From Paris…with peace

Quando sono arrivata a Parigi, qualche mese fa, ho vissuto delle fasi di amore e odio per questa città. Il suo essere incredibilmente multietnica, il fascino dei quartieri degradati che stonano con quelli eleganti, i ponti illuminati all’imbrunire, la maestosità dei musei e delle ampie piazze. Ma, onestamente, non avrei mai creduto di rimanerci così a lungo. Invece, il susseguirsi degli eventi mi ha convinta a rimanere qui, delineando ufficialmente il mio profilo di giovane emigrata, come vuole la prassi.

La carte vitale, l’assurance maladie, les fiches de paie, les impôts…tante, nuove parole di burocratese infilate, una per una, nel mio dizionario mentale per assorbire lo spirito di un Paese nuovo, vicino, ma diverso. Il mio quotidiano sulle terrasses con i caffè a 2,50€, i diabolos menthe, le pizze croccanti, la metro, la musica dei locali.

Quella sera, quando CNN ha cominciato a gridarmi la parola a-t-t-e-n-t-a-t-o sono rimasta attonita per qualche attimo, con la speranza che si trattasse di un errore. Non era possibile che la mia nuova città, che ho fatto fatica ad accettare, fosse presa improvvisamente d’assalto da una banda di folli decerebrati. E invece sì.

Ma non ci è voluto molto perché me ne accorgessi. Un concerto di sirene mi ha circondata e ho avuto la netta impressione che qualcosa di terribilmente grave stesse accadendo a solo qualche kilometro di distanza. Le strade solitamente gremite e pullulanti di persone si sono svuotate nella ricerca folle di un riparo. Mani alzate ovunque per richiamare l’attenzione del tassista.

Poi una sfilata di blindati e di ambulanze in tutte le direzioni, le macchine della polizia cariche di uomini e donne armati che puntavano proprio contro di te. Una notte bianca e nera allo stesso tempo, macchiata di un sangue che avrebbe potuto essere quello di qualunque persona incrociata un giorno, così per caso, nella metro.

Parigi ha fatto fatica ad alzarsi, proprio perché quella sera non è andata a letto. Una città fantasma davanti ai miei occhi. Locali chiusi, piazze deserte e il sentimento pressante, opprimente, di ritrovarmi in un Paese atrocemente ferito nel suo quotidiano.

Eppure domenica c’era il sole. E i bar hanno riaperto. E la gente non ha rispettato il coprifuoco né i divieti imposti dalla polizia. E anch’io mi sono sentita meglio e ho avuto per la prima volta, dopo due giorni di apnea, l’impressione di essere tornata a respirare. Nel silenzio della metro, che non ho preso per 3 giorni di fila, ho cominciato a sentire della musica. Le persone che fino a qualche minuto prima avevano il viso teso e distante anni luce, si sono illuminate. Ho pensato: “ecco, è come se ci stessimo abbracciando”. Ci siamo scambiati dei sorrisi e anche la mia tensione si è vagamente allentata.

Oggi passeggio, guardandomi sempre intorno. E so che gli altri fanno lo stesso. Vedo militari ovunque, pieni di armi e muscoli. Sarà Natale anche quest’anno a Parigi anche se per un intero weekend ha chiuso Disney Land, il Louvre e pure il Moulin Rouge.

Qualcuno, dall’alto della sua poltrona, inneggia a una guerra in nome del tricolore e io sento di non starci assolutamente dentro. Non è nel mio nome che a sangue rispondi col sangue, anche se quel sangue versato avrebbe potuto  tranquillamente essere il mio. Detesto l’idea di una nuova guerra in nome della pace, come se l’ossimoro di per sé non fosse già abbastanza assurdo.

Mai come adesso avremmo bisogno di pace, mai come adesso le persone ‘normali’ sentono il bisogno di avvicinarsi e sentire il calore del loro prossimo, senza guardare negli occhi dell’altro con remore o spavento.

Mai come adesso avremmo bisogno di una pace che , però, non ci stiamo meritando.

 

 

 

 

 

 

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Il teatro dell’umanità.

Giorni, anzi, settimane di silenzio, che – considerata la mia parlantina – sono più che anomale. Eppure tutto ha una spiegazione che ha a che fare con le numerose albe viste in quest’ultimo periodo, le notti insonni, un lavoro abbandonato e una vita da pendolare appena spuntata. In attesa a braccia conserte mi chiedo:ma quanto tempo della nostra vita sprechiamo aspettando un autobus, un treno, un pullman, un aereo? Quanti minuti di ritardo ci hanno rubato Trenitalia e i servizi pubblici delle nostre città? Mi ricordo di un vecchio studio dove si divertivano a mettere insieme le ore e i minuti passati in attesa e che diventavano mesi, se non anni. Quel tempo non ritornerà mai indietro. Poi un giorno ti guardi allo specchio e ti ritrovi un capello bianco o bianco per metà, una ruga giusto nella pieghetta dell’occhio, una zampa di gallina monca pronta a segnarti con una riga come una matita sul foglio.

Ognuno impiega il suo tempo in attesa come può: chi legge, chi ascolta la musica, chi fissa lo schermo delle partenze, chi mangia. Io in quei minuti che a me sembrano lunghe, lunghissime ore, faccio quello che mi piace di più in pubblico: osservo la gente.
Le stazioni, molto più che gli aeroporti o altri luoghi dove si concentrano estranei, sono un vero e proprio teatro dell’umanità. Le diverse tipologie di treni accolgono persone provenienti da qualunque ceto sociale, first class e economy class insieme, lì a un passo dalla “linea gialla”.
C’è il mendicante che ti chiede l’elemosina, le zingare con le loro gonne colorate e le trecce lunghissime con cartelli che recitano “ho fame”, la signora che si è fatta rubare il portafogli cinque minuti dopo essere arrivata in città e sbraita come se fosse a un comizio elettorale. Le sale d’attesa o le aree aperte sono popolate da chi aspetta un treno intercity con 90 minuti di ritardo che percorre la punta più a sud del paese fino a quella più a nord e accanto c’è seduto il barbone che dorme a bocca aperta mostrando un evidente scompenso nel numero di denti. Poi c’è l’uomo d’affari vestito di tutto punto che aspetta il suo Frecciarossa in giacca, cravatta e valigetta che andrà a sedersi in business class, chiedendosi come mai tu, con quindici valigie, la tuta e una busta del supermercato, possa stare seduto proprio di fronte a lui che ti guarda con aria di sufficienza. E ancora, ci sono i fumatori dei 3 minuti di sosta, che stanno lì pronti davanti alla porta per prendere una boccata di catrame e nicotina prima che si chiuda, gli stranieri con gli zaini enormi che sbattono addosso a tutti a ogni girata e i bambini a cui vengono in mente i pianti più disperati e le canzoni più stridule proprio mentre sono seduti al sediolino alle tue spalle e neanche le cuffie sono abbastanza per coprire la loro voce squillante. Quelle che fanno più tenerezza sono le mamme e le nonne o i nonni che attraversano regioni sconosciute per raggiungere figli emigrati altrove e con il loro accento marcato e la voce un tono sopra alla media parlano al telefono rassicuranti “sì, tutto bene, e mo’ stiamo fermi, ci vediamo stasera” oppure ti sorridono e sono gli unici che ancora ti danno a parlare con estrema dolcezza perché loro proprio lo detestano il sentirsi estranei. E se durante uno dei vostri viaggi vi sentirete particolarmente osservati, non temete, magari sono io o forse qualcuno come me che inganna il tempo cercando di capire chi e cosa lo circonda, ma nel caso in cui questa cosa proprio vi disturbi “ci scusiamo per il disagio”.

Come chiudere una valigia e ricordarsi di partire senza lasciarsi alle spalle.

Se qualcosa dovesse andare storto mentre vi preparate alla messa a punto dei bagagli, niente panico. Spingere il contenuto della valigia comprimendolo come se steste mettendo un salume sottovuoto. Allacciate le cinturine e saltellate delicatamente con le ginocchia sui vestiti facendo attenzione agli oggetti delicati (se li avete). Passate alla chiusura: tirate le cerniere esterne. Se si presentano svogliate e intimidite, convincerle con qualche spintone, pugni a destra e a sinistra e vedrete che il ripieno di questo enorme panino che è la vostra valigia troverà il suo assetto all’interno del ridottissimo spazio avanzato. Nonostante le prime tensioni, sarete soddisfatti quando riuscirete a percorrere 5-6 cm della valigia con la cerniera. Infine, assestate il colpo di grazia: un salto deciso a peso pieno. La valigia non se lo aspetterà e cederà alla vostra tecnica, sarete riusciti così a ingannarla. Et voilà, siete pronti alla partenza.

Intanto io lascio un letto che non è mio, in una casa che non è mia, in un paese che non è mio in cui si parla una lingua che non è la mia. Lascio un gatto sedotto e abbandonato dopo averlo conquistato con delle sottilette, le sessantenni atletiche del corso di ginnastica mattutino, i bambini della scuola materna che non hanno ancora capito se sono una mamma, una sorella, un’amica o semplicemente l’extracomunitaria di turno. Lascio me stessa abbandonata in un campo dove ancora raccolgo more nella stagione estiva mentre intrattengo dialoghi infelici con le mucche al pascolo durante i quali mi convinco di dire cose sensate e allucino immaginando che i movimenti del ruminare siano in realtà svogliate risposte, mentre gli occhi bovini fissano il vuoto.
Ricompongo la mia vita in foto, stralci di giornali, pagine di diari, scontrini, note abbozzate e monete di Paesi diversi. Guardo i miei biglietti e gli oltre trenta chili di bagagli.
Mi rimpatrio da sola e senza foglio di via. Stando attenta a non lasciarmi indietro.

Ci vediamo venerdì, Firenze.Immagine

Una storia qualunque?

Dopo aver tentato, nella giornata di ieri, di cominciare il mio piccolo Vademecum su mamma Francia, esaustivo e ironico per quanto possibile, ho deciso che data la nebbia di oggi, avrei fatto una pausa e mi sarei dedicata a qualcosa di diverso.

Una volta, o meglio, circa tre anni fa, avevo un ragazzo. Un tipo in gamba, molto intelligente, cervelluto, il tipico nerd del nuovo millennio con una conoscenza sopra la media della fisica e della matematica, con cui delle volte litigavo in quanto poteva essere così presuntuoso da credere di avere gli emisferi cerebrali particolarmente uniti (vedi Einstein). Nonostante le differenze neuronali siamo andati avanti insieme per anni: si conoscevano le famiglie, io conoscevo le nonne, c’erano i viaggi, le vacanze, i concerti. Un giorno però, quando ho deciso di trasferirmi a 630 km da casa, le cose sono cambiate, e ovviamente, sono peggiorate. Alla fine ho il colpo di genio: decido che 630 sono pochi e vado 1860 km più su.
Dopo mesi ritorno e vado incontro al mio semi-ex con lo stesso fare scodinzolante e felice di un labrador, MA scopro che qualcosa non va. Mi sento stretta e non è solo per i kili che ho preso all’estero, ma perché in questa storia non siamo più due, ma tre. No, non sono incinta e il nostro non è neanche diventato un ménage à trois, semplicemente c’è un terzo incomodo.
Il mio ‘incomodo’ però è 10 cm più alta di me, straniera, bionda, occhi verdi-azzurri e si chiama come la protagonista di uno dei miei cartoni animati preferiti, ma la caratteristica che più la contraddistingue è che nella sua vita non ha deciso di fare la cassiera alla Coop, la segretaria o di lavorare in un call center della Wind in Romania, LEI ha deciso di fare burlesque.

Burlesque…

La prima cosa che ho fatto quando l’ho saputo è stato mettermi al pc e parlare con google. Gli ho chiesto cosa fosse, chi l’avesse inventato, perché esistesse. Mi ha presentato Dita von Teese, le ballerine del Moulin Rouge e sono annegata negli chiffons, i tacchi a spillo, i merletti, i reggi-calze, il pizzo, i pois e i copri capezzoli.

Ho passato dei mesi ad arrovellarmi il cervello e a tentare di capire perché lei e non una compagna di corso di ingegneria, ma alla fine ancora adesso credo di non aver ancora ben chiaro cosa sia stato a colpirlo…