Voglio una vita…da pendolare.

La vita da pendolari, si sa, è difficile e monotona. Già dalla parola pendolare, che richiama questo movimento oscillatorio e costante, si profila l’immagine di una vera rottura di balle. Ed effettivamente, chi non lo ha mai sperimentato, non può sapere fino in fondo cosa significhi alzarsi la mattina con l’idea di andare alla stazione e infilarsi in un treno. In fondo, è un po’ come la storia della gazzella che deve svegliarsi presto e correre per sfuggire al leone se vuole avere salva la vita, ma in questo caso, dal profilo molto più basso, il pendolare deve alzarsi presto e correre per prendere il treno (in ritardo), se vuole evitare di recitare le bestemmie stile rosario.
Ad ogni modo, alla stazione, non mancano i momenti di pura gioia; costellazioni di attimi che ti rendono la vita unica e marcatamente italiana. Per esempio, dopo tanti mesi di andirivieni, io non sono ancora riuscita a capire perché i geni delle rotaie, i pendolari della settimana, non siano ancora arrivati all’illuminazione, banale ma straordinariamente efficace, dell’attendere i passeggeri che scendono PRIMA di salire. Ancor prima che il treno arrivi è infatti uso vedere i volti della gente irrigidirsi in espressioni di lotta e prepotenza stile danza haka: “quel posto sarà mio!” Ci si avvicina pericolosamente alla ben nota linea gialla, e lì al confine tra la banchina e il treno in velocità, si comincia a sgomitare. Appena la carrozza appare immobile e le porte si aprono, sembra di assistere alla stessa scena di quando i piccioni hanno appena individuato un pezzo di pane. Questi uomini e donne senza macchia e senza paura puntano l’obiettivo e, noncuranti delle parolacce che quelli in arrivo gli pronunciano contro, così come stanno incastrati fra valigie e corpi, salgono e con estrema soddisfazione si siedono, come se si fossero appena guadagnati un premio. Ma non sono i soli, la giungla della stazione è così vasta che neanche un libro intero sarebbe sufficiente per tracciare il profilo di tutti i “passeggeri-modello”.
Oltre ai sopracitati viaggiatori kamikaze-del-sedile, buffi e compassionevoli, a me piacciono un sacco quelli che invece urlano al telefono. Se ne stanno lì, seduti o all’impiedi, a sbraitare attraverso un microfono ed è evidente che non gliene freghi assolutamente nulla del fatto che forse stanno disturbando o che forse a noi non importa nulla del cane che ha fatto la cacca in cucina perché non è stato portato fuori prima o del fidanzato della cugina di Teresa che ha messo le corna alla ragazza con la badante che lavora da suo nonno. Tant’è, la vita nella comunità non è facile, soprattutto in treno.
Tutti i passeggeri vengono costantemente stuprati olfattivamente da una così vasta gamma di cattivi odori, a partire già dalle 7 del mattino, che è impossibile, a un certo punto, non farsi girare i coglioni. Puzza d’ascella del vicino poco incline all’igiene personale, puzza di piedi, puzza di piscio in QUALSIASI angolo visibile o nascosto, puzza di cesso di treno (unica e inconfondibile) e così via…
Poi l’allegra banda di molestie continua. Ne cito solo alcuni: lo stridio dei freni peggio del trapano di un dentista mentre ti cura una carie, il ‘cestino’ che solitamente è una specie di tasca a canguro IMPOSSIBILE da aprire e che, una volta chiuso, riesce a produrre un suono dai decibel così elevati da istigare alla violenza e la zingara (o lo zingaro) che, costantemente, si fa il suo viaggetto aggratis distribuendo su e giù per i vagoni quel bigliettino di povertà e commiserazione e riempiendoti la testa di cantilene stile ‘una moneta peffavore, 20 centesimi’.
E cosa dire, poi, dei pensieri del pendolare? Solo lui/lei sa arriva a formulare l’idea di partire un po’ prima per arrivare senza fretta e beccarsi il treno in ritardo, o di partire un po’ dopo, ma, via facendo, rendersi conto che è tardi ed essere costretto a correre.
Tuttavia, i momenti di gioia arrivano anche per noi, poveri viandanti delle strade ferrate. Capita, assai raramente, di arrivare al momento giusto e ritrovarsi, per pura casualità, nel punto giusto (dove si aprono le porte); è in quegli istanti che la gioia di vivere aumenta e si pensa che sì, un dio dev’esserci da qualche parte. O ancora, quando il treno è in anticipo e non scende quasi nessuno dalla tua carrozza e chi sale lo fa in religioso silenzio rispettando gli altri. Infine sali, ti guardi intorno e noti che c’è un posto singolo libero, lato finestrino, ti siedi e di fronte a te c’è un ragazzo statuario, con gli occhi di ghiaccio e la pelle diafana, uno straniero che legge Augias con cui scambi lo sguardo una sola volta e che tra pochi attimi diventerà nient’altro che un’ombra tra i pendolari che affollano la stazione ogni giorno

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New York, New York…

Questi giorni d’agosto rappresentano il periodo delle grandi partenze (per chi può ancora permettersele), vacanze sognate e agognate durante 11 mesi di duro studio e/o lavoro per molti, concentrate in poche settimane. E mentre mi diverto a guardare su Facebook gli scatti di tutti quelli stesi, sdraiati, appollaiati, sorridenti, felici e in riva al mare, io sono comodamente seduta sul mio divano e più che desiderare ustioni, sabbia nel costume, creme solari appiccicate ovunque e bambini che lanciano sabbia, mi riviene voglia di una vacanza già vissuta e che ripeterei ancora e ancora e ancora…

UN’ESTATE FA…

Un’estate fa preparavo la valigia per gli States. Un viaggio sognato da più di dieci anni che, finalmente, con tante fatiche e tanti risparmi messi da parte diventava realtà. Ho trascorso solo 5 giorni a New York prima di partire per il Canada, ma quello che ho visto mi è bastato per innamorarmi di questa metropoli ineguagliabile.

L’arrivo all’aeroporto JFK di New York è traumatico: una coda interminabile di viaggiatori, controlli snervanti, fotografie, impronte digitali, due ore di attesa, sei ore di fuso orario, però hey, sono a New York!
L’alloggio è nel quartiere di China Town, ma si riesce ad arrivare in “centro” anche a piedi. Quello che mi colpisce immediatamente però è la puzza. Le strade emanano un odore così sgradevole che non riesco a camminare senza evitare di tapparmi il naso o rimanere in apnea in alcuni tratti. Non si capisce da dove provenga e non si capisce neanche come facciano gli altri a respirare liberamente senza morire. A parte questo inconveniente, l’immersione nella realtà newyorkese avviene in maniera molto meno traumatica di quanto me l’aspettassi. Dal primo momento la città sembra appartenermi anche se è gigantesca. Mentre passeggio, la notte si illumina di grattacieli immensi e io tengo il naso all’insù tutto il tempo.
Il giorno seguente, da brava turista, mi dirigo verso il battello per la Statua della Libertà.
Manhattan è bellissima vista da lontano e sembra essere così leggera da stare sospesa sull’acqua. La storia di Liberty Island parla da sé e da sola basta a rievocare un passato che dà i brividi. In successione, nei pochi giorni che ho a disposizione mi lancio all’esplorazione dei vari quartieri: Greenwich village, SoHo, Tribeca, Wall Street, Little Italy e a salire Midtown, Upper East Side, Central Park, Upper West Side
Ground Zero è piena di turisti e di gente che prega sui nomi dei cari incisi sul granito o di persone mai conosciute e l’acqua delle vasche che hanno preso il posto delle Torri gemelle zittisce anche i bambini. Piedi instancabili marciano attraversando streets e avenues che dividono la città, arrivando fin dall’altra parte del ponte, a Brooklyn. Verso il tramonto i grattacieli si colorano di rosa e azzurro e un po’ per la stanchezza, un po’ per lo spettacolo, preferisco starmene in silenzio mentre da lontano si scorge la fiaccola della Statua.
Si sa che a New York è meglio non soffrire di vertigini data l’alta concentrazione di edifici che superano i 180 metri di altezza! Dall’Empire State Building la visuale è magnifica, sia di giorno che di notte e si arriva (pagando) fino all’86° piano, dove una terrazza panoramica offre la vista sui più importanti edifici della città. Da quassù Central Park sembra una nuvoletta piazzata tra i palazzoni, un immenso cuore verde in cui vale la pena passeggiare.
“La grande mela” è anche la città che non dorme mai, a mezzanotte a Times Square gli operai lavorano come se fosse mezzogiorno, schermi enormi proiettano pubblicità, qualcuno suona e tutto sembra seguire il suo normale corso, anche di notte. La 5th Avenue, Broadway, il Radio City Music Hall, il Rockefeller Center, i baracchini degli hot dog e i camioncini bianchi e azzurri di ice cream sundae escono fuori dalla prima serie televisiva americana che vi viene in mente e si proiettano davanti a voi. È tutto vero, anche le ricostruzioni dei dinosauri nell’American Museum of Natural History, la Gold Marylin Monroe di Warhol e la Notte Stellata di Van Gogh al MoMA.

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E se qualcosa me lo sono dimenticato o qualche foto non l’ho scattata è perché ero troppo impegnata a guardarmi intorno e ad assorbire le molteplici contraddizioni di una metropoli che mi ha rubato il cuore.

 

“..Took the bus to China Town, I’ve been standing on Canal and Bowery…”

 

Dieci cose imperdibili a Bologna.

Quando giro in una città, che sia in Italia o all’estero, ciò che mi piace fare di più è cercare un posto (o più di uno) in cui riesca a sentirmi a mio agio. Non importa che io sia seduta su una panchina, su una sedia o a terra, o che stia semplicemente passeggiando. Così, se vi trovate in città e non ci siete ancora stati, o se siete solo di passaggio, ecco quali sono, a mio parere, i posti che vale la pena non perdersi.
Non essendo capace di dare un ordine di gradimento crescente alla mia lista, proporrò i luoghi così come mi vengono alla mente.

  • L’ARCHIGINNASIO di Piazza Galvani è un luogo quasi mistico per me. Gli affreschi, le scale d’accesso alla biblioteca, il laboratorio anatomico, le statue…Ogni volta che entro in questo palazzo sono rapita dal fascino delle sue bellezze storiche e artistiche e giro in tondo come in chiesa, col silenzio di un umile fedele.
  • L’ORTO BOTANICO di Via Irnerio scoperto per caso in un giorno alla ricerca di un po’ di verde tra il cemento. Oltre all’orto vero e proprio legato all’Università di Bologna che può essere visitato, c’è anche un giardino piuttosto selvaggio con delle panchine dove ci si può dimenticare per qualche minuto di essere in città.
  • ZENZERO e il FRAM sono invece rispettivamente un ristorantino e un cafè dove mi sento sempre come a casa mia. Sono il posto ideale anche per i vegetariani e chi cerca qualcosa di diverso, ma di qualità. I tavolini, le sedie e l’arredo del FRAM mi ricordano un giardino in campagna delle nonne con quei bellissimi colori pastello e non so perché mi evocano alla mente giorni passati all’estero.
  • L’ANGOLO tra Via Castiglione e Via Farini dove appare sulla sinistra il palazzo della Farmacia Alberani. Se siete fortunati ad avere il sole in una giornata di inverno come ieri, quando i raggi solari attraversano i mattoni tutto sembra colorarsi d’improvviso di una tinta irripetibile anche dal più bravo dei pittori.
  • Sebbene Bologna sia per antonomasia la città con i PORTICI, di cui molti decorati o affrescati, i miei preferiti sono quelli di Piazza Cavour che si trovano proprio accanto alla Banca d’Italia. Non riesco a passare di là senza alzare la testa e rallentare l’andatura.
  • IL PALAZZO CARISBO in Piazza del Francia è da mozzare il fiato. E i lampioni che illuminano una delle sue facciate che sono sotto i portici sono di una bellezza disarmante.
  • SALA BORSA è sicuramente il mio posto preferito a Bologna. Dovunque io mi trovassi nel mondo, ne ho sempre sentito la nostalgia. Oltre all’enorme quantità di libri, guide, riviste, DVD, documentari, quotidiani che si può trovare al suo interno, è uno spazio che accoglie tutti: dai più giovani ai più anziani. Passeggiando si sente gente parlare qualunque lingua e si scorge sempre qualcuno, seduto su una poltrona, che si è addormentato con il libro sul petto. (Comunque la cosa più bella sono le sedie che si trovano in piazza coperta!)
  • PIAZZA SANTO STEFANO per quanto sia stata pavimentata con i sassi più dolorosi del pianeta è davvero bellissima. Circondata dalle sue chiese e i suoi palazzi vecchi e quei negozi-bottega dove tutto sembra essersi fermato a qualche decennio fa.
  • IL CHIOSTRO della Basilica di San Francesco è uno di quei luoghi di cui mi sono innamorata in un giorno di sole. Saranno stati i colori e l’azzurro del cielo, ma penso sempre di ritornarci, anche solo per dare uno sguardo.
  • I PORTICI verso San Luca a cominciare da Porta Saragozza. Diciamo che per chi vive a Bologna, o chi ci passa, rappresentano una tappa obbligata. Non si può andar via senza essere stati a San Luca e soprattutto non bisogna imbrogliare, ci si va a piedi! Oltre al percorso, che è molto bello da fare, in cima si gode davvero di una vista unica sulla città. Poi, per chi ne preferisce una altrettanto bella, ma “alternativa”, a me piace molto anche andare ai 300 scalini. Gli alberi, il prato, qualche gatto in giro e natura semi-selvaggia per spegnere il cervello.

Sono già arrivata a 10 e ancora non ho parlato dei Giardini Margherita, di Via Castiglione, di piazza San Domenico, delle torri nascoste, di Piazza Maggiore, delle vetrine dei negozi in via degli Orefici, delle bancarelle in via Pescherie vecchie e delle mille botteghine che adoro. Comunque spero di avervi fatto venire voglia di fare un giro, soprattutto oggi che c’è il sole!

Campagna VS Città: le vecchine

Tornata in città dopo le vacanze natalizie comincia la mia diatriba interna su dove sia meglio vivere, se in campagna o nella metropoli. Nelle mia rassegna personale sulle differenze, i pro e i contro, alla fine ho trovato quale sia l’elemento che più differenzia le due.E no, non sto parlando del paesaggio ovviamente diverso, né tantomeno dei vantaggi degli spazi verdi, o della comodità dei mezzi pubblici, quello che più mi ha colpita sono state le vecchine.

Le donne anziane delle città sono completamente diverse da quelle di campagna! Sarà che io ricordo nonne e vecchiette d’altri tempi, ma quelle che ho conosciuto nella mia vita sono o erano donne semplici, raramente agghindate, rilassate e sagge, magari parecchio chiacchierone, anzi sicuramente. L’esistenza della donna anziana di campagna ruota intorno (maggiormente) ai nipoti, i figli, la preparazione di cibi da servire o da cedere alla famiglia e la chiesa. Poi magari ci sono le amiche superstiti, il ballo per chi può ancora permetterselo e le brevi passeggiate. Mi ispirano calma, serenità, la gioia di una vita goduta seppure nelle ristrettezze di ogni tipo.
Poi torno qui, in città, e lo scenario si ribalta.
Queste nonne senza nipoti sono vispe e arzille. Non aspettano che sia tu a cedere il posto nei mezzi pubblici, ma te lo chiedono o se lo prendono e basta. Pretendono il massimo rispetto in tutti i luoghi, ma data la veneranda età si sentono giustificate in tutto ciò che fanno: ti passano davanti con gran nonchalance in qualunque tipo di fila, che sia alla posta o al supermercato, e quando tu gli vorresti almeno lanciare un’occhiata fulminante, loro fanno lo sguardo da signora innocente, rannicchiata nel suo cappottino sgualcito di lana e allora tu hai pena e la lasci passare perché potrebbe tirare le cuoia prima di arrivare allo sportello per pagare la bolletta.
E che dire, poi, di quelle donne anziane un po’ sorde, un po’ rintronate, che passano delle ore alle casse facendosi ripetere tutto circa dieci volte e che cercano di intrattenere discorsi amichevoli con gli addetti? Per quanto ti renda triste pensare che non abbiano nessun altro con cui parlare se non un impiegato, non ce la fai proprio a non aver voglia di inveirgli contro.
Un’altra categoria di vivacità senile è rappresentata dalle vecchine in bicicletta. Trovo che loro siano davvero le peggiori che si possano incontrare. Sono coloro che se ti vedono camminare sotto i portici i bici sono in grado di maledirti in qualunque modo alle spalle, invitandoti a vergognarti per ciò che stai facendo, ma la stessa vecchina la ribecchi un’ora dopo sulla sua magnifica Graziella lucidata a nuovo e silenziosissima che sfreccia sotto il portico e ti suona anche col campanello per incitarti a spostarti prima che ti colpisca.
Infine, ce ne sono delle altre che mi ricordano ancora una volta Pirandello e il suo umorismo: le nonne impellicciate.
Quelle lì conservano pelli di mammuth puzzolenti di naftalina che mettono anche se non è poi così freddo e se ne vanno in giro per la città tirate a lucido con rossetto e smalto rosso, borse di pelle equina firmate e tacco alto, ma non troppo. Hanno lo sguardo all’insù come il loro naso e sembrano guardarti dal basso verso l’altro, così quando tu le incontri mentre tenti di fare un trasloco da una città all’altra con le tue valigie pesantissime sapendo benissimo di stare entrando dalla porta sbagliata dell’autobus, loro ti guardano con disprezzo, ma insomma, è inutile farmelo notare sostenendo che i giovani di oggi non sono più quelli di una volta, spostati piuttosto!
Insomma, magari non sembra, ma io le vecchine le adoro. Trovo che siano come un porta-gioielli all’interno del quale sono nascosti mille preziosi monili rappresentati dai ricordi, ma diciamocelo, la furbizia e l’astuzia non hanno età e talvolta si pretende che l’età giustifichi i mezzi, perciò ecco il mio appello: vecchine di tutto il mondo siate gentili e non trasformatevi in streghe da Biancaneve!

Un appello di fine anno.

Quindi, alla fine, Natale è finito e il prossimo step è Capodanno.
Il 31 dicembre è un momento un po’ stressante per quasi tutti noi. Innanzitutto abbiamo messo qualche kg in più rispetto a una settimana fa in cui eravamo fiduciosi che il vestito per il cenone fosse della taglia giusta mentre adesso non ci spieghiamo perché ci vada più stretto, e poi c’è il problema, non trascurabile, del veglione.
“E che fai a Capodanno?” “Ma vai fuori?” “No dai, ma è Natale che si fa in famiglia!”
Ognuno vuole sapere se il suo ultimo giorno dell’anno sarà migliore di quello altrui, se stavolta riuscirà a provocare l’invidia del prossimo parlando del suo viaggio super figo. Perché poi un anno in famiglia e uno fuori.
Insomma, tutti a farsi i fatti di tutti e a cercare di rimediare, se possibile.
Quest’anno ho deciso di fare un appello a tutti coloro che vengono costantemente stressati dai racconti altrui: fottetevene!
Fottetevene delle paillettes, dei vestiti costosi, dei tacchi da 12 cm, delle pubblicizzate seratone da fine anno che poi si rivelano dei pantagruelici flop, dei cenoni nei locali da prezzi stratosferici e porzioni da fame. Fottetevene di chi vi stressa raccontandovi quanto ha speso, di chi si vanta del suo biglietto aereo, di chi vi fa continuamente domande su quello che fate e sulle vostre intenzioni.
E se non l’avete già sperimentato o pianificato, a Capodanno sedetevi a tavola con chi vi è davvero caro mangiando quello che le vostre mani (anche incerte) riescono a preparare, andate in discoteca, ma in camera da letto con lo stereo senza subwoofer, godetevi uno spettacolo, quello dei fuochi d’artificio che riuscite a intercettare con la vista dal balcone. Ubriacatevi di vino, d’amore o di qualunque cosa vi renda alticci e rimanete a condividere la gioia senza lo stress di un’auto da parcheggiare in una città blindata piena di gente esaurita che non riesce a rilassarsi neanche nei giorni di festa. Siate furbi e chiudetevi tutto ciò che non volete ricordare di quest’anno alle vostre spalle, però non state a lamentarvi di un altro anno che ha fatto schifo, di un altro anno ‘di merda’. Pensate, almeno per una volta, ai sorrisi che avete dato e ricevuto, agli abbracci e le risate, alle belle giornate di sole che vi hanno riscaldato. Perché poi, diciamocelo, non è vero che è tutto da cestinare. Agganciatevi a quei momenti in cui avete goduto davvero di qualcosa e fatene tesoro. Non esiste attimo che torni indietro e se nessuno vuole ricordare quel giorno in cui ha calpestato quella cacca di cane con la scarpa lucidata a nuovo, vorrà forse ricordarne un altro in cui qualcuno gli ha teso la mano per fargliela scansare.
In definitiva, basta con questo disfattismo da fine anno. Se ci tenete, fate pure una lista dei buoni propositi (di cui siete comunque certi non manterrete che le prime promesse per poi abbandonarla), ma per una buona volta sedetevi e rilassatevi. E soprattutto: fottetevene.

Come chiudere una valigia e ricordarsi di partire senza lasciarsi alle spalle.

Se qualcosa dovesse andare storto mentre vi preparate alla messa a punto dei bagagli, niente panico. Spingere il contenuto della valigia comprimendolo come se steste mettendo un salume sottovuoto. Allacciate le cinturine e saltellate delicatamente con le ginocchia sui vestiti facendo attenzione agli oggetti delicati (se li avete). Passate alla chiusura: tirate le cerniere esterne. Se si presentano svogliate e intimidite, convincerle con qualche spintone, pugni a destra e a sinistra e vedrete che il ripieno di questo enorme panino che è la vostra valigia troverà il suo assetto all’interno del ridottissimo spazio avanzato. Nonostante le prime tensioni, sarete soddisfatti quando riuscirete a percorrere 5-6 cm della valigia con la cerniera. Infine, assestate il colpo di grazia: un salto deciso a peso pieno. La valigia non se lo aspetterà e cederà alla vostra tecnica, sarete riusciti così a ingannarla. Et voilà, siete pronti alla partenza.

Intanto io lascio un letto che non è mio, in una casa che non è mia, in un paese che non è mio in cui si parla una lingua che non è la mia. Lascio un gatto sedotto e abbandonato dopo averlo conquistato con delle sottilette, le sessantenni atletiche del corso di ginnastica mattutino, i bambini della scuola materna che non hanno ancora capito se sono una mamma, una sorella, un’amica o semplicemente l’extracomunitaria di turno. Lascio me stessa abbandonata in un campo dove ancora raccolgo more nella stagione estiva mentre intrattengo dialoghi infelici con le mucche al pascolo durante i quali mi convinco di dire cose sensate e allucino immaginando che i movimenti del ruminare siano in realtà svogliate risposte, mentre gli occhi bovini fissano il vuoto.
Ricompongo la mia vita in foto, stralci di giornali, pagine di diari, scontrini, note abbozzate e monete di Paesi diversi. Guardo i miei biglietti e gli oltre trenta chili di bagagli.
Mi rimpatrio da sola e senza foglio di via. Stando attenta a non lasciarmi indietro.

Ci vediamo venerdì, Firenze.Immagine