Vorrei che la testa smettesse di girare e che questo violento vortice di ricordi si dirigesse verso altri lidi, lontano dalle mie sponde.

E’ incredibile come la mente riesca a registrare e riproiettare scene di eventi trascorsi in maniera del tutto autonoma, involontaria. E tu sei lì, impotente, come davanti a un televisore acceso che dà proprio quel programma di merda, ma tu sei indeciso tra lo spegnere e il restare, perché, in fondo, vuoi proprio sapere come andrà a finire.

E allora sequenze infinite di diapositive che scorrono, immagini senza data ma cariche di emotività. Lacrime, risate, sprazzi di serietà di questo marasma cerebrale dove tu resti il fulcro, il punto focale, il centro di gravità.

Intorno a te gravitano poesie di poeti sconosciuti, canzoni di cantanti hipster e testi sconclusionati che nessuno ha mai capito, ma che non si è ancora smesso di canticchiare. Chiudo gli occhi e ho come l’impressione che tu sia esattamente oltre la mia palpebra, alla distanza di un ciglio. Vorrei poterti vedere anche ad occhi aperti e invece è solo quando dormo che i tuoi contorni diventano netti.

Aspettami, giuro che sto arrivando.

Camminerò lungo quel sentiero di cui ti ho parlato mille volte, quello di tutte le ville di un tempo, come a Bolgheri. Lungo i filari di alberi costeggerò l’asfalto che dà quell’ordine innaturale ai prati verdi. Pettinerò le cime degli alberi, accarezzerò i piccoli arbusti, mi pungerò con qualche ago un po’ troppo appuntito e tenterò di dare nomi a piante che non conosco.
Tutto questo per tornare da te.
Vederti sorridere ancora, zittire l’universo dei ricordi per dargliene da mangiare altri e placare la sua bulimia di affezione.

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