Il teatro dell’umanità.

Giorni, anzi, settimane di silenzio, che – considerata la mia parlantina – sono più che anomale. Eppure tutto ha una spiegazione che ha a che fare con le numerose albe viste in quest’ultimo periodo, le notti insonni, un lavoro abbandonato e una vita da pendolare appena spuntata. In attesa a braccia conserte mi chiedo:ma quanto tempo della nostra vita sprechiamo aspettando un autobus, un treno, un pullman, un aereo? Quanti minuti di ritardo ci hanno rubato Trenitalia e i servizi pubblici delle nostre città? Mi ricordo di un vecchio studio dove si divertivano a mettere insieme le ore e i minuti passati in attesa e che diventavano mesi, se non anni. Quel tempo non ritornerà mai indietro. Poi un giorno ti guardi allo specchio e ti ritrovi un capello bianco o bianco per metà, una ruga giusto nella pieghetta dell’occhio, una zampa di gallina monca pronta a segnarti con una riga come una matita sul foglio.

Ognuno impiega il suo tempo in attesa come può: chi legge, chi ascolta la musica, chi fissa lo schermo delle partenze, chi mangia. Io in quei minuti che a me sembrano lunghe, lunghissime ore, faccio quello che mi piace di più in pubblico: osservo la gente.
Le stazioni, molto più che gli aeroporti o altri luoghi dove si concentrano estranei, sono un vero e proprio teatro dell’umanità. Le diverse tipologie di treni accolgono persone provenienti da qualunque ceto sociale, first class e economy class insieme, lì a un passo dalla “linea gialla”.
C’è il mendicante che ti chiede l’elemosina, le zingare con le loro gonne colorate e le trecce lunghissime con cartelli che recitano “ho fame”, la signora che si è fatta rubare il portafogli cinque minuti dopo essere arrivata in città e sbraita come se fosse a un comizio elettorale. Le sale d’attesa o le aree aperte sono popolate da chi aspetta un treno intercity con 90 minuti di ritardo che percorre la punta più a sud del paese fino a quella più a nord e accanto c’è seduto il barbone che dorme a bocca aperta mostrando un evidente scompenso nel numero di denti. Poi c’è l’uomo d’affari vestito di tutto punto che aspetta il suo Frecciarossa in giacca, cravatta e valigetta che andrà a sedersi in business class, chiedendosi come mai tu, con quindici valigie, la tuta e una busta del supermercato, possa stare seduto proprio di fronte a lui che ti guarda con aria di sufficienza. E ancora, ci sono i fumatori dei 3 minuti di sosta, che stanno lì pronti davanti alla porta per prendere una boccata di catrame e nicotina prima che si chiuda, gli stranieri con gli zaini enormi che sbattono addosso a tutti a ogni girata e i bambini a cui vengono in mente i pianti più disperati e le canzoni più stridule proprio mentre sono seduti al sediolino alle tue spalle e neanche le cuffie sono abbastanza per coprire la loro voce squillante. Quelle che fanno più tenerezza sono le mamme e le nonne o i nonni che attraversano regioni sconosciute per raggiungere figli emigrati altrove e con il loro accento marcato e la voce un tono sopra alla media parlano al telefono rassicuranti “sì, tutto bene, e mo’ stiamo fermi, ci vediamo stasera” oppure ti sorridono e sono gli unici che ancora ti danno a parlare con estrema dolcezza perché loro proprio lo detestano il sentirsi estranei. E se durante uno dei vostri viaggi vi sentirete particolarmente osservati, non temete, magari sono io o forse qualcuno come me che inganna il tempo cercando di capire chi e cosa lo circonda, ma nel caso in cui questa cosa proprio vi disturbi “ci scusiamo per il disagio”.

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Campagna VS Città: le vecchine

Tornata in città dopo le vacanze natalizie comincia la mia diatriba interna su dove sia meglio vivere, se in campagna o nella metropoli. Nelle mia rassegna personale sulle differenze, i pro e i contro, alla fine ho trovato quale sia l’elemento che più differenzia le due.E no, non sto parlando del paesaggio ovviamente diverso, né tantomeno dei vantaggi degli spazi verdi, o della comodità dei mezzi pubblici, quello che più mi ha colpita sono state le vecchine.

Le donne anziane delle città sono completamente diverse da quelle di campagna! Sarà che io ricordo nonne e vecchiette d’altri tempi, ma quelle che ho conosciuto nella mia vita sono o erano donne semplici, raramente agghindate, rilassate e sagge, magari parecchio chiacchierone, anzi sicuramente. L’esistenza della donna anziana di campagna ruota intorno (maggiormente) ai nipoti, i figli, la preparazione di cibi da servire o da cedere alla famiglia e la chiesa. Poi magari ci sono le amiche superstiti, il ballo per chi può ancora permetterselo e le brevi passeggiate. Mi ispirano calma, serenità, la gioia di una vita goduta seppure nelle ristrettezze di ogni tipo.
Poi torno qui, in città, e lo scenario si ribalta.
Queste nonne senza nipoti sono vispe e arzille. Non aspettano che sia tu a cedere il posto nei mezzi pubblici, ma te lo chiedono o se lo prendono e basta. Pretendono il massimo rispetto in tutti i luoghi, ma data la veneranda età si sentono giustificate in tutto ciò che fanno: ti passano davanti con gran nonchalance in qualunque tipo di fila, che sia alla posta o al supermercato, e quando tu gli vorresti almeno lanciare un’occhiata fulminante, loro fanno lo sguardo da signora innocente, rannicchiata nel suo cappottino sgualcito di lana e allora tu hai pena e la lasci passare perché potrebbe tirare le cuoia prima di arrivare allo sportello per pagare la bolletta.
E che dire, poi, di quelle donne anziane un po’ sorde, un po’ rintronate, che passano delle ore alle casse facendosi ripetere tutto circa dieci volte e che cercano di intrattenere discorsi amichevoli con gli addetti? Per quanto ti renda triste pensare che non abbiano nessun altro con cui parlare se non un impiegato, non ce la fai proprio a non aver voglia di inveirgli contro.
Un’altra categoria di vivacità senile è rappresentata dalle vecchine in bicicletta. Trovo che loro siano davvero le peggiori che si possano incontrare. Sono coloro che se ti vedono camminare sotto i portici i bici sono in grado di maledirti in qualunque modo alle spalle, invitandoti a vergognarti per ciò che stai facendo, ma la stessa vecchina la ribecchi un’ora dopo sulla sua magnifica Graziella lucidata a nuovo e silenziosissima che sfreccia sotto il portico e ti suona anche col campanello per incitarti a spostarti prima che ti colpisca.
Infine, ce ne sono delle altre che mi ricordano ancora una volta Pirandello e il suo umorismo: le nonne impellicciate.
Quelle lì conservano pelli di mammuth puzzolenti di naftalina che mettono anche se non è poi così freddo e se ne vanno in giro per la città tirate a lucido con rossetto e smalto rosso, borse di pelle equina firmate e tacco alto, ma non troppo. Hanno lo sguardo all’insù come il loro naso e sembrano guardarti dal basso verso l’altro, così quando tu le incontri mentre tenti di fare un trasloco da una città all’altra con le tue valigie pesantissime sapendo benissimo di stare entrando dalla porta sbagliata dell’autobus, loro ti guardano con disprezzo, ma insomma, è inutile farmelo notare sostenendo che i giovani di oggi non sono più quelli di una volta, spostati piuttosto!
Insomma, magari non sembra, ma io le vecchine le adoro. Trovo che siano come un porta-gioielli all’interno del quale sono nascosti mille preziosi monili rappresentati dai ricordi, ma diciamocelo, la furbizia e l’astuzia non hanno età e talvolta si pretende che l’età giustifichi i mezzi, perciò ecco il mio appello: vecchine di tutto il mondo siate gentili e non trasformatevi in streghe da Biancaneve!