprare dei regalini e vedere gli abeti casalinghi circondati da pacchetti luccicanti, il mio Natale non significherebbe nulla se non avessi la possibilità di trascorrerlo con la mia famiglia e con le con le persone a cui tengo di più, se non potessi vedere sorridere chi amo e potermi raccontare dopo un anno in giro per il mondo. Queste vacanze per me sono il momento della condivisione, del ritorno al “nido”, del piacere di apprezzare il buon cibo e i sapori di casa, degli abbracci lunghi con chi non ho visto per mesi, della riflessione su me stessa per capire se ho costruito qualcosa di buono e se quello che trovo per le strade è isteria e intolleranza proprio quando la pace e la serenità col prossimo vengono pubblicizzate come un qualunque prodotto acquistabile, allora preferisco rimanere in casa e far finta che il mio mondo sia solo quello che mi circonda.
Conservo la mia tendenza a essere un animale sociale e pacifista, mi aggrego al prossimo e mi apro alla condivisione. Sperando di incrociare sulla mia strada il numero più basso di soggetti affetti da spiccato materialismo e dal virus di zombificazione natalizio.Immagine

Firenze, Tiffany & co. 
21.12.2013

Come chiudere una valigia e ricordarsi di partire senza lasciarsi alle spalle.

Se qualcosa dovesse andare storto mentre vi preparate alla messa a punto dei bagagli, niente panico. Spingere il contenuto della valigia comprimendolo come se steste mettendo un salume sottovuoto. Allacciate le cinturine e saltellate delicatamente con le ginocchia sui vestiti facendo attenzione agli oggetti delicati (se li avete). Passate alla chiusura: tirate le cerniere esterne. Se si presentano svogliate e intimidite, convincerle con qualche spintone, pugni a destra e a sinistra e vedrete che il ripieno di questo enorme panino che è la vostra valigia troverà il suo assetto all’interno del ridottissimo spazio avanzato. Nonostante le prime tensioni, sarete soddisfatti quando riuscirete a percorrere 5-6 cm della valigia con la cerniera. Infine, assestate il colpo di grazia: un salto deciso a peso pieno. La valigia non se lo aspetterà e cederà alla vostra tecnica, sarete riusciti così a ingannarla. Et voilà, siete pronti alla partenza.

Intanto io lascio un letto che non è mio, in una casa che non è mia, in un paese che non è mio in cui si parla una lingua che non è la mia. Lascio un gatto sedotto e abbandonato dopo averlo conquistato con delle sottilette, le sessantenni atletiche del corso di ginnastica mattutino, i bambini della scuola materna che non hanno ancora capito se sono una mamma, una sorella, un’amica o semplicemente l’extracomunitaria di turno. Lascio me stessa abbandonata in un campo dove ancora raccolgo more nella stagione estiva mentre intrattengo dialoghi infelici con le mucche al pascolo durante i quali mi convinco di dire cose sensate e allucino immaginando che i movimenti del ruminare siano in realtà svogliate risposte, mentre gli occhi bovini fissano il vuoto.
Ricompongo la mia vita in foto, stralci di giornali, pagine di diari, scontrini, note abbozzate e monete di Paesi diversi. Guardo i miei biglietti e gli oltre trenta chili di bagagli.
Mi rimpatrio da sola e senza foglio di via. Stando attenta a non lasciarmi indietro.

Ci vediamo venerdì, Firenze.Immagine

Perché è difficile vivere con un toscano.

Quando ho conosciuto quello che poi è diventato il mio ragazzo, è stata una dura impresa riuscire a capirlo. Lui non è straniero, anzi, parla benissimo l’italiano, però diciamo che ha dei piccoli difetti all’apparato morfo-fonatorio.

La prima sera che siamo usciti insieme ho capito circa la metà delle cose che mi ha detto e vi giuro che, seduta sul gradino davanti alla biblioteca, il primo a cui ho pensato è stato lui, il più grande: Dante. Ma non aveva passato in rassegna i dialetti per unificarci sotto un unico idioma, l’italiano? Perché qui, invece, parliamo la stessa lingua e comunque non ci capiamo?
Con i giorni che passavano ho cominciato a capire qual era il problema…le sue C erano mute! Per un orecchio abituato alla durezza delle consonanti del sud come il mio, l’assenza di una sola di queste ha scatenato il panico. Dunque, prima cosa da fare: aggiungere una C ad ogni consonante aspirata “la hasa, la hamiSCia, le Hose, l’ahascia…”. Ma non era così semplice, non molto più tardi è arrivato il momento in cui ho capito che anche le T e le D erano aspirate: “hapitho”, “compratho”, “basciatho”. Le cose si complicavano, dunque…aggiungere le C, eliminare l’aspirato.

Cominciavo ad abituarmi, sì, tutto diventava più chiaro.

Un giorno gli telefono per chiedergli cosa sta facendo e lui mi risponde: “do i’cencio”. Dall’altra parte ero impietrita…[cos’è che starà facendo veramente? Glielo richiedo? No, no.] Poi lui continua e dice che c’è un gran ‘bailame’ in casa.
Continuo a non capire, parlo cinque lingue, ma la sua no, è incredibile.
[Amore, ma che hai detto?]
“Un tu sarai miha sorda?” [No, non sono sorda.]
Siamo a casa e a un certo punto mi dice che va a buttare il ‘sudicio‘. Ok, questa è facile, la so, è la spazzatura!
Ci prepariamo per uscire e mi fa: “Sadidandà”? [Quest’è troppo, ma che stai dicendo?] E continua con altre varie perle: “l’è un trojajo”, “‘na sega”, “i’ popone”, “i’ canino”.
Insomma, io sono lì e lo guardo. Per capirlo faccio appello alla mia intuizione, al Treccani, al dizionario toscano che abbiamo in casa, ma quando siamo a tavola con la mamma, il papà, la sorella e la nonna c’è un coro di consonanti aspirate, una moria di C, una ripetizione dei soggetti (tettù, voivvu) e tante, tantissime parole che io non capisco e forme verbali mai sentite. Tutta la mia conoscenza grammaticale evapora, sono sola contro cinque.

Sorrido, sì, sorrido. “Unnè miha forte i’nostro accento”, dicono. No, no, per carità!

Un po’ di tempo ormai è passato, io comincio ad imparare e quando gli dico che è ora di cominciare a pronunciare le consonanti, lui difende il suo toscano-centrismo e se la prende con le mie vocali sostenendo che non ne pronuncio una giusta, da allora abbiamo fatto un patto: io pronuncio le consonanti e lui le vocali.

Essere complementari è una strategia vincente…e non solo in linguistica!


diospero

Vademecum per il turista (italiano) in Francia [parte II]

Dunque, eccoci alla parte seconda del mio piccolo Vademecum per il turista (italiano?) in Francia.
Essendo un popolo di pasta al pomodoro, lasagne, cannelloni, amatriciana, tortellini e innumerevoli altre prelibatezze culinarie, il mio secondo passo non poteva non essere legato alla tavola.
Infatti sono quasi convinta del fatto che prima di essere un popolo di ‘santi, poeti e navigatori’, siamo il popolo della buona forchetta e dopo tutti i miei viaggi e gli incontri con le persone provenienti da qualunque parte delle terre emerse, ho potuto notare che gli italiani sono quelli che hanno la maggiore pignoleria (quasi schifiltosa) in cucina.
E non voglio giustificare la pasta al ketchup servitami a Londra o la pizza alla frutta dell’Olanda (per alcuni olandesi è addirittura bizzarro che gli italiani decidano di prenderne una con wurstel e patatine fritte!), ma delle volte basta un tantino di tolleranza in più e anche lo stomaco può strappare un sorriso.

Con i cugini d’oltralpe la storia è diversa. Già in fatto di vini, quest’anno, secondo le statistiche, l’Italia ha battuto la Francia in fatto di vendite conquistandosi addirittura il primato mondiale, ma non sono solo i sommeliers a essere in competizione. È bagarre tra i tanti chefs che nelle loro cucine tentano di creare il loro piatto gourmet, ma la verità non è quella scritta nei menu raffinati dei ristoranti di lusso.

Nota: Sarebbe interessante capire perché nonostante la presunta superiorità culinaria e la difesa dei prodotti territoriali, siamo decisamente scarsi nella ricerca di parole nostrane.

Oggi infatti ricopiavo a mano (l’arte dello scriba è probabilmente nei miei geni) delle ricette trovate su un libro e di cose interessanti ne ho trovate non poche. Quello che però notavo girando le pagine era che le verdure cambiavano, ma il modo di prepararle no. Insomma in Francia ci sono degli elementi fondamentali:

  • Fromage
  • Crème fraîche (la panna da cucina)
  • Pâte feuilletée (la pasta sfoglia)
  • Beurre (il burro)

Con questi elementi si può comporre quasi tutto quello che troverete a tavola. Tre di questi sono di derivazione animale, o meglio, di UN animale: la VACHE. Pensate che questo animale è quasi un mito, il formaggino ‘la vache qui rit’ (la mucca che ride) ha avuto un successo enorme, al punto tale che vachement è diventato un avverbio di modo per esprimere l’abbondanza (“vachement bon”). Insomma, se siete a dieta, sappiate che dovrete fare i conti con i grassi idrogenati della pasta sfoglia e il colesterolo di panna, burro e formaggio. Nella regione dove mi trovo quest’ultimo è venerato come un Dio, presente ad ogni pasto, precede il dessert e non lo sostituisce, in fondo chi è che non ha bisogno di un po’ di roquefort o camembert prima di attaccare una bella tarte aux pommes?! Al di là dei gusti, i formaggi francesi sono molto più ‘saporiti’ e forti di quelli italiani, ne esiste una varietà infinita e dimenticate di poter ripartire conoscendone anche solo la metà.
Per chi cerca un pasto al volo le boulangeries francesi sono ovunque e sono uno dei pochi commerci aperti anche di domenica. Sì, hanno le baguettes, che però non sono come quelle che vendono in Italia, si trovano di tutti i tipi e sono davvero buonissime. Le vendono ovviamente anche farcite e i prezzi non si distanziano molto da quelli dei panini nostrani.
Immancabili e imperdibili sono le crêpes: dolci o salate fanno un po’ la felicità di tutti, grandi e piccini.
Se invece pensavate di andare al ristorante, allora tenetevi stretti e preparatevi ad aprire il portafogli perché la media dei prezzi francesi è più alta, anche se la qualità magari è media. Se siete tra quegli individui che amano il caviale, le coquilles Saint-Jacques et similaria, questo non è il blog giusto per raccogliere informazioni: aborro questo tipo di nutrimento.
Per i vegetariani come me non c’è vita facile (i vegani non esistono nel paese dei formaggi), si trovano delle zuppe, ma spesso sono fatte con brodo di pollo o di carne in genere, dunque non avrebbe senso.

Se però il salato non vi ha messi di buon umore, sappiate che i francesi sanno come conquistare i cuori dei golosi. Si parte dal mattino con croissants (ahimé particolarmente burrosi) e pains au chocolat, per continuare con tartelette, clafoutis, meringues, mousse, flan e torte di ogni genere e forma. Inutile dirlo, è tutto buonissimo, tranne se soffrite di diabete. Sono quasi certa che alcuni dolci facciano ingrassare solo a guardarli, tipo i macarons. Ultimamente si è diffusa anche in Italia questa moda del dolcetto francese farcito, sappiate che costano circa 66 Euro/kilogrammo e uno, che è grande poco più di una moneta da 2 euro, costa almeno 1,20 Euro. Stando qui ne ho scoperto ricetta e anzi, vi svelo un segreto: il trucco sta nella temperatura dello zucchero!

I francesi poi, diciamocelo, hanno un piccolo difetto, hanno parole eleganti e altisonanti anche per le cose più banali, per esempio quello che loro chiamano ‘chocolat viennois’ in pratica è un ciobar con la panna (la ‘chantilly’).
Una nota a parte va fatta per la capitale parigina, non è un luogo comune dire che mangiare costa tantissimo, anche la bettola più brutta, se è in centro, vi farà pagare caro e dovrete spulciare un po’ i quartieri vecchi e il Marais per trovare posti più intimi e a misura d’uomo.
Quello che è certo è che non morirete di fame e avrete un costante languorino dovuto agli infiniti Chocolatiers sparsi un po’ ovunque che non daranno tregua ai vostri occhi e al vostro palato: saliverete in continuazione davanti alle vetrine. E non solo davanti a quelle del cibo.

Bene, ora se siete pronti in tavola, impugnate la forchetta e….bon appétit!