Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

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Nella memoria.

La fisso. E lei fissa me.
Immobile, sul pavimento, non fa un singolo movimento.
Eppure io la vedo agitarsi, all’interno, come se il suo contenuto potesse esplodere da un momento all’altro. Sposto le alette di cartone piano, per evitare che i ricordi saltino fuori in maniera disordinata e violenta.
Lascio cadere sul pavimento ogni piccola lettera, ogni bigliettino scritto prima di andare a lavoro: “amore, questo dolcino è per te”. È tutto stipato e conservato in una stratificazione scomposta che finirà in decomposizione nell’angolo più buio di questa stanza.

Non avevo mai aperto una scatola in grado di fermare il cuore.

Man mano risento profumi, mi suonano in testa stralci di conversazioni, istantanee di giorni che non torneranno…Mani che si stringono, labbra che si cercano nei letti di tutta Europa.
Io e te, addormentati in due letti diversi e scatole piene di ricordi a separarci.

In the middle of January.

Avrei avuto bisogno di tempo.
Tempo per identificare, analizzare, incanalare. E invece queste giornate non bastano e non sono mai bastate. Mai nulla ti ha riportato indietro. Neanche quella lacrima quando eri lì, proprio dietro le mie palpebre, mentre ti sognavo. Sei scivolato giù veloce sulla mia guancia. Ti sei posato giusto un attimo sul mento, esitante, prima di cadere sul pavimento già bagnato.

Pallido è il colore di queste mura e fuori si gela.
Le dita diventano paonazze mentre la temperatura scende. La città mi ricorda che l’inverno è incollato alle strade e che le foglie non hanno più voglia di dondolarsi. Non resta che qualche stralcio di poesia, pezzi di pagine che corrono dietro al vento.

Dove sono adesso le tue mani?

Dentro i cassetti.

Nei miei cassetti ho trovato un mucchio di oggetti preziosi.
Frammenti della mia vita racchiusi in piccoli peluches e fotografie sgualcite. Dal primo all’ultimo, passo in rassegna attimi di un’esistenza ormai sbiadita. Gli oggetti, piccoli e materiali, senza alcun potenziale affettivo, restano lì immobili, eterni custodi di una me che non c’è più. Il diario di quell’anno in cui sono caduta in bicicletta testimonia una mia grafia storta, la mano ferita che ha cercato a tentoni di disegnare delle lettere per sfogare la rabbia di un’estate passata tutta fasciata. Poi c’è la cinepresa super 8 di papà, resuscitata dalla polvere della mansarda per soddisfare il mio fascino per il vecchio, rotto o poco funzionante. E insieme alla valigetta che la conteneva sono uscite fuori tutte le cassette, a loro volta pronte a raccontare storie più che dimenticate.
Nel secondo scomparto ho trovato la foto di un quasi bacio. Un attimo creato di proposito per fare uno scatto, la guardo e poi la rovescio. Non voglio che riaffiorino i ricordi. Poi ho trovato tutti i portachiavi che anni fa avevo allo zaino, ma quanti erano? Almeno dieci, forse quindici. Ma cosa cazzo mi passava per la testa? In un altro ci sono i quaderni. Dal 1999 racconto la mia vita a un potenziale pubblico inesistente a suon di critiche, a guardarmi oggi non sono poi cambiata così tanto.
Lì accanto, in fondo, ho trovato un anello. Un preziosissimo anello in plastica verde acqua. Di quelli luminosi. Una volta, infatti, si accendeva e francamente ne andavo molto fiera. Ancora oggi, quando lo vedo, lo indosso. Non riesco a resistere. Rovistando sono uscite fuori anche tante scatoline e in una ci sono dei biglietti che ci lanciavamo tra i banchi delle scuole medie. “Vuoi fidanzarti con me? Sì o no?” Non mi sono mai piaciute le domande così dirette, sfrontate. Lo spazio è rimasto bianco…
Spostando le cartacce, gli scontrini di aggeggi vari ormai andati persi o di cui non ricordo neanche l’esistenza, spuntano fuori le prime fotocamere dell’epoca digitale. I primi passi mossi dal mondo dei giovani verso il 2.0 che, mio malgrado/per mia fortuna, non mi hanno condotta verso instagrampinterest. L’elemento più inquietante di questa mia non voluta ricerca nell’abisso dei miei cassetti è la traccia del trascorrere del tempo. CD che non suonano più, con playlist di canzoni che oggi mi danno i brividi. Cosiddetti ‘artisti’ che ho preferito lanciare nell’oblio, ma di cui, tuttavia, resta traccia. La mia me evoluta, dall’ominide primitivo sino alla forma sapiens raccontato da pezzi di carta e spazzatura in plastica non riciclabile. Eppure eccola qui la vita che ci passa davanti: ci lasciamo alle spalle storie che poi non ricordiamo di aver vissuto e che rimangono impresse nelle cicatrici che ci portiamo addosso e nelle spaccature di oggetti feriti, che abbiamo (quasi) rotto.

Quando tornerai dall’estero…

Che voglia di andare all’estero!
L’emozione del viaggio, l’ansia della partenza, il rombo dei motori dell’aereo che sta per decollare…e già nella mente tutto comincia a prendere forme diverse: i campi si colorano, le montagne si ammorbidiscono, i contorni sfumano all’orizzonte per creare nuovi paesaggi. E poi c’è l’arrivo: il momento in cui inciampi in una nuova lingua, i cartelli che segnano divieti diversi e le facce intorno a te, che vedi estranee e un po’ smarrite, proprio come la tua.
Poi passa una settimana, due, tre…Tutto cambia. La novità dei primi giorni si sgretola di fronte alla quotidianità, quello che era speciale diventa normale e si attiva un ingranaggio, il solito ingranaggio di una routine che in ogni parte del mondo è la stessa, a qualunque latitudine tu possa trovarti. Ma allora cos’è che fa speciale un luogo, un lavoro, un momento? Cos’è quello spazio in cui per tanto ti sei sentito stretto e che invece, a distanza, sembra dilatarsi e diventare enorme rispetto a quello in cui sei adesso? Non è forse la tua famiglia, la tua casa, la persona della tua vita che ti sta accanto e colora un giorno di pioggia o soffia via le lacrime dalle tue guance?
Quanta solitudine c’è nelle distanze?
Vedi la nostalgia aggrapparsi a tutti gli angoli della stanza e le abitudini altrui starti addosso come il vestito di una taglia troppo stretta. Cominci a pensare, giorno dopo giorno, che forse questa non è la tua vita. Che non è giusto nuotare tra gli spazi vuoti della mancanza e che, per quanto adattato, sarai sempre inadatto.
Avrai nostalgia del profumo dei chicchi di caffè, del filare della mozzarella su una pizza al pomodoro, delle verdure senza imballaggi di plastica, dei momenti di silenzio sul divano mentre dai un bacio, della musica che nessuno ascolta anche se lo stereo è acceso, del calore di un abbraccio in cui ti senti al sicuro. E più di tutto, senti dentro di te la solitudine di un giorno che non passa senza che pensi a quello che ti sei lasciato alle spalle. Alle persone che hai incontrato e che non rivedrai più, agli amici che avevi e che adesso non saluti, alle “amicizie” di facebook a cui non hai mai creduto e che cancelli dopo mesi, ai tuoi fratelli che crescono e i genitori che invecchiano. A te stesso, che vedi passare alla dogana di una fase successiva della vita senza avere mai avuto il documento adatto per superarla. E un vortice di pensieri turbina nel tuo cuore che, rimasto solo, si affaccia sulle macerie.

Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: “Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire”. A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell’anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo.