Quando tornerai dall’estero…

Che voglia di andare all’estero!
L’emozione del viaggio, l’ansia della partenza, il rombo dei motori dell’aereo che sta per decollare…e già nella mente tutto comincia a prendere forme diverse: i campi si colorano, le montagne si ammorbidiscono, i contorni sfumano all’orizzonte per creare nuovi paesaggi. E poi c’è l’arrivo: il momento in cui inciampi in una nuova lingua, i cartelli che segnano divieti diversi e le facce intorno a te, che vedi estranee e un po’ smarrite, proprio come la tua.
Poi passa una settimana, due, tre…Tutto cambia. La novità dei primi giorni si sgretola di fronte alla quotidianità, quello che era speciale diventa normale e si attiva un ingranaggio, il solito ingranaggio di una routine che in ogni parte del mondo è la stessa, a qualunque latitudine tu possa trovarti. Ma allora cos’è che fa speciale un luogo, un lavoro, un momento? Cos’è quello spazio in cui per tanto ti sei sentito stretto e che invece, a distanza, sembra dilatarsi e diventare enorme rispetto a quello in cui sei adesso? Non è forse la tua famiglia, la tua casa, la persona della tua vita che ti sta accanto e colora un giorno di pioggia o soffia via le lacrime dalle tue guance?
Quanta solitudine c’è nelle distanze?
Vedi la nostalgia aggrapparsi a tutti gli angoli della stanza e le abitudini altrui starti addosso come il vestito di una taglia troppo stretta. Cominci a pensare, giorno dopo giorno, che forse questa non è la tua vita. Che non è giusto nuotare tra gli spazi vuoti della mancanza e che, per quanto adattato, sarai sempre inadatto.
Avrai nostalgia del profumo dei chicchi di caffè, del filare della mozzarella su una pizza al pomodoro, delle verdure senza imballaggi di plastica, dei momenti di silenzio sul divano mentre dai un bacio, della musica che nessuno ascolta anche se lo stereo è acceso, del calore di un abbraccio in cui ti senti al sicuro. E più di tutto, senti dentro di te la solitudine di un giorno che non passa senza che pensi a quello che ti sei lasciato alle spalle. Alle persone che hai incontrato e che non rivedrai più, agli amici che avevi e che adesso non saluti, alle “amicizie” di facebook a cui non hai mai creduto e che cancelli dopo mesi, ai tuoi fratelli che crescono e i genitori che invecchiano. A te stesso, che vedi passare alla dogana di una fase successiva della vita senza avere mai avuto il documento adatto per superarla. E un vortice di pensieri turbina nel tuo cuore che, rimasto solo, si affaccia sulle macerie.

Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: “Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire”. A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell’anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo.

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Buoni propositi per il nuovo anno. Anche no.

Mai come durante i primi giorni di un nuovo anno, i buoni propositi si sprecano. Tutti a stilare liste, a preparare elenchi, a dire agli altri cose che poi non faranno mai. Tra le tante: perdere chili, tagliarsi i capelli o cambiarne il colore, andare in posti inculati, riprendersi dopo una rottura, sparare a fanculo il/la fidanzato/a noioso/a, trombare di più, ridere di più, litigare di meno in famiglia, fare pace col prossimo. Le buone azioni sono le prime a essere messe in discussione. Il 1° gennaio sono tutti pronti a tendere la mano, a porgere l’altra guancia, a recitare il padre nostro a braccia spalancate pur di sentirsi parte del tutto, in armonia con l’umanità. Poi però succede che il primo giorno dell’anno stai male, molto male, e allora ti serve la farmacia per aiutarti a frenare il moccio che cola, ma il farmacista ha chiuso perché è festa. E sei fuori casa e hai fame, ma non trovi un posto aperto per mangiare perché tutti sono a festeggiare da qualche parte e tu sei l’unico sfigato che gira da solo, in macchina, senza meta e con lo stomaco vuoto. Allora cominci a ripensarci. Tutta questa gioia, quest’euforia dell’anno nuovo, in realtà, ti pizzica come uno slip di lana di pecora scozzese non trattata e questa voglia di abbracciare l’altro non ce l’hai. Perché tanto, pure se l’anno è appena cominciato la tua salute non lo sa e se ne sbatte. Ieri non era solo il 31 dicembre, ma uno sfigatissimo mercoledì, un giorno senza arte né parte in cui non avresti fatto niente se non guardare un programma mediocre e poco intelligente in TV sotterrato da una coperta di pile scadente con una tazza di cioccolato caldo alla mano. Però non è questo che ci si aspetta da te. Bisogna che tu sia eccitato. Non tanto perché qualcosa inizia, ma perché qualcos’altro finisce.
Finisce, convenzionalmente, un periodo di 12 mesi, che avrebbe potuto tranquillamente essere di 14 o 27, periodo che serve alle persone per darsi un’auto-pacca di incoraggiamento sulla spalla e dire “bravo, anche quest’anno ce l’hai fatta”. La triste realtà è che a gennaio non cambia niente. Le tasse sono da pagare, come la rata del mutuo, della macchina, dell’iphone 6, del tablet, l’affitto e le bollette. L’aura del/della tuo/a ex continuerà ad aleggiare come uno spirito senza pace sul mese di febbraio (in particolare il 14) e sulla primavera. Tutto il resto viene da sé: il lavoro, la gente scema, l’autobus in ritardo, il treno cancellato, la cacca di cane pestata con le scarpe nuove…
Tutto ciò non dovrebbe comunque farti star male, anzi, fare un’analisi lucida dell’impossibilità di maneggiare il tempo è il primo passo verso l’accettazione di un futuro incerto, cazzuto e imprevedibile.
Mi era quasi sfuggito…buon anno!

Profumo d’inverno.

C’ero io. E c’erano i rami dell’albero che, protesi verso l’alto, disegnavano un profilo scheletrico, segnato dall’inverno. Gli ultimi frutti, ancorati alle braccia lunghe, di legno, mostravano riluttanza. Il cielo di un azzurro limpido, una tempera accesa, leggermente smorzata dal bianco e poi il sole alto, accecante.
Ho passeggiato tra le viti spoglie dove, attaccate qua e là, c’erano foglie secche e un’unica pigna d’uva scura, cibo di insetti che al mio passaggio si sono alzati in volo, paurosi della minaccia. La terra umida si è piegata sotto il mio peso facendo da stampo alla mia scarpa e ci sono un po’ affondata dentro, sentendo ogni tanto l’ebbrezza della scivolata su foglie e frutti marci. Ho toccato quella terra più asciutta, sporcandomi volontariamente le mani. Volevo rotolarmici dentro, sentirla mia, annusare il profumo di qualcosa che mi appartiene soltanto di nome.
Lei ha cominciato a rincorrermi, scodinzolante. Noto il suo profilo da dietro che mi sembra allegro: un pon pon bianco su di un manto nero, il gioco di contrasti più riuscito di sempre. Allora ho camminato con lei, non al suo fianco perché ama precedermi e ho ripercorso tempi troppo spesso dimenticati.
Adesso il fitto boschetto di alberi magri è coperto da un pavimento di foglie appassite gialle e rosse. Tutto è in silenzio, ma i rami ricordano le risa di noi che bambini giocavamo a essere una famiglia di ‘grandi’. Pentolini, tazzine, coperchi, padelle. Tutto in miniatura affinché potesse essere proporzionato alle dimensioni delle nostre mani.  Anche un vecchio materasso e delle lenzuola sotto le quali ci nascondevamo raccontandoci storie e tu avevi dei bellissimi occhi.
Le grida dei nostri giochi animavano gli insetti e gli alberi, risuonavano nell’acqua del ruscello e facevano eco tra i rami che si passavano le nostre voci come una palla. Tutto, qui intorno, era pieno delle nostre voci gioiose.
Il bosco ora è più fitto, ma più spoglio rispetto a quei giorni caldi d’estate quando le foglie in alto erano così tante da non lasciar passare un filo di luce. I miei passi solitari adesso li sento e gli occhi seguono stretti sentieri percorsi mille e mille volte. Più lontano l’erba era corta e c’era la palla delle partite di calcio lunghissime. Adesso, invece, è così alta che non riesco neanche a capire dove arrivava quel confine disegnato dal campo e quell’albero enorme, sotto il quale osservavo frenetiche formiche nere di dimensioni spropositate, è stato bruciato dalle fiamme del fuoco, giunte fin qui. Una volta, qui dentro, in questo sentiero glabro e senza erba ci sono affondata con la curiosità di vedere quanto a fondo potessi arrivare con la gamba. Mi hai tirata su tu, col fango quasi fino al ginocchio mentre, piagnucolante, temevo di essere inghiottita dalla terra…
Correvamo e rotolavamo e c’erano torte di fango, corse folli in sella a una bici, giochi più o meno pericolosi fatti lontano dagli sguardi di mamme preoccupate. E io rientravo a casa sempre sporca, la terra secca attaccata ai pantaloni, i graffi sulle ginocchia e qualche livido qua e là. Piccole ferite che sanavano formando croste che amavo grattare via quando ormai tutto era passato e si poteva ricominciare, ricaderci sopra ancora una volta, riaprendo il taglio. L’ossigeno di questi alberi ha riempito i miei polmoni a cui ho restituito fiato, lacrime, urla.
Camminiamo ancora io e te, ma stavolta sei al mio fianco. Mi guardi, cosa ne sai tu di tutto questo? Nulla, ti basta solo che io ti lanci il rametto che hai puntato.

Perché è difficile vivere al Sud.

Da qualche anno mi sono trasferita al “nord” e dopo aver vissuto in 3 Paesi diversi il mio stile di vita è probabilmente cambiato, per questo mi ritrovo, ogni volta che torno a casa, a stupirmi per delle cose che mi lasciavano indifferente (o quasi), quando ero ancora una liceale.
Vivere al Sud non è semplice. E non è solo per via della crisi che ha ridotto posti di lavoro già scarsi e neanche per la mafia, la camorra e altre forme di illegalità organizzata, anche la quotidianità è complessa a causa di quella che io credo sia una forma mentis completamente diversa e che molto spesso ignora le sue contradditorietà.
Al Sud, o perlomeno nella mia regione, tutti (o quasi) hanno almeno 2 o 3 compari, quegli amici o pseudo tali che ti aiutano a sollevarti nel momento del bisogno, che sono presenti in salute e in malattia e che possono salvarti dalle situazioni più “complicate”. Uno ha bisogno di soldi, allora organizza un finto incidente per cercare di fregare l’assicurazione e recuperarci denaro. Il “trucco” della botta nel parcheggio, in fondo chi è che non l’ha mai fatto? Ma il compare è molto di più, è quello che conosce un amico che ha un amico che a sua volta ha un amico di un parente che può fargli il piacere di trovargli qualcuno che attraverso un imbroglio gli farà avere i canali satellitari quasi ‘aggratis’, pagando un obolo irrisorio. Poi c’è l’amico vero e proprio, che svolge più o meno le stesse funzioni del compare e che può farti godere di uno sconto in più per l’acquisto di un capo di abbigliamento, che può farti avere il pezzo di carne migliore in macelleria o indicarti i frutti e le verdure migliori al banco ortofrutticolo. L’amico è anche quello che chiama la fidanzata dell’altro per calmarla quando lei si arrabbia perché il suo uomo l’ha tradita e che fa da intermediario, talvolta sporcandosi anche le mani. Una palese prova d’amicizia è chiedere all’amico che ha un esercizio commerciale di farsi fare uno scontrino minorato sull’acquisto, anzi lo scontrino stesso è un affronto: “Dai, che fai? Mi fai lo scontrino?! Ma almeno fammelo di meno!”
Oltre alle forme di aggregazione, al Sud alcuni individui trovano normale depositare di notte rifiuti domestici sul bordo della strada, anche se fanno quel tragitto quattro volte al giorno e rivedranno le loro confezioni di biscotti, tonno e cereali fino al momento della loro parziale decomposizione. Tutto ciò avviene ANCHE SE c’è la raccolta differenziata porta a porta, ANCHE SE quegli scarti rimarranno lì per mesi, se non anni. A questi veri geni dell’ambiente si aggiungono quelli che trovano normale deturpare il patrimonio umanistico di una regione imbrattando marmi antichi quando ne sanno di storia dell’arte più o meno quanto me in materia di fisica quantistica. Altri ancora, i miei preferiti, sono quelli che cercano di far colpo sulle donne sgommando su una strada in centro col limite di 50km/h o che impennano e il peggio è quando ci riescono davvero. Per strada, comunque, molti superano loro stessi. Il clacson è un mezzo per salutare il compagno che è sul marciapiede, le strisce per il parcheggio sono un optional, ognuno fa la manovra come gli pare e come gli viene, le corsie destra e sinistra sono spesso confuse o comunque non rispettate, i motorini sono indipendenti: il sorpasso avviene ovunque ci sia spazio. Anche sul marciapiede.
Poi, per qualche strano motivo, nella mia regione, le persone non riescono a dialogare normalmente, ma devono farlo sempre gridando, bestemmiando, ululando parolacce. Nessuno riesce a discutere con l’altro se non in maniera violenta e aggressiva, un vero e proprio modello di incomunicabilità pirandelliana.
Per concludere esprimo la mia solidarietà, anche se con rabbia, a tutti quei lavoratori indipendenti e commercianti che in questa regione devono cedere una parte del loro guadagno a quei mafiosi e camorristi che vivono come parassiti sulle spalle di questa società impedendo la crescita e la risalita di regioni che avrebbero da donare al mondo più di interi Paesi.

Vivere al Sud è complesso, gli ingranaggi di queste terre sono unici e incomprensibili per chi non li conosce e non li ha visti da vicino, difficili da smantellare, impossibili da sradicare del tutto. La violenza, la volgarità, il menefreghismo che vedo mi feriscono e mi turbano perché quando sono lontana, circondata dal cemento, penso ai campi immensi e vasti e verdi, alle montagne, alle rocce, agli edifici antichi, alla storia dei briganti, al profumo della mia terra in gran parte malata, alla mia casa, il ‘nido sicuro’ e tutti quei luoghi conosciuti, molto spesso violentati. Trovo difficile dire che esista un posto più bello di quello dove sono nata e cresciuta, apprezzo che molto si sia conservato com’era e forse com’è sempre stato, eppure devo sempre ammettere che spesso, qualcuno “dall’alto” del suo potere, ma dal basso del suo essere nefando, è intervenuto e interviene in maniera inappropriata sui miei alberi, la mia terra, sulle ricchezze che i nostri antenati ci hanno lasciato. E rovina il passato, rendendo instabile il futuro.