Dentro i cassetti.

Nei miei cassetti ho trovato un mucchio di oggetti preziosi.
Frammenti della mia vita racchiusi in piccoli peluches e fotografie sgualcite. Dal primo all’ultimo, passo in rassegna attimi di un’esistenza ormai sbiadita. Gli oggetti, piccoli e materiali, senza alcun potenziale affettivo, restano lì immobili, eterni custodi di una me che non c’è più. Il diario di quell’anno in cui sono caduta in bicicletta testimonia una mia grafia storta, la mano ferita che ha cercato a tentoni di disegnare delle lettere per sfogare la rabbia di un’estate passata tutta fasciata. Poi c’è la cinepresa super 8 di papà, resuscitata dalla polvere della mansarda per soddisfare il mio fascino per il vecchio, rotto o poco funzionante. E insieme alla valigetta che la conteneva sono uscite fuori tutte le cassette, a loro volta pronte a raccontare storie più che dimenticate.
Nel secondo scomparto ho trovato la foto di un quasi bacio. Un attimo creato di proposito per fare uno scatto, la guardo e poi la rovescio. Non voglio che riaffiorino i ricordi. Poi ho trovato tutti i portachiavi che anni fa avevo allo zaino, ma quanti erano? Almeno dieci, forse quindici. Ma cosa cazzo mi passava per la testa? In un altro ci sono i quaderni. Dal 1999 racconto la mia vita a un potenziale pubblico inesistente a suon di critiche, a guardarmi oggi non sono poi cambiata così tanto.
Lì accanto, in fondo, ho trovato un anello. Un preziosissimo anello in plastica verde acqua. Di quelli luminosi. Una volta, infatti, si accendeva e francamente ne andavo molto fiera. Ancora oggi, quando lo vedo, lo indosso. Non riesco a resistere. Rovistando sono uscite fuori anche tante scatoline e in una ci sono dei biglietti che ci lanciavamo tra i banchi delle scuole medie. “Vuoi fidanzarti con me? Sì o no?” Non mi sono mai piaciute le domande così dirette, sfrontate. Lo spazio è rimasto bianco…
Spostando le cartacce, gli scontrini di aggeggi vari ormai andati persi o di cui non ricordo neanche l’esistenza, spuntano fuori le prime fotocamere dell’epoca digitale. I primi passi mossi dal mondo dei giovani verso il 2.0 che, mio malgrado/per mia fortuna, non mi hanno condotta verso instagrampinterest. L’elemento più inquietante di questa mia non voluta ricerca nell’abisso dei miei cassetti è la traccia del trascorrere del tempo. CD che non suonano più, con playlist di canzoni che oggi mi danno i brividi. Cosiddetti ‘artisti’ che ho preferito lanciare nell’oblio, ma di cui, tuttavia, resta traccia. La mia me evoluta, dall’ominide primitivo sino alla forma sapiens raccontato da pezzi di carta e spazzatura in plastica non riciclabile. Eppure eccola qui la vita che ci passa davanti: ci lasciamo alle spalle storie che poi non ricordiamo di aver vissuto e che rimangono impresse nelle cicatrici che ci portiamo addosso e nelle spaccature di oggetti feriti, che abbiamo (quasi) rotto.

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Buoni propositi per il nuovo anno. Anche no.

Mai come durante i primi giorni di un nuovo anno, i buoni propositi si sprecano. Tutti a stilare liste, a preparare elenchi, a dire agli altri cose che poi non faranno mai. Tra le tante: perdere chili, tagliarsi i capelli o cambiarne il colore, andare in posti inculati, riprendersi dopo una rottura, sparare a fanculo il/la fidanzato/a noioso/a, trombare di più, ridere di più, litigare di meno in famiglia, fare pace col prossimo. Le buone azioni sono le prime a essere messe in discussione. Il 1° gennaio sono tutti pronti a tendere la mano, a porgere l’altra guancia, a recitare il padre nostro a braccia spalancate pur di sentirsi parte del tutto, in armonia con l’umanità. Poi però succede che il primo giorno dell’anno stai male, molto male, e allora ti serve la farmacia per aiutarti a frenare il moccio che cola, ma il farmacista ha chiuso perché è festa. E sei fuori casa e hai fame, ma non trovi un posto aperto per mangiare perché tutti sono a festeggiare da qualche parte e tu sei l’unico sfigato che gira da solo, in macchina, senza meta e con lo stomaco vuoto. Allora cominci a ripensarci. Tutta questa gioia, quest’euforia dell’anno nuovo, in realtà, ti pizzica come uno slip di lana di pecora scozzese non trattata e questa voglia di abbracciare l’altro non ce l’hai. Perché tanto, pure se l’anno è appena cominciato la tua salute non lo sa e se ne sbatte. Ieri non era solo il 31 dicembre, ma uno sfigatissimo mercoledì, un giorno senza arte né parte in cui non avresti fatto niente se non guardare un programma mediocre e poco intelligente in TV sotterrato da una coperta di pile scadente con una tazza di cioccolato caldo alla mano. Però non è questo che ci si aspetta da te. Bisogna che tu sia eccitato. Non tanto perché qualcosa inizia, ma perché qualcos’altro finisce.
Finisce, convenzionalmente, un periodo di 12 mesi, che avrebbe potuto tranquillamente essere di 14 o 27, periodo che serve alle persone per darsi un’auto-pacca di incoraggiamento sulla spalla e dire “bravo, anche quest’anno ce l’hai fatta”. La triste realtà è che a gennaio non cambia niente. Le tasse sono da pagare, come la rata del mutuo, della macchina, dell’iphone 6, del tablet, l’affitto e le bollette. L’aura del/della tuo/a ex continuerà ad aleggiare come uno spirito senza pace sul mese di febbraio (in particolare il 14) e sulla primavera. Tutto il resto viene da sé: il lavoro, la gente scema, l’autobus in ritardo, il treno cancellato, la cacca di cane pestata con le scarpe nuove…
Tutto ciò non dovrebbe comunque farti star male, anzi, fare un’analisi lucida dell’impossibilità di maneggiare il tempo è il primo passo verso l’accettazione di un futuro incerto, cazzuto e imprevedibile.
Mi era quasi sfuggito…buon anno!

Profumo d’inverno.

C’ero io. E c’erano i rami dell’albero che, protesi verso l’alto, disegnavano un profilo scheletrico, segnato dall’inverno. Gli ultimi frutti, ancorati alle braccia lunghe, di legno, mostravano riluttanza. Il cielo di un azzurro limpido, una tempera accesa, leggermente smorzata dal bianco e poi il sole alto, accecante.
Ho passeggiato tra le viti spoglie dove, attaccate qua e là, c’erano foglie secche e un’unica pigna d’uva scura, cibo di insetti che al mio passaggio si sono alzati in volo, paurosi della minaccia. La terra umida si è piegata sotto il mio peso facendo da stampo alla mia scarpa e ci sono un po’ affondata dentro, sentendo ogni tanto l’ebbrezza della scivolata su foglie e frutti marci. Ho toccato quella terra più asciutta, sporcandomi volontariamente le mani. Volevo rotolarmici dentro, sentirla mia, annusare il profumo di qualcosa che mi appartiene soltanto di nome.
Lei ha cominciato a rincorrermi, scodinzolante. Noto il suo profilo da dietro che mi sembra allegro: un pon pon bianco su di un manto nero, il gioco di contrasti più riuscito di sempre. Allora ho camminato con lei, non al suo fianco perché ama precedermi e ho ripercorso tempi troppo spesso dimenticati.
Adesso il fitto boschetto di alberi magri è coperto da un pavimento di foglie appassite gialle e rosse. Tutto è in silenzio, ma i rami ricordano le risa di noi che bambini giocavamo a essere una famiglia di ‘grandi’. Pentolini, tazzine, coperchi, padelle. Tutto in miniatura affinché potesse essere proporzionato alle dimensioni delle nostre mani.  Anche un vecchio materasso e delle lenzuola sotto le quali ci nascondevamo raccontandoci storie e tu avevi dei bellissimi occhi.
Le grida dei nostri giochi animavano gli insetti e gli alberi, risuonavano nell’acqua del ruscello e facevano eco tra i rami che si passavano le nostre voci come una palla. Tutto, qui intorno, era pieno delle nostre voci gioiose.
Il bosco ora è più fitto, ma più spoglio rispetto a quei giorni caldi d’estate quando le foglie in alto erano così tante da non lasciar passare un filo di luce. I miei passi solitari adesso li sento e gli occhi seguono stretti sentieri percorsi mille e mille volte. Più lontano l’erba era corta e c’era la palla delle partite di calcio lunghissime. Adesso, invece, è così alta che non riesco neanche a capire dove arrivava quel confine disegnato dal campo e quell’albero enorme, sotto il quale osservavo frenetiche formiche nere di dimensioni spropositate, è stato bruciato dalle fiamme del fuoco, giunte fin qui. Una volta, qui dentro, in questo sentiero glabro e senza erba ci sono affondata con la curiosità di vedere quanto a fondo potessi arrivare con la gamba. Mi hai tirata su tu, col fango quasi fino al ginocchio mentre, piagnucolante, temevo di essere inghiottita dalla terra…
Correvamo e rotolavamo e c’erano torte di fango, corse folli in sella a una bici, giochi più o meno pericolosi fatti lontano dagli sguardi di mamme preoccupate. E io rientravo a casa sempre sporca, la terra secca attaccata ai pantaloni, i graffi sulle ginocchia e qualche livido qua e là. Piccole ferite che sanavano formando croste che amavo grattare via quando ormai tutto era passato e si poteva ricominciare, ricaderci sopra ancora una volta, riaprendo il taglio. L’ossigeno di questi alberi ha riempito i miei polmoni a cui ho restituito fiato, lacrime, urla.
Camminiamo ancora io e te, ma stavolta sei al mio fianco. Mi guardi, cosa ne sai tu di tutto questo? Nulla, ti basta solo che io ti lanci il rametto che hai puntato.

Generazioni a confronto: io e nonna Meri.

Nonna Meri non è mia nonna, però io le voglio bene come se lo fosse. La incontro circa una volta al mese, di solito di domenica e ci mettiamo lì a tavolino a chiacchierare. Leggo nei suoi occhi da ultra ottantenne un lampo di vita e di gioia che molti miei coetanei non hanno; in particolare, quello che mi colpisce di lei è la sua autoironia che è anche un’ironia sferzante che spara a bruciapelo sull’età che avanza, sul destino ineluttabile che la aspetta. Ma lei è tranquilla, anzi, se la ride. Una volta, ad esempio, non riusciva a trattenersi mentre raccontava che una delle sue amiche a cui telefonava ogni mattina, un giorno non le ha risposto, “e ti credo che non rispondeva, l’era morta!” …e rideva.
A nonna Meri ho fatto quelle domande che non sono riuscita a fare ai miei nonni per mancanza di tempo e non solo, così le ho chiesto di parlarmi della guerra. Le mie domande erano banali: “come si stava? Che facevano i tedeschi?” e lei senza un’ombra di rabbia mi ha risposto che andavano a mangiare da loro e che un giorno un tipo giovane, poverino, era morto in casa e tutti ne erano dispiaciuti anche se era tedesco, perché in fondo era buono e bello. Dato l’argomento, mi sarei aspettata commenti più severi, più duri, ma invece lei ha quell’indole per cui tutto viene elaborato con calma, senza eccessi. Non era della stessa idea il suo papà che, invece, si era rifiutato di fare la tessera del partito e così era rimasto a lavorare in casa come calzolaio, senza scendere a patti per niente, neanche per quel lavoro migliore che gli era stato offerto.
Nonna Meri ha la voce sottile, ma estremamente decisa. Parla di suo fratello, morto da ragazzino, con una nostalgia che non si è diluita nel tempo. Lo rivede ancora, nei suoi racconti, montare in sella alla sua bicicletta mentre gareggia, fino al giorno in cui un incidente gliel’ha portato via, a lei e alla sua famiglia. Tra i suoi ricordi affiora quello del giorno in cui era stato schiaffeggiato da un fascista per una battuta innocente, gesto che il suo papà non perdonò mai, neanche quando gli venne chiesto perdono durante i funerali. Quel fratello, perso nello scorrere del tempo, era stato anche tanto buono con lei, più grande di qualche anno, per farla partecipare alle lezioni di ginnastica che si tenevano unicamente con l’uniforme della ‘piccola italiana’ aveva deciso di comprargliela di nascosto dal papà restio, ricevendo in cambio come unica ricompensa la custodia del segreto in eterno.
Quello che mi stupisce del suo volto è il candore, Meri ha pochissime rughe e le guance sempre fresche. Ogni volta che mi vede mi dice che sono sempre più bella e questo mi fa pensare che forse anche la mia nonna mi avrebbe detto lo stesso, se fosse stata ancora in vita. Lei è la mia connessione col passato e allo stesso tempo col futuro: con quel tempo che non ho vissuto perché non ero ancora ‘in programma’ e con quello che, si spera, sarò io un giorno. Forse è per questo che mi sento così vicina a lei, lei che non smette di ringraziarti e lodarti per aver cambiato la batteria scarica alla sveglia e che non riesce a capire come si faccia ad acquistare un biglietto dal cellulare, che per giunta non bisogna obliterare.
Anche se non lo conosce e non sa come funzioni, Meri sa benissimo che ho provato a registrare la sua voce col cellulare. Non ha il bastone e sebbene il suo passo sia lento, la sua mente non lo è affatto. Corre veloce tra i ragionamenti e quando qualcuno bisbiglia pensando che lei non sia attenta, ti fulmina col suo sguardo vispo e t’illumina col suo sorriso. Le piace anche prendere in giro gli altri, così come se stessa, e lo fa senza malizia, accompagnando la battuta a un occhiolino.
Mi piace pensarla giovane quando, stando ai suoi racconti e quelli di suo figlio, sfrecciava in motorino per andare a lavoro e faceva tutto con la leggerezza tipica della gioventù, senza avere sulle spalle il peso degli anni trascorsi. Oggi, invece, Meri col suo passo lento va ad aprire la chiesa ogni mattina anche se afferma di non aver mai visto dio.
Quando siamo a tavola, uno dei momenti che preferisce di più (come me) è quello del dessert e dello spumante dolce. La pasta non le fa gola, ma quando si tratta di cioccolato ha lo stesso volto allegro di un bambino all’ora della merenda. In quei momenti io l’adoro e mi rammarico di non averla potuta conoscere prima.
Nel momento in cui ci separiamo la vedo adombrarsi e mi chiede sempre quando sarà la volta in cui ritornerò e io le rispondo sempre che sarà presto, anche se non so quando, “ma prometto che ti telefonerò”. Così mi dà quel bacio tenendomi le guance con le mani e io mi porto fino all’incontro successivo l’immagine di lei che sul ciglio della porta agita la mano sorridendo fin quando la macchina non esce fuori dalla sua vista.

meri
Meri

Il teatro dell’umanità.

Giorni, anzi, settimane di silenzio, che – considerata la mia parlantina – sono più che anomale. Eppure tutto ha una spiegazione che ha a che fare con le numerose albe viste in quest’ultimo periodo, le notti insonni, un lavoro abbandonato e una vita da pendolare appena spuntata. In attesa a braccia conserte mi chiedo:ma quanto tempo della nostra vita sprechiamo aspettando un autobus, un treno, un pullman, un aereo? Quanti minuti di ritardo ci hanno rubato Trenitalia e i servizi pubblici delle nostre città? Mi ricordo di un vecchio studio dove si divertivano a mettere insieme le ore e i minuti passati in attesa e che diventavano mesi, se non anni. Quel tempo non ritornerà mai indietro. Poi un giorno ti guardi allo specchio e ti ritrovi un capello bianco o bianco per metà, una ruga giusto nella pieghetta dell’occhio, una zampa di gallina monca pronta a segnarti con una riga come una matita sul foglio.

Ognuno impiega il suo tempo in attesa come può: chi legge, chi ascolta la musica, chi fissa lo schermo delle partenze, chi mangia. Io in quei minuti che a me sembrano lunghe, lunghissime ore, faccio quello che mi piace di più in pubblico: osservo la gente.
Le stazioni, molto più che gli aeroporti o altri luoghi dove si concentrano estranei, sono un vero e proprio teatro dell’umanità. Le diverse tipologie di treni accolgono persone provenienti da qualunque ceto sociale, first class e economy class insieme, lì a un passo dalla “linea gialla”.
C’è il mendicante che ti chiede l’elemosina, le zingare con le loro gonne colorate e le trecce lunghissime con cartelli che recitano “ho fame”, la signora che si è fatta rubare il portafogli cinque minuti dopo essere arrivata in città e sbraita come se fosse a un comizio elettorale. Le sale d’attesa o le aree aperte sono popolate da chi aspetta un treno intercity con 90 minuti di ritardo che percorre la punta più a sud del paese fino a quella più a nord e accanto c’è seduto il barbone che dorme a bocca aperta mostrando un evidente scompenso nel numero di denti. Poi c’è l’uomo d’affari vestito di tutto punto che aspetta il suo Frecciarossa in giacca, cravatta e valigetta che andrà a sedersi in business class, chiedendosi come mai tu, con quindici valigie, la tuta e una busta del supermercato, possa stare seduto proprio di fronte a lui che ti guarda con aria di sufficienza. E ancora, ci sono i fumatori dei 3 minuti di sosta, che stanno lì pronti davanti alla porta per prendere una boccata di catrame e nicotina prima che si chiuda, gli stranieri con gli zaini enormi che sbattono addosso a tutti a ogni girata e i bambini a cui vengono in mente i pianti più disperati e le canzoni più stridule proprio mentre sono seduti al sediolino alle tue spalle e neanche le cuffie sono abbastanza per coprire la loro voce squillante. Quelle che fanno più tenerezza sono le mamme e le nonne o i nonni che attraversano regioni sconosciute per raggiungere figli emigrati altrove e con il loro accento marcato e la voce un tono sopra alla media parlano al telefono rassicuranti “sì, tutto bene, e mo’ stiamo fermi, ci vediamo stasera” oppure ti sorridono e sono gli unici che ancora ti danno a parlare con estrema dolcezza perché loro proprio lo detestano il sentirsi estranei. E se durante uno dei vostri viaggi vi sentirete particolarmente osservati, non temete, magari sono io o forse qualcuno come me che inganna il tempo cercando di capire chi e cosa lo circonda, ma nel caso in cui questa cosa proprio vi disturbi “ci scusiamo per il disagio”.

Natale…o fatale?

Immancabilmente, come ogni anno, arriva quel periodo di dicembre in cui la gente, anziché riposarsi sul divano o rilassarsi dopo mesi di stress lavorativo, decide di passare i weekend in città per cercare di trovare quelli che ormai sono i temibilissimi REGALI DI NATALE.
Il regalo di Natale è quel qualcosa che nel tempo si è trasformato e che, attualmente, arriva intorno ai primi di dicembre anche se da molto prima si sa che sarà impossibile evitarlo. Innanzitutto, si insinua in maniera subdola nella mente sotto forma di pensiero, per poi trasformarsi col trascorrere del tempo in una vera e propria entità. E’ capace di creare ansie in chi deve occuparsi di lui e aspettative, spesso deluse, in chi lo riceve. Nessuno, o (forse) tranne chi è escluso dal sistema materialistico e capitalista, ne sarà risparmiato, e si lascerà trascinare da lui in un vortice di giornate spese nei peggiori centri commerciali a farsi colpire ripetutamente da gomitate, ginocchiate e pestate di piedi altrui, tutti soggetti che spinti dallo zombismo natalizio si fiondano alla ricerca del ‘regalo perfetto’.
Il nocciolo di tutta questa faccenda non è tanto da ricercare nel fatto che qualcuno decida di preoccuparsi per trovare qualcosa che possa far piacere all’altro, quanto piuttosto nella problematica che scaturisce dalla perdita di raziocinio collettivo che spinge le persone a compiere atti inconsulti e soprattutto alla violenza. A quanti di voi sarà capitato di meritarsi una parolaccia o, nel peggiore dei casi, una bestemmia solo per la colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato?
Cosa succede quando sei d’intralcio alla signora che ha trovato il REGALO PERFETTO e che per difenderlo da chi potrebbe rubarglielo è disposta a tutto? Tu (o meglio io) sei tranquillo nel tuo mondo autistico ignaro di ciò che stia accadendo intorno a te, ma intanto lei, come la migliore delle predatrici, ti ha già puntato e ti ringhia con fare infame e non sarà soddisfatta finché non ti avrà calpestata e sarà arrivata alla cassa prima di te, portando in mano il REGALO come se fosse un trofeo.
“Sì, anche quest’anno ce l’ho fatta” penserà, mentre – poverina – non sa che ha appena scelto IL regalo di merda dell’anno e che probabilmente chi lo riceverà lo riciclerà al prossimo Natale. E così tu (o meglio io), ti chiederai cos’hai fatto di male per meritarti di trovarti nello stesso luogo e doverti confrontare con soggetti del genere.
Eh, no…io proprio non riesco a entrare in questo tipo di mentalità.
Non riesco a sopportare la vista di gente che fa file chilometriche nell’ultimo negozio alla moda (e anche fuori), che è pronta a litigare e a maledirsi per strada per una busta colpita per sbaglio, che sgomita nell’ultimo centro commerciale alle ore 20.50 (la chiusura prevista per le 21.00) per arrivare alla cassa per prima, che urla per strada sentendosi giustificata dalla presenza della folla, che perde la dignità per accaparrarsi l’ultimo prodotto in offerta.
Devo proprio dirlo: mi sembra davvero squallido. E non voglio fare la buonista fingendomi esclusa dalla mania dell’acquisto o dello shopping facile, è che proprio troppa gente insieme non la tollero, soprattutto perché le folle pre-natalizie, a differenza di quelle “normali”, sono esasperate, isteriche, irritate, nervose. Non ho una grossa fama per il mio livello di tolleranza, ma allo stesso modo mi deprime quest’agitazione irrazionale. Durante le vacanze di questo periodo nell’anno, più che in tutti gli altri, diventa pericoloso guidare, prendere i mezzi pubblici, andare al bar, fare la spesa al supermercato. Ognuno è pronto a sparare veleno sull’altro senza alcun ritegno e a bestemmiare ogni santo del calendario per sfogare l’ira funesta. Intanto però continuano a luccicare cartelloni pubblicitari che sponsorizzano la ‘magia del Natale’, che però, a mio modesto parere, rimane incastrata nei nodi dei fiocchetti che si trovano sui pacchi e che ormai è spenta in qualunque altro posto. La luce della tolleranza, della condivisione e della felicità per il fatto di passare dei giorni insieme alla propria famiglia viene sostituita dalle luci delle città, che sono sì, belle a vedersi, ma destinate all’usura e quindi allo spegnimento.
Sarò vecchio stampo, ma anche se mi piace comprare dei regalini e vedere gli abeti casalinghi circondati da pacchetti luccicanti, il mio Natale non significherebbe nulla se non avessi la possibilità di trascorrerlo con la mia famiglia e con le con le persone a cui tengo di più, se non potessi vedere sorridere chi amo e potermi raccontare dopo un anno in giro per il mondo. Queste vacanze per me sono il momento della condivisione, del ritorno al “nido”, del piacere di apprezzare il buon cibo e i sapori di casa, degli abbracci lunghi con chi non ho visto per mesi, della riflessione su me stessa per capire se ho costruito qualcosa di buono e se quello che trovo per le strade è isteria e intolleranza proprio quando la pace e la serenità col prossimo vengono pubblicizzate come un qualunque prodotto acquistabile, allora preferisco rimanere in casa e far finta che il mio mondo sia solo quello che mi circonda.
Conservo la mia tendenza a essere un animale sociale e pacifista, mi aggrego al prossimo e mi apro alla condivisione. Sperando di incrociare sulla mia strada il numero più basso di soggetti affetti da spiccato materialismo e dal virus di zombificazione natalizio.Immagine

Firenze, Tiffany & co. 
21.12.2013

E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

È quasi la fine dell’anno e comincio a passare in rassegna tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi: le cose che ho fatto, i posti che ho visto, le persone che ho conosciuto. Tutto è stipato nell’armadio della memoria dove i ricordi fanno fatica a starci tutti.
Perlopiù vedo valigie, parecchie valigie. Anzi, direi case nelle valigie e valigie nelle stazioni, negli aeroporti, nelle macchine, nei pullman. Valigie che percorrono chilometri e che traslocano di continuo. Valigie con le ruote piegate, le cerniere scucite, la plastica incrinata, i colori sbiaditi. Valigie stremate e preoccupate che si guardano perplesse e si chiedono dov’è che andranno.
Un continuo migrare, ormai da anni. Prima al paesino accanto, poi in una grande città, poi in un altro Paese, poi in un altro ancora, alla continua ricerca di quel ‘centro di gravità permanente’. Col tempo sono diventata una viandante dallo zaino in spalla, con uno scaffale pieno di cartine di posti in cui forse non ritornerò mai più, un cervello pieno di confusioni linguistiche e foto di luoghi e persone di cui non ricordo più i nomi. Un’identità ormai frantumata, in cui ogni tassello caduto è stato sostituito da uno che ha ricevuto l’influenza di un’altra cultura, un’altra lingua, altro cibo, altri profumi, altre abitudini.
L’eclettismo identitario di chi ha dovuto imparare per necessità e passione a smontarsi e ricostruirsi, ad accogliere dentro di sé anche il diverso e il bizzarro, lasciandosi influenzare, ma senza cambiare del tutto.
Da qui, l’origine dell’apertura di chi, abituato a patire le mancanze del noto, ha trovato nell’ignoto e nelle differenze del prossimo una fonte di energia e di crescita per se stesso. Da qui, la necessità di doversi stringere forte alle proprie radici e passare qualche minuto al giorno a parlare al telefono nel proprio dialetto per non dimenticarne le basi e le inflessioni.
Penso a quel ‘migrante’ come me che presto tornerà a casa dalla famiglia per le vacanze di Natale e che si troverà a dover spiegare da dove salta fuori quell’accento un po’ strano, quell’espressione forestiera, quel taglio di capelli nuovo, quel paio di scarpe di un’altra moda. Riderà di sé quando qualcuno gli farà notare che quella parola non esiste e che è evidentemente la traduzione letterale di un’altra lingua e forse gli sorriderà il cuore quando sentirà il profumo della propria casa, del cibo della mamma e della nonna, quando riconoscerà i confini delle proprie montagne, l’orizzonte del proprio mare, la sinuosità delle proprie colline.
Forse, come me, per un attimo si ritirerà in un angolo e chiudendo gli occhi gli appariranno come al rullino di una macchina fotografica le istantanee di tutti i momenti salienti dell’anno che si rincorreranno l’una dopo l’altra. Quando li avrà riaperti sentirà un po’ il vuoto fuori, ma probabilmente sarà pieno, anzi, stracolmo dentro.