Essere un fuori sede.

In questi giorni sono presa da strane riflessioni ed elucubrazioni sul passato e non so se sia dovuto al grigio e alla pioggia o semplicemente al vedersi crescere, ma pensavo alla me che qualche anno fa ha deciso di essere una ‘fuori sede’.

Essere una matricola all’università di Bologna è un po’ come essere un pesciolino piccolo in una vasca piena di piranha. Una vasca in cui tutti, all’inizio, sembrano dei gran fighi, quasi tutti più grandi di te che sanno dove andare, cosa fare, mentre tu ti guardi intorno e quasi ti vergogni ad aprire la cartina che ti ha fornito l’università per non essere additato sin dal primo giorno come “La Matricola” e ti auguri che la strada che hai scelto a caso sia, per un calcolo statistico favorevole, quella giusta.Passi i primi giorni ad analizzare le facce dei tuoi compagni in aula, cercando di trovare in qualcuno di loro quegli stessi segni di incertezza che tu avrai sicuramente stampati in fronte, per trovare uno o una simile a te, che non si porti con sé il gruppetto di amichetti solido e attivo sin dai primi anni del liceo e dove tu non entrerai mai neanche a farti spazio con martello e scalpello. Per la legge secondo cui gli uccelli si accoppiano in cielo e gli scemi in terra, si trova prima o poi qualcuno che ti assomigli e che nel mio caso è stato qualcuno che si chiedeva a cosa servisse il corso di linguistica inglese dove alla fine anche chi sembrava capire fingeva, mentre gli altri si lanciavano palline di carta o guardavano nei jeans a vita bassa di chi stava davanti ed era costretto a sedersi a terra, inconsapevole di avere mezza chiappa scoperta.
Comunque dall’imbarazzo, la goffaggine e il sentirsi un pesce fuor d’acqua delle prime settimane (e forse dei primi mesi), passi a capire come funziona davvero. Dapprima cominci ad arrivare a lezione in ritardo, poi ad uscire la sera e adoperare una selezione dei bar/pub/discoteche/locali del centro studentesco individuando immediatamente quali sono quelli in cui incontrerai altre matricole come te, ragazzi che puzzano di ormoni e minorenni che dimostrano 30 anni. Il passaggio successivo consiste nel quasi evitare del tutto quei posti e trovarne invece degli altri molto più intimi, quelli in cui si fa il miglior aperitivo o si beve il migliore spritz e l’ultimo step arriva dopo la laurea o quasi.
Poche stradine hanno ormai segreti e in quella città che quasi ti era straniera e ti faceva paura, ti ci senti ormai parte integrante a tutti gli effetti. Sei dunque un veterano: hai vissuto il puzzo dei portici, le serate sbracato in piazza Verdi o San Francesco, le manifestazioni, il vino “scrauso” della Coop, i concertoni all’Estragon, le feste private e se anche dopo anni il tuo accento non si è piegato alla parlata locale, ormai sei un meticcio. In casa usi espressioni e interiezioni assolutamente anomale e ‘fuori sede’ non te ne accorgi, ma tendi a marcare il tuo accento, come se lo stare ‘fuori’, di per sé implicasse il marcare la propria provenienza per non dimenticarsene mai. 
Lo stesso processo ‘evolutivo’ vale per tutte le città che non ci appartengono, ma che ad un certo punto ci assorbono, anzi ci fagocitano e restiamo lì, come intrappolati all’interno di quelle piccole palline di vetro mentre intorno a noi cade la neve.  

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E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

È quasi la fine dell’anno e comincio a passare in rassegna tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi: le cose che ho fatto, i posti che ho visto, le persone che ho conosciuto. Tutto è stipato nell’armadio della memoria dove i ricordi fanno fatica a starci tutti.
Perlopiù vedo valigie, parecchie valigie. Anzi, direi case nelle valigie e valigie nelle stazioni, negli aeroporti, nelle macchine, nei pullman. Valigie che percorrono chilometri e che traslocano di continuo. Valigie con le ruote piegate, le cerniere scucite, la plastica incrinata, i colori sbiaditi. Valigie stremate e preoccupate che si guardano perplesse e si chiedono dov’è che andranno.
Un continuo migrare, ormai da anni. Prima al paesino accanto, poi in una grande città, poi in un altro Paese, poi in un altro ancora, alla continua ricerca di quel ‘centro di gravità permanente’. Col tempo sono diventata una viandante dallo zaino in spalla, con uno scaffale pieno di cartine di posti in cui forse non ritornerò mai più, un cervello pieno di confusioni linguistiche e foto di luoghi e persone di cui non ricordo più i nomi. Un’identità ormai frantumata, in cui ogni tassello caduto è stato sostituito da uno che ha ricevuto l’influenza di un’altra cultura, un’altra lingua, altro cibo, altri profumi, altre abitudini.
L’eclettismo identitario di chi ha dovuto imparare per necessità e passione a smontarsi e ricostruirsi, ad accogliere dentro di sé anche il diverso e il bizzarro, lasciandosi influenzare, ma senza cambiare del tutto.
Da qui, l’origine dell’apertura di chi, abituato a patire le mancanze del noto, ha trovato nell’ignoto e nelle differenze del prossimo una fonte di energia e di crescita per se stesso. Da qui, la necessità di doversi stringere forte alle proprie radici e passare qualche minuto al giorno a parlare al telefono nel proprio dialetto per non dimenticarne le basi e le inflessioni.
Penso a quel ‘migrante’ come me che presto tornerà a casa dalla famiglia per le vacanze di Natale e che si troverà a dover spiegare da dove salta fuori quell’accento un po’ strano, quell’espressione forestiera, quel taglio di capelli nuovo, quel paio di scarpe di un’altra moda. Riderà di sé quando qualcuno gli farà notare che quella parola non esiste e che è evidentemente la traduzione letterale di un’altra lingua e forse gli sorriderà il cuore quando sentirà il profumo della propria casa, del cibo della mamma e della nonna, quando riconoscerà i confini delle proprie montagne, l’orizzonte del proprio mare, la sinuosità delle proprie colline.
Forse, come me, per un attimo si ritirerà in un angolo e chiudendo gli occhi gli appariranno come al rullino di una macchina fotografica le istantanee di tutti i momenti salienti dell’anno che si rincorreranno l’una dopo l’altra. Quando li avrà riaperti sentirà un po’ il vuoto fuori, ma probabilmente sarà pieno, anzi, stracolmo dentro.

Perché è difficile vivere con un toscano.

Quando ho conosciuto quello che poi è diventato il mio ragazzo, è stata una dura impresa riuscire a capirlo. Lui non è straniero, anzi, parla benissimo l’italiano, però diciamo che ha dei piccoli difetti all’apparato morfo-fonatorio.

La prima sera che siamo usciti insieme ho capito circa la metà delle cose che mi ha detto e vi giuro che, seduta sul gradino davanti alla biblioteca, il primo a cui ho pensato è stato lui, il più grande: Dante. Ma non aveva passato in rassegna i dialetti per unificarci sotto un unico idioma, l’italiano? Perché qui, invece, parliamo la stessa lingua e comunque non ci capiamo?
Con i giorni che passavano ho cominciato a capire qual era il problema…le sue C erano mute! Per un orecchio abituato alla durezza delle consonanti del sud come il mio, l’assenza di una sola di queste ha scatenato il panico. Dunque, prima cosa da fare: aggiungere una C ad ogni consonante aspirata “la hasa, la hamiSCia, le Hose, l’ahascia…”. Ma non era così semplice, non molto più tardi è arrivato il momento in cui ho capito che anche le T e le D erano aspirate: “hapitho”, “compratho”, “basciatho”. Le cose si complicavano, dunque…aggiungere le C, eliminare l’aspirato.

Cominciavo ad abituarmi, sì, tutto diventava più chiaro.

Un giorno gli telefono per chiedergli cosa sta facendo e lui mi risponde: “do i’cencio”. Dall’altra parte ero impietrita…[cos’è che starà facendo veramente? Glielo richiedo? No, no.] Poi lui continua e dice che c’è un gran ‘bailame’ in casa.
Continuo a non capire, parlo cinque lingue, ma la sua no, è incredibile.
[Amore, ma che hai detto?]
“Un tu sarai miha sorda?” [No, non sono sorda.]
Siamo a casa e a un certo punto mi dice che va a buttare il ‘sudicio‘. Ok, questa è facile, la so, è la spazzatura!
Ci prepariamo per uscire e mi fa: “Sadidandà”? [Quest’è troppo, ma che stai dicendo?] E continua con altre varie perle: “l’è un trojajo”, “‘na sega”, “i’ popone”, “i’ canino”.
Insomma, io sono lì e lo guardo. Per capirlo faccio appello alla mia intuizione, al Treccani, al dizionario toscano che abbiamo in casa, ma quando siamo a tavola con la mamma, il papà, la sorella e la nonna c’è un coro di consonanti aspirate, una moria di C, una ripetizione dei soggetti (tettù, voivvu) e tante, tantissime parole che io non capisco e forme verbali mai sentite. Tutta la mia conoscenza grammaticale evapora, sono sola contro cinque.

Sorrido, sì, sorrido. “Unnè miha forte i’nostro accento”, dicono. No, no, per carità!

Un po’ di tempo ormai è passato, io comincio ad imparare e quando gli dico che è ora di cominciare a pronunciare le consonanti, lui difende il suo toscano-centrismo e se la prende con le mie vocali sostenendo che non ne pronuncio una giusta, da allora abbiamo fatto un patto: io pronuncio le consonanti e lui le vocali.

Essere complementari è una strategia vincente…e non solo in linguistica!


diospero