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Quasi sei mesi fa m’incoronavano, non di aureola, ma di alloro. Mettevo fine a 3 anni e mezzo di esami (utili e inutili), stress, Erasmus e festini, corsi alle 8.30 di mattina seduta a terra con il quaderno sulle ginocchia, mesi di reclusione casalinga e esaurimenti da coinquilinato.
Il giorno dopo la festa ero su un treno.
Avevo deciso: andavo, andavo, andavo…ma dove cazzo andavo???
Boh. Il mio treno mi portava a Ginevra (non voglio esprimere il mio disappunto per il sistema monetario e finanziario svizzero qui), poi finivo in Francia, all’incirca a 45°54′00″N 6°07′00″E a qualche centinaia di metri sul livello del mare accanto a un lago, lontano da qualunque grande città.
Quello che avevo deciso era diventare per cinque mesi una ragazza “alla pari”, alla francese un’au-pair.
Io e la mia “famiglia” ci siamo scelti grazie alla compatibilità dei nostri profili: amanti dello sport, della natura, delle passeggiate, aperti, disponibili, non troppo lontani d’età.
E così mi sono ritrovata in una nuova camera provvista di bagno privato, ingresso sul giardino e una decina di mucche al pascolo a circa 20 metri. Mi guardavo intorno e scoprivo un nuovo sport: il parapendio. Passavo i giorni a tenere gli occhi al cielo, curiosa di scoprire tutte le acrobazie possibili e scoprivo nuove persone che parlavano una lingua diversa dalla mia (seppur nota) che avevano abitudini, gusti, pareri, idee, modi di pensare differenti. E scoprivo angoli nascosti della mia persona dove si annidava tutta la pazienza che non ho mai creduto di avere, tutta l’innocenza che avevo dimenticato, tutta la voglia di giocare ed essere infantile che avevo accantonato.
Mi sono rivista piccola, cocciuta e piena di riccioli a rincorrere nel cortile i miei vicini di casa, a giocare nel fango e a tornare ogni giorno a casa sporca, coi pantaloni strappati e piena di graffi nuovi o lividi. Mowgli, il bambino della jungla, ma al femminile.
Ho ripreso in mano i pastelli e i pennarelli, il secchiello da spiaggia, la paletta e il rastrello, il cucchiaino pieno di Nutella a merenda, i cartoni animati e il cinema per bambini al pomeriggio. Ho riaperto i libri delle favole, ma in una lingua diversa da quelle che mi avevano raccontato e ho conosciuto Martine, Xavier e Nicolas. Ho letto il libro dei “perché?”, quello sulla cacca e sulla pipì. Ho rivisto la vasca piena di giochi e mi sono ricordata della mia Minnie di plastica che aveva un buco da cui entrava l’acqua e che amavo riempire e svuotare. Ho ritrovato i peluches piccoli, medi, grandi, quelli da viaggio, quelli da gioco e da notte. Ho ripercorso anni di spensieratezza e quaderni riempiti di scarabocchi, quando ancora non si è in grado di scrivere. E poi il bacio della buona notte e la luce accesa per la paura del buio.
Fuori dal mondo dei bambini, accadeva in me dell’altro. Mi abituavo a usare una lingua diversa che quasi prendeva il sopravvento sulla mia, i contorni di persone che non conoscevo col tempo diventavano nitidi e marcati. Come un libro sconosciuto che sfogliandolo per la prima volta sembra complesso perché non si conoscono la trama e i personaggi, ma poi tutto diventa conosciuto, familiare.
Ci sono stati anche però altri momenti.
Quelli delle nostalgie disperate, delle notti insonni, delle maledizioni. Quelli in cui ti manca anche il puzzo della tua città e l’ubriacone di turno, quelli in cui ti senti già scarico prima ancora di esserti alzato dal letto. Poi un sorriso di un metro e venti incrocia il tuo broncio…

Tra una settimana le valigie saranno pronte, lì davanti alla porta d’ingresso. Mi preparo al cambiamento e rifletto. “Alla pari”… cosa vorrà dire “alla pari”? Alla pari è nella lingua, nonostante lo scarto, alla pari è nel gioco, non conta se sei più grande, alla pari è nella condivisione, dai e ricevi allo stesso modo, alla pari è nelle possibilità.

Torno ad essere la studentessa che avevo accantonato e messo nel cassetto, la precaria che ha disegnato per me la società, la laureata senza sbocchi, il “cervello in fuga” dei quotidiani.
Torno a essere me: la cocciuta piena di riccioli che gioca nel fango e si sporca di continuo e torna a casa con i jeans strappati e le sbucciature alle ginocchia. E sulla porta rivedo la mia mamma, con l’espressione corrucciata e di cui sento sempre il profumo.

In fondo non è cambiato poi molto.

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