Nella memoria.

La fisso. E lei fissa me.
Immobile, sul pavimento, non fa un singolo movimento.
Eppure io la vedo agitarsi, all’interno, come se il suo contenuto potesse esplodere da un momento all’altro. Sposto le alette di cartone piano, per evitare che i ricordi saltino fuori in maniera disordinata e violenta.
Lascio cadere sul pavimento ogni piccola lettera, ogni bigliettino scritto prima di andare a lavoro: “amore, questo dolcino è per te”. È tutto stipato e conservato in una stratificazione scomposta che finirà in decomposizione nell’angolo più buio di questa stanza.

Non avevo mai aperto una scatola in grado di fermare il cuore.

Man mano risento profumi, mi suonano in testa stralci di conversazioni, istantanee di giorni che non torneranno…Mani che si stringono, labbra che si cercano nei letti di tutta Europa.
Io e te, addormentati in due letti diversi e scatole piene di ricordi a separarci.

From Paris…with peace

Quando sono arrivata a Parigi, qualche mese fa, ho vissuto delle fasi di amore e odio per questa città. Il suo essere incredibilmente multietnica, il fascino dei quartieri degradati che stonano con quelli eleganti, i ponti illuminati all’imbrunire, la maestosità dei musei e delle ampie piazze. Ma, onestamente, non avrei mai creduto di rimanerci così a lungo. Invece, il susseguirsi degli eventi mi ha convinta a rimanere qui, delineando ufficialmente il mio profilo di giovane emigrata, come vuole la prassi.

La carte vitale, l’assurance maladie, les fiches de paie, les impôts…tante, nuove parole di burocratese infilate, una per una, nel mio dizionario mentale per assorbire lo spirito di un Paese nuovo, vicino, ma diverso. Il mio quotidiano sulle terrasses con i caffè a 2,50€, i diabolos menthe, le pizze croccanti, la metro, la musica dei locali.

Quella sera, quando CNN ha cominciato a gridarmi la parola a-t-t-e-n-t-a-t-o sono rimasta attonita per qualche attimo, con la speranza che si trattasse di un errore. Non era possibile che la mia nuova città, che ho fatto fatica ad accettare, fosse presa improvvisamente d’assalto da una banda di folli decerebrati. E invece sì.

Ma non ci è voluto molto perché me ne accorgessi. Un concerto di sirene mi ha circondata e ho avuto la netta impressione che qualcosa di terribilmente grave stesse accadendo a solo qualche kilometro di distanza. Le strade solitamente gremite e pullulanti di persone si sono svuotate nella ricerca folle di un riparo. Mani alzate ovunque per richiamare l’attenzione del tassista.

Poi una sfilata di blindati e di ambulanze in tutte le direzioni, le macchine della polizia cariche di uomini e donne armati che puntavano proprio contro di te. Una notte bianca e nera allo stesso tempo, macchiata di un sangue che avrebbe potuto essere quello di qualunque persona incrociata un giorno, così per caso, nella metro.

Parigi ha fatto fatica ad alzarsi, proprio perché quella sera non è andata a letto. Una città fantasma davanti ai miei occhi. Locali chiusi, piazze deserte e il sentimento pressante, opprimente, di ritrovarmi in un Paese atrocemente ferito nel suo quotidiano.

Eppure domenica c’era il sole. E i bar hanno riaperto. E la gente non ha rispettato il coprifuoco né i divieti imposti dalla polizia. E anch’io mi sono sentita meglio e ho avuto per la prima volta, dopo due giorni di apnea, l’impressione di essere tornata a respirare. Nel silenzio della metro, che non ho preso per 3 giorni di fila, ho cominciato a sentire della musica. Le persone che fino a qualche minuto prima avevano il viso teso e distante anni luce, si sono illuminate. Ho pensato: “ecco, è come se ci stessimo abbracciando”. Ci siamo scambiati dei sorrisi e anche la mia tensione si è vagamente allentata.

Oggi passeggio, guardandomi sempre intorno. E so che gli altri fanno lo stesso. Vedo militari ovunque, pieni di armi e muscoli. Sarà Natale anche quest’anno a Parigi anche se per un intero weekend ha chiuso Disney Land, il Louvre e pure il Moulin Rouge.

Qualcuno, dall’alto della sua poltrona, inneggia a una guerra in nome del tricolore e io sento di non starci assolutamente dentro. Non è nel mio nome che a sangue rispondi col sangue, anche se quel sangue versato avrebbe potuto  tranquillamente essere il mio. Detesto l’idea di una nuova guerra in nome della pace, come se l’ossimoro di per sé non fosse già abbastanza assurdo.

Mai come adesso avremmo bisogno di pace, mai come adesso le persone ‘normali’ sentono il bisogno di avvicinarsi e sentire il calore del loro prossimo, senza guardare negli occhi dell’altro con remore o spavento.

Mai come adesso avremmo bisogno di una pace che , però, non ci stiamo meritando.

 

 

 

 

 

 

Dentro i cassetti.

Nei miei cassetti ho trovato un mucchio di oggetti preziosi.
Frammenti della mia vita racchiusi in piccoli peluches e fotografie sgualcite. Dal primo all’ultimo, passo in rassegna attimi di un’esistenza ormai sbiadita. Gli oggetti, piccoli e materiali, senza alcun potenziale affettivo, restano lì immobili, eterni custodi di una me che non c’è più. Il diario di quell’anno in cui sono caduta in bicicletta testimonia una mia grafia storta, la mano ferita che ha cercato a tentoni di disegnare delle lettere per sfogare la rabbia di un’estate passata tutta fasciata. Poi c’è la cinepresa super 8 di papà, resuscitata dalla polvere della mansarda per soddisfare il mio fascino per il vecchio, rotto o poco funzionante. E insieme alla valigetta che la conteneva sono uscite fuori tutte le cassette, a loro volta pronte a raccontare storie più che dimenticate.
Nel secondo scomparto ho trovato la foto di un quasi bacio. Un attimo creato di proposito per fare uno scatto, la guardo e poi la rovescio. Non voglio che riaffiorino i ricordi. Poi ho trovato tutti i portachiavi che anni fa avevo allo zaino, ma quanti erano? Almeno dieci, forse quindici. Ma cosa cazzo mi passava per la testa? In un altro ci sono i quaderni. Dal 1999 racconto la mia vita a un potenziale pubblico inesistente a suon di critiche, a guardarmi oggi non sono poi cambiata così tanto.
Lì accanto, in fondo, ho trovato un anello. Un preziosissimo anello in plastica verde acqua. Di quelli luminosi. Una volta, infatti, si accendeva e francamente ne andavo molto fiera. Ancora oggi, quando lo vedo, lo indosso. Non riesco a resistere. Rovistando sono uscite fuori anche tante scatoline e in una ci sono dei biglietti che ci lanciavamo tra i banchi delle scuole medie. “Vuoi fidanzarti con me? Sì o no?” Non mi sono mai piaciute le domande così dirette, sfrontate. Lo spazio è rimasto bianco…
Spostando le cartacce, gli scontrini di aggeggi vari ormai andati persi o di cui non ricordo neanche l’esistenza, spuntano fuori le prime fotocamere dell’epoca digitale. I primi passi mossi dal mondo dei giovani verso il 2.0 che, mio malgrado/per mia fortuna, non mi hanno condotta verso instagrampinterest. L’elemento più inquietante di questa mia non voluta ricerca nell’abisso dei miei cassetti è la traccia del trascorrere del tempo. CD che non suonano più, con playlist di canzoni che oggi mi danno i brividi. Cosiddetti ‘artisti’ che ho preferito lanciare nell’oblio, ma di cui, tuttavia, resta traccia. La mia me evoluta, dall’ominide primitivo sino alla forma sapiens raccontato da pezzi di carta e spazzatura in plastica non riciclabile. Eppure eccola qui la vita che ci passa davanti: ci lasciamo alle spalle storie che poi non ricordiamo di aver vissuto e che rimangono impresse nelle cicatrici che ci portiamo addosso e nelle spaccature di oggetti feriti, che abbiamo (quasi) rotto.

La crisi dei 25

Per quanto io cerchi di distrarmi, ignorare il problema, zittire i miei pensieri alzando il volume della musica, il filo ansiogeno che conduce i miei giorni dall’inizio del 2015 è che proprio questo sarà l’anno dei miei 25. E che lo si voglia o meno, tutti quelli come me, nati nel 1990, raggiungeranno (o hanno già raggiunto) il primo quarto di secolo. Ma l’ansia non è tanto legata alla parola secolo che già di per sé fa un po’ specie, ma al fatto che non si sappia quanti ce ne vorranno ancora prima di uscire dalla condizione di studente più o meno fuori sede o pendolare, pur sempre mantenuto dai propri genitori. E non voglio neanche dilungarmi su discorsi legati alle generazioni precedenti, perché la maggior parte dei nostri genitori alla nostra età già sapeva manovrare un pannolino, per non parlare dei nostri nonni che vivevano tra bombe e macerie, senza tener conto che molti di loro hanno conosciuto fame e povertà. Ceeeerto, “adesso i tempi sono cambiati”. Siamo tutti più moderni, più smart, più istruiti (quasi tutti), più nutriti (anche troppo), più ricchi (non proprio), la guerra non c’è più (se se) e anche le fasi della vita non sono più le stesse. È diventato normale e ben tollerato – per alcuni – arrivare a 30 anni nutriti e coccolati da mamma e papà come se ne avessero 10, fare la grasse matinée la domenica come quando da ragazzini si tornava dalla discoteca all’alba e si aspettava in pigiama il piatto fumante di pasta al ragù della nonna. Eh sì, la “gioventù” la chiamava mio nonno.
Dal canto mio, ho sempre pensato: “quando arriverò a dire ’10 anni fa’ e me lo ricordo, allora vuol dire che sono diventata grande”. E questo me lo dicevo proprio a quindici anni, quando evocando i ricordi della mia infanzia li trovavo sfocati, confusi, mentre ora sono diventati quelli dell’adolescenza che ricordo come se fosse ieri. Ma cos’è cambiato da allora? Nel frattempo in che fase viviamo? Adulti di sicuro non siamo. Ma neanche adolescenti. Giovani. Sì, siamo giovani. E italiani. È proprio una nuova categoria quella del ‘giovane italiano’, ossia un individuo collocato tra i 20 e i 3* che :
1) se studia non lavora,
2) se studia e lavora vive coi suoi perché non può mantenersi da sé,
3) se non studia e non lavora vive coi suoi perché “non ha la sbatta” di fare niente e il suo atteggiamento è tollerato,
4) finge di studiare per farsi mantenere,
5) lavora ma vive coi suoi per mettere da parte i soldi per il mutuo che pagherà per tutta la vita.
Soltanto i più fortunati (e più ricchi o ereditieri) hanno la fortuna di non essere collocati in una di queste 5 categorie e alcuni sono riusciti a mettersi al ripario prima che la crisi ci piombasse addosso portando con sé sentimenti di angoscia, frustrazione e depressione che spingono al disfattismo anche quando qualcosa potrebbe essere fatto e che sostanzialmente ci fanno galleggiare in una fase mezzana in cui non ci sono né vinti né vincitori, ma soltanto mediocri.
Comunque dai, l’ISIS avanza, in Ucraina c’è la guerra, il tasso di disoccupazione giovanile italiano è oltre il 40%, la Libia è nel caos, ma…”mà, oggi che c’è per pranzo?”

Generazioni a confronto: io e nonna Meri.

Nonna Meri non è mia nonna, però io le voglio bene come se lo fosse. La incontro circa una volta al mese, di solito di domenica e ci mettiamo lì a tavolino a chiacchierare. Leggo nei suoi occhi da ultra ottantenne un lampo di vita e di gioia che molti miei coetanei non hanno; in particolare, quello che mi colpisce di lei è la sua autoironia che è anche un’ironia sferzante che spara a bruciapelo sull’età che avanza, sul destino ineluttabile che la aspetta. Ma lei è tranquilla, anzi, se la ride. Una volta, ad esempio, non riusciva a trattenersi mentre raccontava che una delle sue amiche a cui telefonava ogni mattina, un giorno non le ha risposto, “e ti credo che non rispondeva, l’era morta!” …e rideva.
A nonna Meri ho fatto quelle domande che non sono riuscita a fare ai miei nonni per mancanza di tempo e non solo, così le ho chiesto di parlarmi della guerra. Le mie domande erano banali: “come si stava? Che facevano i tedeschi?” e lei senza un’ombra di rabbia mi ha risposto che andavano a mangiare da loro e che un giorno un tipo giovane, poverino, era morto in casa e tutti ne erano dispiaciuti anche se era tedesco, perché in fondo era buono e bello. Dato l’argomento, mi sarei aspettata commenti più severi, più duri, ma invece lei ha quell’indole per cui tutto viene elaborato con calma, senza eccessi. Non era della stessa idea il suo papà che, invece, si era rifiutato di fare la tessera del partito e così era rimasto a lavorare in casa come calzolaio, senza scendere a patti per niente, neanche per quel lavoro migliore che gli era stato offerto.
Nonna Meri ha la voce sottile, ma estremamente decisa. Parla di suo fratello, morto da ragazzino, con una nostalgia che non si è diluita nel tempo. Lo rivede ancora, nei suoi racconti, montare in sella alla sua bicicletta mentre gareggia, fino al giorno in cui un incidente gliel’ha portato via, a lei e alla sua famiglia. Tra i suoi ricordi affiora quello del giorno in cui era stato schiaffeggiato da un fascista per una battuta innocente, gesto che il suo papà non perdonò mai, neanche quando gli venne chiesto perdono durante i funerali. Quel fratello, perso nello scorrere del tempo, era stato anche tanto buono con lei, più grande di qualche anno, per farla partecipare alle lezioni di ginnastica che si tenevano unicamente con l’uniforme della ‘piccola italiana’ aveva deciso di comprargliela di nascosto dal papà restio, ricevendo in cambio come unica ricompensa la custodia del segreto in eterno.
Quello che mi stupisce del suo volto è il candore, Meri ha pochissime rughe e le guance sempre fresche. Ogni volta che mi vede mi dice che sono sempre più bella e questo mi fa pensare che forse anche la mia nonna mi avrebbe detto lo stesso, se fosse stata ancora in vita. Lei è la mia connessione col passato e allo stesso tempo col futuro: con quel tempo che non ho vissuto perché non ero ancora ‘in programma’ e con quello che, si spera, sarò io un giorno. Forse è per questo che mi sento così vicina a lei, lei che non smette di ringraziarti e lodarti per aver cambiato la batteria scarica alla sveglia e che non riesce a capire come si faccia ad acquistare un biglietto dal cellulare, che per giunta non bisogna obliterare.
Anche se non lo conosce e non sa come funzioni, Meri sa benissimo che ho provato a registrare la sua voce col cellulare. Non ha il bastone e sebbene il suo passo sia lento, la sua mente non lo è affatto. Corre veloce tra i ragionamenti e quando qualcuno bisbiglia pensando che lei non sia attenta, ti fulmina col suo sguardo vispo e t’illumina col suo sorriso. Le piace anche prendere in giro gli altri, così come se stessa, e lo fa senza malizia, accompagnando la battuta a un occhiolino.
Mi piace pensarla giovane quando, stando ai suoi racconti e quelli di suo figlio, sfrecciava in motorino per andare a lavoro e faceva tutto con la leggerezza tipica della gioventù, senza avere sulle spalle il peso degli anni trascorsi. Oggi, invece, Meri col suo passo lento va ad aprire la chiesa ogni mattina anche se afferma di non aver mai visto dio.
Quando siamo a tavola, uno dei momenti che preferisce di più (come me) è quello del dessert e dello spumante dolce. La pasta non le fa gola, ma quando si tratta di cioccolato ha lo stesso volto allegro di un bambino all’ora della merenda. In quei momenti io l’adoro e mi rammarico di non averla potuta conoscere prima.
Nel momento in cui ci separiamo la vedo adombrarsi e mi chiede sempre quando sarà la volta in cui ritornerò e io le rispondo sempre che sarà presto, anche se non so quando, “ma prometto che ti telefonerò”. Così mi dà quel bacio tenendomi le guance con le mani e io mi porto fino all’incontro successivo l’immagine di lei che sul ciglio della porta agita la mano sorridendo fin quando la macchina non esce fuori dalla sua vista.

meri
Meri