A volte, o meglio, spesso, ho una sorta di nostalgia.
Una mancanza, un prurito, un difetto. La sensazione che ci sia, da qualche parte, un pezzo mancante. Dev’esserci una sorta di scatolone, dal quale saltano fuori a intervalli, più o meno regolari, i ricordi.

Oggi, ad esempio, avevo nostalgia del mio professore di spagnolo delle superiori. E mi sentivo stupida (e anche peggio), ma continuavo a ripetermi a lavoro: “La princesa está triste…¿Qué tendrá la princesa?”
Con quelle sue lezioni sulla poesia, le sue letture appassionate e approfondite, le lezioni ispiratrici, l’amore per la parola raffinata, sottile.
Non so se l’ha mai saputo o capito, ma io adoravo ascoltarlo.

E se c’è una cosa che rimpiango della mia vita tra i banchi è proprio quell’osmosi di conoscenza. La sensazione di un passaggio, come di un fluido prezioso, che si versava nel mio calice mentale di adolescente. Quante volte ho rinnegato quella vita monotona e privativa, pensando che ‘crescere’ fosse una benedizione.

Eh beh, ho scoperto solo anni dopo quanto mi sbagliassi.

Altre volte faccio un gioco.
Chiudo gli occhi e mi proietto con la mente davanti alla vetrata di casa. Davanti al mio paesaggio, quello che ho disegnato proprio qui, accanto al cuore. Vedo gli alberi verdi, le curve delle colline che diventano man mano montagne più appuntite. Vedo quei difetti, uno ad uno, della terra che mi circonda e la riconosco. Lo so che è mia. Ad occhi chiusi vedo le case, i pali della luce, le strade curvilinee, i segni della frana.

Anche dall’altra parte del mondo quel paesaggio è mio e, ad occhi chiusi, lo riconosco.

Ultimamente ho imparato una parola nuova: saudade. Non credo esista un equivalente, o quantomeno non conosco altre parole che possano tradurre quello stesso sentimento di ‘ricordo nostalgico, accompagnato da un desiderio di riviverlo o possederlo’.
Ecco, dopo anni, è questo il sentimento più forte che provo. Un’immensa saudade di luoghi, sapori, visi e momenti, diluiti nel mare dei ricordi.

 

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