Cinque minuti.

Cinque minuti per abbracciarti,

Accarezzarti, baciarti, sfiorarti.

Dirti che no, mica ci innamoriamo.

Tic. Tac. Tre minuti.

Ma che bel naso! Guarda la mano,

Mi son graffiato. Oddio,

Già mi manchi.

Un minuto. Tac. Tic.

Mi dispiace, ma poco fa,

Tra il collo e l’orecchio,

Ti ho amato.

Prometto di non farlo mai più.

Promesso.

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Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

Nella memoria.

La fisso. E lei fissa me.
Immobile, sul pavimento, non fa un singolo movimento.
Eppure io la vedo agitarsi, all’interno, come se il suo contenuto potesse esplodere da un momento all’altro. Sposto le alette di cartone piano, per evitare che i ricordi saltino fuori in maniera disordinata e violenta.
Lascio cadere sul pavimento ogni piccola lettera, ogni bigliettino scritto prima di andare a lavoro: “amore, questo dolcino è per te”. È tutto stipato e conservato in una stratificazione scomposta che finirà in decomposizione nell’angolo più buio di questa stanza.

Non avevo mai aperto una scatola in grado di fermare il cuore.

Man mano risento profumi, mi suonano in testa stralci di conversazioni, istantanee di giorni che non torneranno…Mani che si stringono, labbra che si cercano nei letti di tutta Europa.
Io e te, addormentati in due letti diversi e scatole piene di ricordi a separarci.

Mal di (Se)nna.

L’allineamento dei pianeti sta cercando di comunicarmi qualcosa, lo sento.

Anche l’oroscopo della settimana dice che devo svincolarmi da obblighi banali. Fatto sta che, o io non so leggere le stelle, o questo allineamento è totalmente erroneo e bisogna aspettare il successivo.

Mentre aspetto – attraversando la Senna – la mia fermata, tante domande sotto forma di piccoli sbuffi di fiato, appannano il mio finestrino. Le guardo scriversi da sole tra lo sporco dei vetri e appena mi giro, loro non ci sono più.
Piccole, grandi, curvate, rigide, numerose lettere formano domande inutili.  Domande accentate, senza punto interrogativo, con apostrofi sbagliati. Domande che si spingono tra di loro, che sgomitano, domande che si fanno lo sgambetto.
Mi seguono, mi alienano, sono con me al lavoro, tra le pagine dei libri, nelle lenzuola. Di mattina sono assopite, appoggiate sul cuscino, ma appena alzo il capo, eccole! che rimbalzano immediatamente, pronte ad assillarmi.
Cosa vuoi fare? Dove vuoi andare? Come ti senti? Soffri? E mamma e papà? Vuoi un giardino? E un gatto? Che tempo fa? Non pensi che la recente politica di sinistra dovrebbe interessarti di più? Perché non fai conversazioni di un certo livello anziché parlare di dolci? Quando ti occuperai di leggere quei libri dove ti sei fermata a metà?

Niente, niente di tutto ciò mi interessa. Non mi interessi tu, né lei, né quell’altro. Non mi interessano gli orari, la gente, gli scioperi, la tivvù. Non mi interessano le domande, né le risposte. Non mi interessano la dieta, i grassi idrogenati, gli affitti troppo alti. Non mi interessa cosa c’è nel carrello della spesa, se ti sei sposato, come si chiama il tuo compagno. Non mi interessa come ti senti, che tempo fa, di che colore hai scelto le tende. Non mi interessa se piove e non hai l’ombrello, se hai calpestato una merda. Non mi interessa la rima, l’ultimo album del tuo gruppo preferito che io non conosco.

Tante, troppe domande e solo un’unica risposta: sticazzi.

In the middle of January.

Avrei avuto bisogno di tempo.
Tempo per identificare, analizzare, incanalare. E invece queste giornate non bastano e non sono mai bastate. Mai nulla ti ha riportato indietro. Neanche quella lacrima quando eri lì, proprio dietro le mie palpebre, mentre ti sognavo. Sei scivolato giù veloce sulla mia guancia. Ti sei posato giusto un attimo sul mento, esitante, prima di cadere sul pavimento già bagnato.

Pallido è il colore di queste mura e fuori si gela.
Le dita diventano paonazze mentre la temperatura scende. La città mi ricorda che l’inverno è incollato alle strade e che le foglie non hanno più voglia di dondolarsi. Non resta che qualche stralcio di poesia, pezzi di pagine che corrono dietro al vento.

Dove sono adesso le tue mani?

November.

Tutto resta immobile.

Questo vento, la pioggia, e il tempo che si è arrestato l’ultimo giorno che le tue labbra si sono posate sulle mie. Sbuffi di fiato che diventano nebbia in questa strada che non è la mia. E cammino e i miei passi fanno silenzio nel buio della notte, come per non svegliarti.

Quante volte ti ho visto addormentarti al mio fianco e poi mi hai stretto in un abbraccio. Quei giorni in cui anche i fiori hanno perso colore, io li ho visti passarmi accanto e tu li hai raccolti, piano.

Le stagioni mi passano addosso, mi scavalcano, dentro e fuori è un lento svenire. La dolce sensazione dello stare per cadere e farsi cullare.

Ti immagino giocare con i caldi raggi di sole anche adesso che è novembre. Una calda e luminosa estate, nel pieno di un rigido inverno.