Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

Back to life.

Tornare alla quiete.

[Il silenzio del bosco.
Il lento scorrere delle acque.
La calma.]

Fuori da questa dimensione scomposta,
dove la quiete è calpestata, odiata.
Mai come oggi, come adesso,
vorrei che tu mi fossi accanto.
Troppo grande il rammarico
di un silenzio che abbiamo perduto tanto,
troppo tempo fa.
La complicità di sguardi
che non si sono mai allontanati davvero.
E adesso, separati da questo rumore,
come viviamo?
Vedi, neanche le coperte tengono caldo.

Taccio ormai,
la voce strozzata dal rumore.
E tu, accompagnami in questo silenzio,
raccogliamoci nel vuoto.

L’eco.

Tutti i colori li vedo sbiadire, non restano tracce di quello che è stato.
La primavera e l’estate cancellate da questo calendario. 
Ricordo quando passeggiavamo nel bosco. Quella brezza leggera, il sole che filtrava tra i rami altissimi degli alberi e la tua voce che accompagnava i nostri passi. E i silenzi.
Non si contano i paesaggi che si sono stampati negli occhi, diapositive di un passato così vicino che posso sentirne ancora il profumo dei giorni.
L’odore delle mele al forno, il profumo dell’incenso acceso, il sapore del sushi che mi hai preparato.
Tocco i miei ricordi e scottano come braci ardenti. Mi brucio ad ogni passo indietro che faccio e ti rivedo in ogni tuo singolo gesto. Ogni piccola manovra che ho osservato al mattino, il ritmo del tuo passo, il tuo fiato, il tuo sudore. Quante volte ho ascoltato il cuore battere e ne ho fatto una canzone.

Ogni scheggia di questo bellissimo vaso rotto non tornerà mai più nella posizione in cui era. Mancata è adesso quella forma geometrica perfetta che le spettava. Mi restano un mucchio di foto dello splendore che era quando, appoggiato lì, sul quel mobile, sembrava semplicemente perfetto.
Eppure sai che sono sbadata, e adesso l’ho rotto. 

In the middle of January.

Avrei avuto bisogno di tempo.
Tempo per identificare, analizzare, incanalare. E invece queste giornate non bastano e non sono mai bastate. Mai nulla ti ha riportato indietro. Neanche quella lacrima quando eri lì, proprio dietro le mie palpebre, mentre ti sognavo. Sei scivolato giù veloce sulla mia guancia. Ti sei posato giusto un attimo sul mento, esitante, prima di cadere sul pavimento già bagnato.

Pallido è il colore di queste mura e fuori si gela.
Le dita diventano paonazze mentre la temperatura scende. La città mi ricorda che l’inverno è incollato alle strade e che le foglie non hanno più voglia di dondolarsi. Non resta che qualche stralcio di poesia, pezzi di pagine che corrono dietro al vento.

Dove sono adesso le tue mani?

Generazioni a confronto: io e nonna Meri.

Nonna Meri non è mia nonna, però io le voglio bene come se lo fosse. La incontro circa una volta al mese, di solito di domenica e ci mettiamo lì a tavolino a chiacchierare. Leggo nei suoi occhi da ultra ottantenne un lampo di vita e di gioia che molti miei coetanei non hanno; in particolare, quello che mi colpisce di lei è la sua autoironia che è anche un’ironia sferzante che spara a bruciapelo sull’età che avanza, sul destino ineluttabile che la aspetta. Ma lei è tranquilla, anzi, se la ride. Una volta, ad esempio, non riusciva a trattenersi mentre raccontava che una delle sue amiche a cui telefonava ogni mattina, un giorno non le ha risposto, “e ti credo che non rispondeva, l’era morta!” …e rideva.
A nonna Meri ho fatto quelle domande che non sono riuscita a fare ai miei nonni per mancanza di tempo e non solo, così le ho chiesto di parlarmi della guerra. Le mie domande erano banali: “come si stava? Che facevano i tedeschi?” e lei senza un’ombra di rabbia mi ha risposto che andavano a mangiare da loro e che un giorno un tipo giovane, poverino, era morto in casa e tutti ne erano dispiaciuti anche se era tedesco, perché in fondo era buono e bello. Dato l’argomento, mi sarei aspettata commenti più severi, più duri, ma invece lei ha quell’indole per cui tutto viene elaborato con calma, senza eccessi. Non era della stessa idea il suo papà che, invece, si era rifiutato di fare la tessera del partito e così era rimasto a lavorare in casa come calzolaio, senza scendere a patti per niente, neanche per quel lavoro migliore che gli era stato offerto.
Nonna Meri ha la voce sottile, ma estremamente decisa. Parla di suo fratello, morto da ragazzino, con una nostalgia che non si è diluita nel tempo. Lo rivede ancora, nei suoi racconti, montare in sella alla sua bicicletta mentre gareggia, fino al giorno in cui un incidente gliel’ha portato via, a lei e alla sua famiglia. Tra i suoi ricordi affiora quello del giorno in cui era stato schiaffeggiato da un fascista per una battuta innocente, gesto che il suo papà non perdonò mai, neanche quando gli venne chiesto perdono durante i funerali. Quel fratello, perso nello scorrere del tempo, era stato anche tanto buono con lei, più grande di qualche anno, per farla partecipare alle lezioni di ginnastica che si tenevano unicamente con l’uniforme della ‘piccola italiana’ aveva deciso di comprargliela di nascosto dal papà restio, ricevendo in cambio come unica ricompensa la custodia del segreto in eterno.
Quello che mi stupisce del suo volto è il candore, Meri ha pochissime rughe e le guance sempre fresche. Ogni volta che mi vede mi dice che sono sempre più bella e questo mi fa pensare che forse anche la mia nonna mi avrebbe detto lo stesso, se fosse stata ancora in vita. Lei è la mia connessione col passato e allo stesso tempo col futuro: con quel tempo che non ho vissuto perché non ero ancora ‘in programma’ e con quello che, si spera, sarò io un giorno. Forse è per questo che mi sento così vicina a lei, lei che non smette di ringraziarti e lodarti per aver cambiato la batteria scarica alla sveglia e che non riesce a capire come si faccia ad acquistare un biglietto dal cellulare, che per giunta non bisogna obliterare.
Anche se non lo conosce e non sa come funzioni, Meri sa benissimo che ho provato a registrare la sua voce col cellulare. Non ha il bastone e sebbene il suo passo sia lento, la sua mente non lo è affatto. Corre veloce tra i ragionamenti e quando qualcuno bisbiglia pensando che lei non sia attenta, ti fulmina col suo sguardo vispo e t’illumina col suo sorriso. Le piace anche prendere in giro gli altri, così come se stessa, e lo fa senza malizia, accompagnando la battuta a un occhiolino.
Mi piace pensarla giovane quando, stando ai suoi racconti e quelli di suo figlio, sfrecciava in motorino per andare a lavoro e faceva tutto con la leggerezza tipica della gioventù, senza avere sulle spalle il peso degli anni trascorsi. Oggi, invece, Meri col suo passo lento va ad aprire la chiesa ogni mattina anche se afferma di non aver mai visto dio.
Quando siamo a tavola, uno dei momenti che preferisce di più (come me) è quello del dessert e dello spumante dolce. La pasta non le fa gola, ma quando si tratta di cioccolato ha lo stesso volto allegro di un bambino all’ora della merenda. In quei momenti io l’adoro e mi rammarico di non averla potuta conoscere prima.
Nel momento in cui ci separiamo la vedo adombrarsi e mi chiede sempre quando sarà la volta in cui ritornerò e io le rispondo sempre che sarà presto, anche se non so quando, “ma prometto che ti telefonerò”. Così mi dà quel bacio tenendomi le guance con le mani e io mi porto fino all’incontro successivo l’immagine di lei che sul ciglio della porta agita la mano sorridendo fin quando la macchina non esce fuori dalla sua vista.

meri
Meri