E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

È quasi la fine dell’anno e comincio a passare in rassegna tutto quello che mi è successo negli ultimi dodici mesi: le cose che ho fatto, i posti che ho visto, le persone che ho conosciuto. Tutto è stipato nell’armadio della memoria dove i ricordi fanno fatica a starci tutti.
Perlopiù vedo valigie, parecchie valigie. Anzi, direi case nelle valigie e valigie nelle stazioni, negli aeroporti, nelle macchine, nei pullman. Valigie che percorrono chilometri e che traslocano di continuo. Valigie con le ruote piegate, le cerniere scucite, la plastica incrinata, i colori sbiaditi. Valigie stremate e preoccupate che si guardano perplesse e si chiedono dov’è che andranno.
Un continuo migrare, ormai da anni. Prima al paesino accanto, poi in una grande città, poi in un altro Paese, poi in un altro ancora, alla continua ricerca di quel ‘centro di gravità permanente’. Col tempo sono diventata una viandante dallo zaino in spalla, con uno scaffale pieno di cartine di posti in cui forse non ritornerò mai più, un cervello pieno di confusioni linguistiche e foto di luoghi e persone di cui non ricordo più i nomi. Un’identità ormai frantumata, in cui ogni tassello caduto è stato sostituito da uno che ha ricevuto l’influenza di un’altra cultura, un’altra lingua, altro cibo, altri profumi, altre abitudini.
L’eclettismo identitario di chi ha dovuto imparare per necessità e passione a smontarsi e ricostruirsi, ad accogliere dentro di sé anche il diverso e il bizzarro, lasciandosi influenzare, ma senza cambiare del tutto.
Da qui, l’origine dell’apertura di chi, abituato a patire le mancanze del noto, ha trovato nell’ignoto e nelle differenze del prossimo una fonte di energia e di crescita per se stesso. Da qui, la necessità di doversi stringere forte alle proprie radici e passare qualche minuto al giorno a parlare al telefono nel proprio dialetto per non dimenticarne le basi e le inflessioni.
Penso a quel ‘migrante’ come me che presto tornerà a casa dalla famiglia per le vacanze di Natale e che si troverà a dover spiegare da dove salta fuori quell’accento un po’ strano, quell’espressione forestiera, quel taglio di capelli nuovo, quel paio di scarpe di un’altra moda. Riderà di sé quando qualcuno gli farà notare che quella parola non esiste e che è evidentemente la traduzione letterale di un’altra lingua e forse gli sorriderà il cuore quando sentirà il profumo della propria casa, del cibo della mamma e della nonna, quando riconoscerà i confini delle proprie montagne, l’orizzonte del proprio mare, la sinuosità delle proprie colline.
Forse, come me, per un attimo si ritirerà in un angolo e chiudendo gli occhi gli appariranno come al rullino di una macchina fotografica le istantanee di tutti i momenti salienti dell’anno che si rincorreranno l’una dopo l’altra. Quando li avrà riaperti sentirà un po’ il vuoto fuori, ma probabilmente sarà pieno, anzi, stracolmo dentro.

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5 pensieri riguardo “E ‘l migrar m’è dolce in questo mare.

  1. Non ci sono mai stati confini nei tuoi orizzonti, hai sempre odiato le imposizioni dello standard, e per quanto tu fossi la piu’ piccola della famiglia sei sempre stata capace di insegnare a tutti noi cosa fosse puntura, sparare e colpire il bersaglio.
    Che orgoglio! Che bellezza averti visto spiccare il volo.
    Parti, ritorni, riparti ancora, ogni volta con una storia in piu’, e resterei ore a sentirti parlare, incantata dal modo in cui vivi la tua vita, da come ogni volta la tua anima è carica di altre emozioni, e la cosa meravigliosa e che ogni volta sei piu’ GRANDE, PIU’ MATURA ma senza mai perdere il velo di quella GNAPPPI… la mia Gnappi, la stessa che facevo spaventare da piccola per poi farmi coccolare…
    Perchè si puo’ essere cittadine del mondo senza perdere le radici e continuare ad amare i profumi di casa ” anche delle fritture” nelle scale,perchè non esiste mondo senza casa.
    Perchè questa enorme pannocchia Giallo Ocra aspetta a teeeeee …

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