Domeniche intolleranti

Sono intollerante. Anzi, intollerante e polemica.
Me lo hanno sempre detto tutti: mia madre, mio padre, mio fratello…Già nel ventre, durante la gestazione, davo segni di intolleranza; soprattutto verso la fine mi ero proprio stufata, dopo tutti quei mesi avevo deciso: bisognava sbrigarsi ad uscire. Non c’è quasi stato travaglio, avevo fretta di liberarmi da placenta e cordone ombelicale, poi troppa acqua, non potevo parlare.
Ma la mia carriera da intollerante professionista è stata una lenta ascesa verso la vetta, avevo circa 10 anni quando scrissi la mia prima lettera di contestazione a una maestra che accusavo di fare preferenze in fatto di alunni.
Dopo poco dissi alla madre di un’amica a cui ero stata affidata in spiaggia che non l’avrei ascoltata perché lei, no, non era mica MIA madre!E non è stato lontano il giorno in cui ho detto alla mia cara zia, donna calma e paziente, che se ce ne fosse stato bisogno avrei mandato ‘in quel posto’ il Papa stesso (nei tempi in cui ero ancora un cucciolo di cattolica, l’offesa al capo della chiesa era una vera ribellione).
Comunque, la verità è che non mi sta bene mai niente, però sono una persona sociale. Piccole dosi di umanità, dilazionate in archi di tempo abbastanza ampi.
Devo dire che col tempo sono migliorata. Ho imparato ad essere più tollerante e a rispettare le scelte altrui nonostante non corrispondano alla mia forma mentis, però no, le bancarelle di Natale non le sopporto.
Oggi infatti è il 1° dicembre e, con l’avvento, anche i francesi dell’Alta Savoia amano trascorrere le loro domeniche passeggiando tra lucine a intermittenza e canzoncine pacifiste. Il mio più grande errore è stato cercare di partecipare all’emozione collettiva dell’ultimo mese dell’anno. Infilatami nella lunga fiumana di gente, ho subito capito che ero spacciata: il marciapiede era ormai una trincea dove venivo colpita a destra e a sinistra nei posti più impensabili del mio corpo da piedi, mani, gomiti e zampe di cani. Dopo molteplici tentativi falliti nel cercare di raggiungere il pain d’épices che era a circa un palmo dalla mia mano (ma comunque irraggiungibile), ho deciso di arrendermi. Così, mi solo lasciata cullare dal gusto altrui e dagli spintoni e mi sono ritrovata prima davanti a una disgustosa bancarella di foie gras di ogni animale, poi davanti a dei teneri giocattoli in legno, poi ancora di fronte a una bancarella di torrone multicolore per finire, stremata, in un negozio di souvenirs.
Tutto lo spirito natalizio che era in me due ore prima è affogato nel vin chaud alle 5 spezie con ricetta segreta sottocosto per il modico prezzo di 2 euro e che ho bruciato percorrendo in stile camminata nordica (ma senza bastoni) i due km di distanza che mi separavano dalla macchina.