Colorblind.

Stringimi la mano, dita contro dita.

Restiamo in silenzio mentre
gli altri parlano di noi.
Lascia che biforchino le loro malelingue
in un intreccio escheriano,
mentre noi ci abbandoniamo alla notte e
ai suoni di questa città che non dorme.
Colorami la pelle di tempere nuove, mai viste,
fa’ che io sia la tua tela e
proietta su di me quel disegno agognato.

La notte ci fa da scudo
mentre io mi nascondo,
sbuffi di fiato contro il vetro,
e mentre mi giro, non ci sei più.

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Scirocco. 

Ci siamo di nuovo.

Senti l’odore di questa sera,
Come è lieve, quando si appoggia sulla pelle
arrossata dal primo sole.
Si infila piano nelle narici,
quasi a voler ricordare come cambiano le cose,
come ci trasformano le stagioni.

E tu sei lontano chilometri,
Ma neanche l’idea di te mi sfiora.
Risplendo sotto i riflessi di questa luce argentea e
gli occhi mi brillano all’arrivo di quest’aria nuova.

Insonne.

Il legno scricchiola, la porta cigola,
questo orologio non la smette, col suo ticchettio, di scandire notti insonni.

Tu ti stiracchi, lontano da me. E io fisso
questo silenzio pieno di rumori,
con la tua voce che sbatte sulle pareti vuote.

Una vita di ossimori e metafore,
sineddoche e metonimie. Parli a vanvera.
Come al solito.
Eppure ho smesso di ascoltarti:
solo vento. Come quello che passa
attraverso vecchi infissi. Questa porta
non tiene a bada neanche l’aria. Debole e fredda.

Sta arrivando la neve, dicono.
Mi aspetto che metta a tacere anche la tua voce.
Mi aspetto che zittisca le albe e i tramonti.
Finché non ci risveglieremo col sole.

Caro Duemilasedici.

Caro Duemilasedici,

il tuo nome lo scrivo per intero, che così magari sembri più lungo di quello che sei realmente. Dodici mesi volati via dalle finestre di tutte le case in cui sono passata, mentre tu mi guardavi senza muovere un dito.
Sai, anche senza volerlo di cose me ne hai insegnate parecchie e, a ben pensarci, non so quanto bene tu mi abbia fatto. Quattro case, quattro Paesi, innumerevoli biglietti di treni, aerei, metropolitane, migliaia e migliaia di chilometri macinati con queste ruote ormai perfettamente lisce dall’usura.
Te ne vai come se niente fosse, come se il tuo compito finisse qui, tra soli quattro giorni. Sai che invece sei rimasto indietro? Sai che non hai dato a nessuno il tempo di finire le frasi rimaste incomplete tra una riga e l’altra? Sai che quel sale, caduto sulle ferite, brucia ancora?
Eppure, qualcosa di buono c’è. Col tuo trascorrere, le piaghe si sono rimarginate. I ricordi hanno cominciato a sbiadirsi e a perdersi nella nebbia di novembre, giusto in tempo per festeggiare questo Natale appena trascorso. Hai attutito i suoni, le grida, le botte chiuse ancora nei pugni stretti si sono trasformate in docili carezze. Neanche più la rabbia sfiora le pagine di questo calendario, ormai alla fine dei suoi giorni.
Non mi mancherai, Duemilasedici.
Ti stai portando via un altro dei miei anni come se niente fosse, ma io me ne sento sempre sedici. Come un ladro, hai rubato la gioia a tanti e questi eventi inarrestabili, causa del tuo scorrere e delle tue manie di protagonismo, rimarranno scritti nella storia.
Vorrei che mi dicessi dove stiamo andando tutti, con quest’ansia di vivere, con quest’insaziabile sensazione del vissuto solo a metà, con quest’invidia e bramosia che sempre di più diventano tratti del nostro essere.

E vorrei anche che la smettessi di non darmi il tempo. Di fare. Di dire. Di andare.